OGGETTO: La rivincita dei perdenti
DATA: 04 Novembre 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Analisi
Nel 1990 Bernie Sanders propugnava idee che trentasei anni dopo, alle midterm del 3 novembre 2026, sono state determinanti per portare alla vittoria candidati molto diversi fra loro: un pastore metodista in Kansas, un ex seminarista in Texas, un medico di origini arabe in Michigan, un ex atleta paralimpico in Iowa. Repubblicani e democratici sono ormai soltanto etichette, e a decidere il voto sono state proposte costruite con tempo e coerenza.
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“Ciò di cui abbiamo bisogno è un movimento di massa di decine di milioni di persone pronte a dire che vogliamo la sanità pubblica, che i milionari e le multinazionali paghino la loro giusta quota e che la paghino fino in fondo, vogliamo che i soldi vadano a programmi ambientali e all’istruzione. Non vogliamo più Guerre stellari né bombardieri Stealth.”

Il 7 novembre 1990 Bernie Sanders pronunciò queste parole dopo aver vinto le elezioni di midterm nel Vermont. Per la prima volta in 40 anni un candidato indipendente entrò a far parte del Congresso americano. Già nel 1981 venne eletto sindaco di Burlington, la città più importante del Vermont. Molte interviste, tra il 1980 e i primi anni 2000, lo descrivono come uno dei tanti leader carismatici, capace di dibattere per ore con chiunque su qualsiasi tema, di portare dalla sua parte anche l’interlocutore più agguerrito. Un personaggio pedante ed ostinato, nel ripetere sempre gli stessi mantra, ma pur sempre un buono a cui non si può negare una birra al pub di quartiere. Un identikit così familiare anche in Europa; la definizione del perdente di “sinistra” e per giunta rassicurante.

In effetti, per decenni negli Stati Uniti, le idee tra le righe di Bernie sono state messe in soffitta dai DEM. Parole di chi non sa e non può far parte dell’establishment, non disposto a scendere a patti con il potere, quello vero, che tutto trasforma in “ragione di stato”. Per le orecchie dei repubblicani, invece, nient’altro che le parole di un pericoloso socialista, a ricordare che il vampiro comunista vive ed è pronto ad avventarsi sui colli dei probi americani ad ogni buona occasione. Nel novembre del 1990 l’America usciva lentamente dall’era Reagan, il presidente Bush preparava la guerra a Saddam con il beneplacito della società occidentale e la conseguente autorizzazione formale del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. L’URSS moriva a passo più svelto della storia. I rapporti di forze nel mondo erano definiti dal gioco di ruolo tra democratici e repubblicani, le due facce dello stesso establishment, che per anni ha garantito una certa continuità al potere statunitense. Niente e nessuno avrebbe potuto metterlo in discussione nell’anno 1990.

Come sempre accade, il potere fustigava i primi, dando il ben servito ai sognatori, e sguinzagliava i secondi, quando la frusta non feriva più; nel mezzo, appunto, i democratici e i repubblicani. 36 anni dopo, nelle midterm del 3 novembre 2026, assistiamo alla morte clinica di entrambi i partiti. Se consideriamo il mandato Biden come un breve intermezzo incapace di far fronte all’ondata MAGA, allora possiamo asserire pacificamente che l’America è al decimo anno della sua era Trump. Con il supporto degli evangelici bianchi prima, degli sconfitti economici della globalizzazione poi, ma anche degli ispanici, intimoriti di essere soppiantati dal loro stesso sangue al di là del muro, degli afroamericani, stanchi del malcelato razzismo sistemico dei democratici, Trump ha cannibalizzato il partito repubblicano. Insediandosi dal basso ha saputo cavalcare un movimento votato alla distruzione completa della destra tradizionale americana per far posto alla volontà di potenza, al rivoluzionarismo nazionalista – una contraddizione in termini, come diceva Gramsci – quindi allo stravolgimento del presente per proteggere il passato.

Il ritorno al potere di Trump nel novembre del 2024 fu il suo apice. Alla corte del nuovo re si prostrarono tutti i rappresentanti del potere economico transnazionale, quindi globale. Da quel momento Trump introdusse l’uomo più ricco del mondo al centro dell’apparato burocratico statale, epurò ogni voce fuori dal suo coro, licenziò, con la scusa dell’inefficienza, tutti i rappresentanti dei gangli amministrativi colpevoli di ostacolarlo, giurò guerra eterna alla Federal Reserve, colpevole della sua indipendenza, cercò nelle case, nelle università, per le strade gli “illegali” tramite il suo braccio armato, l’ICE. Riuscì a ritirare il suo paese dal mondo tramite i dazi, seppur non rinunciando a vampate di violenza militare in Venezuela, in Iran, e all’appoggio totale delle azioni di Benjamin Netanyahu.

