Intervista

Carlo Galli: «Io non credo alla tecnocrazia. La tecnica è lo strumento fondamentale attraverso cui il potere si esercita, ma non è il soggetto che comanda. A comandare sono il capitale e lo Stato, che si servono della tecnica.»

«La tesi della tecnocrazia serve a dare l’idea che il mondo sia piatto, omogeneo, che la tecnica sia un fattore neutrale e che la politica sia stata completamente mangiata, assorbita e vanificata da essa. Ma questo non è vero. Se davvero ci fosse una dittatura della tecnica, non vedremmo conflitti reali. Invece li vediamo eccome.»
Carlo Galli: «Io non credo alla tecnocrazia. La tecnica è lo strumento fondamentale attraverso cui il potere si esercita, ma non è il soggetto che comanda. A comandare sono il capitale e lo Stato, che si servono della tecnica.»
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In “Tecnica” (Il Mulino, 2025) Carlo Galli, accademico e già parlamentare, affronta con sobrietà classica uno dei nodi centrali della modernità: il rapporto tra razionalità strumentale, potere e libertà. La tecnica, lungi dall’essere neutra o puramente funzionale, appare come una forza storica ambigua, indispensabile ma capace di essere usata come pretesto per svuotare la soggettività e occultare, sotto il linguaggio della neutralità, rapporti di dominio e diseguaglianza. Dalla lunga genealogia del pensiero occidentale fino all’era digitale e all’intelligenza artificiale, Galli mostra come la tecnica non sostituisca la politica, ma la trasformi, imponendo fini che si presentano come inevitabili. Ne emerge un monito severo: senza una critica consapevole e senza il recupero della decisione sui fini, la società rischia di scambiare il progresso per destino e la potenza per ragione. È un libro che richiama alla responsabilità del pensiero e alla necessità di un governo politico della modernità tecnica. Dalla genealogia dei miti e dei filosofi fino al digitale e all’IA, emerge un dominio travestito da efficienza: dati, profilazioni, oligarchie. 

-Professore, come nasce il suo ultimo libro e qual è il senso dell’indagine filosofica che ha svolto?

Il libro nasce dal fatto che mi ero dedicato al tema della tecnica più di quarant’anni fa, perché essa è stata, nella prima metà del Novecento, uno dei temi più importanti della riflessione filosofica, soprattutto tedesca. Me ne ero occupato attraverso autori come Scheler, Jünger e Heidegger. La ripresa di questa tematica è avvenuta molto di recente, davanti alla questione dell’intelligenza artificiale, che è stata presentata in modi talmente ideologici e fuorvianti che mi è sembrato utile ripensarla. L’obiettivo era proporre strumenti concettuali per pensare l’intelligenza artificiale in modo diverso dal modo mainstream in cui è stata proposta, cioè da una parte come intelligenza e dall’altra come spettro di una nuova tecnocrazia. Io non credo né che l’intelligenza artificiale sia un’intelligenza né che esista una tecnocrazia nel senso forte e proprio del termine.

-Lei parla di un “decalage” della riflessione sulla tecnica rispetto al passato. Quali sono, secondo lei, le ragioni di questo scarto?

Le ragioni sono che la nostra epoca è straordinariamente poco incline a far nascere, promuovere e consentire la crescita del pensiero critico. Le grandi questioni del nostro tempo vengono, infatti, trattate prevalentemente da giornalisti, per un pubblico sempre meno abituato a leggere, anche nelle sue componenti più adulte e universitarie. Per comprendere la riflessione sulla tecnica nella prima metà del Novecento ho dovuto leggere grandi libri di filosofia; per capire come oggi viene presentata l’intelligenza artificiale ho dovuto leggere libri di giornalisti. Questo segnala un impoverimento della riflessione sulla tecnica, sul rapporto tra uomo e tecnica e sul ruolo della che essa svolge nella società. Nonostante essa sia onnipresente e fondamentale. 

-Che cos’è, allora, l’intelligenza artificiale dal suo punto di vista?

Innanzitutto l’intelligenza artificiale non è intelligente. Nasce dallo sviluppo dei microchip, diventati sempre più potenti, dal perfezionamento degli algoritmi e dalla disponibilità di miliardi e miliardi di dati che vengono “forniti” gratuitamente dai cittadini ogni volta che si interfacciano con l’infosfera. Queste macchine e questi sistemi sono capaci di rispondere rapidamente a domande perché analizzano enormi quantità di dati e di risposte precedenti attraverso procedure statistiche. Questo è estremamente utile in molte circostanze pratiche, ma non ha nulla a che vedere con il pensiero e l’intelligenza umana. È come avere la possibilità di consultare, con velocità inaudita, un catalogo gigantesco quasi illimitato di precedenti. Pensare è altra cosa.

-In che cosa consiste allora la differenza fondamentale tra il pensiero umano e il funzionamento delle macchine?

Il pensiero umano è un atto di personalità. Nasce dall’insoddisfazione verso il dato e il reale, dalla meraviglia, dal conflitto con la realtà. L’essere umano non si limita ad accettare ciò che è, ma lo mette in questione, cerca le cause, destruttura l’esperienza e tenta di ricostruirla in forma concettuale. Segue logiche causali ed inizia in contrasto con il reale. La macchina non ha personalità, non ha interessi, non ha passioni, non è situata storicamente e socialmente. Non prova insoddisfazione e quindi non pensa. Anche quando segnala un’anomalia, lo fa solo perché un dato devia da una regolarità statistica, non perché quel dato sia per lei un problema o un’ingiustizia. Può essere uno strumento per semplificare il lavoro umano ma non un entità cosciente. 

-Lei nel libro ha citato Turing e la questione della meraviglia.

Sì, perché Turing riduce la meraviglia (che è secondo Aristotele la caratteristica che dà inizio alla filosofia) a ignoranza, come se fosse solo una mancanza di dati. Ma la meraviglia non nasce dalla esiguità dei dati: nasce dal fatto che non ci si accontenta di ciò che si vede. La meraviglia è un porsi aggressivo verso il reale, con la volontà di concepirlo e dominarlo concettualmente in modo tale da poterlo trasformare. La macchina non può avere questo atteggiamento, perché non ha un rapporto conflittuale con il mondo.  

-In questo senso lei rifiuta sia una visione tecnofoba sia una tecnolatrica?

Assolutamente sì. L’intelligenza artificiale è uno strumento tecnico elettronico. Estremamente utile ma non sostitutivo della decisione umana. Il vero rischio è che l’imitation game funzioni alla rovescia. Ovvero non che le macchine diventino come noi, ma che noi diventiamo come le macchine. Siamo spinti, per pressione sociale ed economica, a ragionare in modo semplice, binario, ad accettare i dati invece di criticarli. Questo produce un atteggiamento di immobilismo e stasi che soffoca il pensiero critico e l’azione trasformativa. La digitalizzazione della società porta con sé un elemento di conservazione socio-economica inquietante, perché si perde l’idea fondamentale della politica moderna: che il mondo lo facciamo noi e che possiamo cambiarlo. Il rischio è che filtrando la realtà sotto la lente tecnico-elettronica si soffoca il pensiero e non si è più capaci di alcuna alternativa progettuale per trasformare la realtà. 

Roma, Giugno 2025. XXVIII Martedì di Dissipatio

-Veniamo allora al rapporto tra tecnica e potere. La tecnica è neutrale?

La tecnica è il potere che l’uomo dà a se stesso per  agire utilmente nel mondo. Si tratta di uno strumento indispensabile alla sopravvivenza umana, che si muove all’interno della dimensione dell’utilità e che vive in una logica di perpetuo superamento di sé stessa. La tecnica è indispensabile e onnipresente perché l’uomo ha un rapporto col mondo mediato proprio da essa. Ma se è vero che esiste l’universalità della tecnica, essa non è mai neutrale perché chi le utilizza lo fa in modo orientato. Le tecniche esprimono i rapporti di potere interni alla umana società. Ogni epoca sviluppa le tecniche che servono ai dominanti interessi economici, sociali e politici. Dove la società è strutturata con una ristretta élites aristocratica, una grande parte della popolazione è formata da manodopera servile, e quindi più basso è lo sviluppo tecnico. Se si vive, invece, in un sistema che prevede all’infinito l’incremento produttivo e dei profitti  maggiore è lo sviluppo della tecnica. L’evoluzione del rapporto tra tecnica e potere è lo specchio quindi delle conoscenze che i poteri emergenti hanno interesse a promuovere e fare prosperare. 

-E la tecnocrazia? Esiste davvero un primato del potere tecnico?

Io non credo alla tecnocrazia. La tecnica è lo strumento fondamentale attraverso cui il potere si esercita, ma non è il soggetto che comanda. Non sono gli ingegneri a comandare: comandano il capitale e lo Stato, che si servono della tecnica. Spostare la critica dalla politica e dall’economia alla tecnica significa cambiare bersaglio. Il vero rischio non è la tecnica in sé, ma l’idea che la tecnica sia neutrale e inevitabile. Ed è proprio qui che deve intervenire la critica politica, attraverso un’attività genealogica contro le pretese di neutralità e contro l’illusione che la tecnica possa sostituirsi alla responsabilità umana e alla decisione politica. La questione della tecnocrazia, formulata dalla grande riflessione tedesco degli anni Trenta, è nata, del resto, come il velo per attaccare le analisi trasformative – come quella marxista – obiettando che il cuore dei problemi della società non è nei rapporti di potere o nei rapporti economico-produttivi, ma nel fatto che la società è intrinsecamente pervasa dalla tecnica e dall’automazione. Il risultato è così quello di spostare lo scontro politico dal conflitto distributivo al conflitto contro il fantasma della tecnica vaga e le cosiddette tecnocrazie. 

-Dietro alla maschera dell’uniformità tecnologica del mondo si nasconde lo scontro tra gruppi economico-politici?

Certo. In tale logica, la questione non è che tutti costruiscano lo stesso tipo di microchip, ma che esistano soggetti diversi che, pur costruendo lo stesso tipo di microchip, sono in concorrenza feroce fra di loro e talvolta si fanno anche la guerra per ragioni politiche ed economiche. La domanda allora è se la politica sia stata davvero interamente assorbita dalla tecnica o se ci sia qualcosa che eccede la tecnica, che la guida, che è più potente della tecnica e che, spesso, produce anche più danni della tecnica stessa.

-In questo senso la cosiddetta tecnocrazia può essere letta come una costruzione ideologica?

 Certamente. La tesi della tecnocrazia serve a dare l’idea che il mondo sia piatto, omogeneo, che la tecnica sia un fattore neutrale e che la politica sia stata completamente mangiata, assorbita e vanificata da essa. Ma questo non è vero. Se davvero ci fosse una dittatura della tecnica, non vedremmo conflitti reali. Invece li vediamo eccome.

-Quindi la “dittatura della tecnica” funziona come un alibi?

Esattamente. È uno strumento ideologico. Dire che la tecnica è neutrale e che rappresenta l’unica causa dello sviluppo dell’umanità è una mistificazione. L’umanità è sempre stata “tecnica”, ma è sempre stata anche “politica” e continua a esserlo oggi. La tecnica non ha mai cancellato la politica.

-In questo quadro come interpreta le nuove ideologie, dal transumanesimo alla cosiddetta tecnodestra muskiana, con le loro visioni paranietzschiane ed apocalittiche?

Sono delle nuove ideologie. Non si producono superuomini. Si producono uomini che hanno un potere enormemente superiore a quello degli altri. Non sono tecnocrati, sono capitalisti, che esercitano un potere a volte superiore perfino a quello degli Stati. Ma dov’è la dimensione liberatoria del superuomo? Io non la vedo. Queste narrazioni servono a mascherare rapporti di potere molto concreti.

-E il transumanesimo rientra in questa stessa logica?

Assolutamente sì. È una narrazione mistificatrice. Non è vero che l’uomo si sta fondendo con le macchine per produrre una nuova umanità. La cosa peggiore che sta accadendo è che l’umanità viene spinta a ragionare sempre più come una macchina, mentre la politica può mantenere ben reale la differenza tra soggetti, Stati, interessi e volontà di potenza utilizzando questi miti utopistici e fantascientifici come sovrastrutture. La volontà di potenza è, se proprio vogliamo intenderla come tale, quella degli Stati e dei gruppi economici. Come lo era nel passato seppure in modo diverso. 

-Lei ha parlato di “formicaio elettronico”. Cosa intende?

È il fatto che la tecnica elettronica favorisce la scomposizione della società in una miriade di individui. 

-Lei ha richiamato il tema della genealogia. Quando nasce questa deriva che porta ai miti della tecnocrazia e dell’apocalisse tecnologica?

Nasce con la rivoluzione industriale, tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento. È il momento in cui il mondo viene percepito come sempre più popolato da macchine. Novalis parla di un gigantesco mulino che macina se stesso, Leopardi ironizza sulla società scientifica che produce automi. È il segnale di una presa di coscienza della piena tecnicizzazione dell’esperienza.

-E il positivismo?

Il primo positivismo sostiene che la società dovrebbe essere governata dagli scienziati, cosa che non è mai successa. La società è sempre stata governata da politici e da poteri economici. Gli scienziati non danno ordini, al massimo li eseguono. La tecnica è sempre stata l’orizzonte dell’esistenza umana, ma non ne ha mai costituito il vertice.

-Però oggi la tecnica è più pervasiva e cruciale che mai…

Certamente. Oggi l’ambito dell’utilità ha invaso quasi tutta l’esperienza. Ma l’utilità non è solo la tecnica; è anche l’economia. Quasi nulla si sottrae alla tecnica e nulla si sottrae all’economia. Oggi, quindi, non si riduce lo spazio del Potere degli Stati o dei capitalisti, ma si riduce solo lo spazio sociale di ulteriorità rispetto alla dimensione dell’utile.  È il trionfo dell’economia che usufruisce della tecnica non il contrario. 

-Eppure la politica sembra ancora eccedere la tecnica.

Sì. Il conflitto tra Stati Uniti e Cina è un conflitto politico, non tecnico. Usano le stesse tecnologie, ma sono animati da volontà di potenza diverse. L’identità esistenziale di questo scontro resta politica. Lo resta anche l’identità di classe, se si avesse il coraggio di riconoscerla. Ma se la politica eccede la tecnica ciò non toglie che si serva della tecnica. Inoltre, questa eccedenza è solo nel vertice sovrana; mentre la riduzione degli spazi di ulteriorità rispetto alla tecnica e all’economia è evidente nella società 

-Questo vale anche per figure come Musk o Trump?

Certo, ma attenzione: fra Musk e Trump comanda Trump. La politica, quando vuole, emerge e si impone. Il problema è che oggi servirebbe una eccedenza non solo sovrana ma anche collettiva, una risposta politica dal basso capace di mettere in discussione la società algoritmica, non la tecnica in astratto.

-Perché in Europa questo sembra più difficile?

In quanto l’Europa ha una politica debole e pertanto ha normato di più la società algoritmica perché la teme. Normare non significa però governare. Negli Stati Uniti la politica ha ancora una capacità di decisione unitaria. In Europa no. 

-Qual è la differenza con i totalitarismi?

Il potere algoritmico vuole individui prevedibili, non uguali tra loro come nei totalitarismi ma uguali a sé stessi. In modo tale che si possano controllare le deviazioni non da una norma universale ma dagli standard di comportamento individuali 

-Quindi la politica resta lo spazio della differenza?

Esattamente. La politica squarcia il velo dell’uguaglianza fittizia. La tecnica è indispensabile, ma non è una sola. Esistono tecniche reali e tecniche possibili. E cambiare tecnica significa cambiare rapporti di potere. Questo è un gesto politico.

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