Di fronte al disfacimento del partito repubblicano a beneficio del movimento MAGA, speculare è stato il crollo morale e politico del partito democratico. Dopo l’esperimento Obama, lasciato lentamente morire sotto i colpi del Tea Party, a cui si è chiesto di curare la crisi economica del nuovo secolo con le ricette di quello precedente, i DEM hanno proposto, in fila: Hillary Clinton, Joe Biden, Kamala Harris. I primi due simbolo di un passato che da tempo non brilla più, l’ultima, un nuovo patinato che non risponde ad alcuna domanda del presente. I democratici si sono illusi di poter sembrare il lato buono della forza nonostante le sue guerre, la sua corruzione, i compromessi con i grandi finanziatori del partito e l’incontro fallito con i grandi movimenti, Occupy Wall Street, Black Lives Matter, il movimento propal ed ecologista.

Roma, Ottobre 2026. XXXVI Martedì di Dissipatio

Il partito repubblicano e quello democratico, ad oggi, non esistono. Sono solo etichette necessarie al mantenimento del processo democratico americano. Alle midterm hanno vinto le idee. Abdul El Sayed, vincitore in Michigan, è un medico che cerca l’applauso facile, l’istanza più grezza che possa animare gli ultimi di ogni fronte politico. James Talarico è un ex-seminarista presbiteriano, nei suoi discorsi c’è un abile incontro tra la predica di Obamiana memoria, quindi la fiducia nel progresso, nel potere morale dell’individuo, e la sua impostazione teologica. Josh Turek è un ex cestista medaglia di bronzo paralimpica, moderato nei toni e anche nell’orientamento, definendosi esso stesso un moderato democratico. Potremmo continuare e delineare i profili di Jon Ossoff, in Georgia, Troy Jackson, nel Maine, finiremmo sempre per trovare figure singolari e talvolta opposte tra loro. La forza delle idee è il loro comune denominatore. Le loro campagne elettorali ruotavano attorno alle parole di Sanders già citate: “sanità pubblica”, “ambiente”, “istruzione”, “pace”, “redistribuzione”, “uguaglianza”. Ognuna di queste parole è stata spiegata e difesa in campagna elettorale esattamente come lo avrebbe fatto un democratico socialista, come per mezzo secolo lo ha fatto Bernie Sanders.

All’elettorato americano non è parsa importante la dicotomia democratico- repubblicano; in Texas, tanti repubblicani hanno voluto dare uno schiaffo a Trump per avergli promesso di cacciare criminali e drogati ed essere invece andato a cercare gli “illegali” ispanici che lavorano duro nelle loro fabbriche della Valle del Rio. Di fronte alla corruzione evidente di Ken Paxton, candidato voluto personalmente da Trump a discapito di altri più validi, non hanno esitato un secondo a votare per Talarico. Nel Kansas, non succedeva da 93 anni che vincesse un candidato democratico alle midterm. Ha vinto Adam Hamilton, un Pastore Metodista. Sul sito della sua campagna elettorale è scritto ai titoli “Protect Healthcare”. Ha vinto contro il senatore Roger Marshall, un ostetrico che avrebbe fatto causa ad oltre 700 suoi pazienti per i debiti contratti dopo le sue prestazioni mediche. In Michigan, Abdul El Sayed ha saputo contrapporre la sua figura di newcomer, medico, e vicino al mondo gen-z, a quella di un politico repubblicano stanco, di lunga data, utile a varie amministrazioni di destra, l’ultima quella di Trump. Allo spauracchio sul suo nome, lungo e poco “americano”, e la possibilità che sia un seguace del fondamentalismo islamico, ovviamente non hanno abboccato. Sono stati piuttosto ricettivi all’idea di tassare i ricchi e rendere la sanità pubblica. Che Abdul El Sayed sostenga o meno Israele importava poco e nulla, e la riprova è stata l’inefficacia del dietrofront di Haley Stevens, all’ultimo schierata a favore di Mike Rogers proprio sulla questione di Israele. In Iowa, alla figura tecnicamente perfetta – per il tradizionale elettorato repubblicano – di Ashley Hinson, bella, bionda, ex broadcaster, e fortemente centrata sul taglio delle imposte e la costruzione di nuove infrastrutture, i cittadini hanno preferito l’ex atleta paralimpico Turek, contro la guerra perché da suo padre, esposto all’Agente Arancio in Vietnam, ha ereditato la sua disabilità.

In queste profilazioni di perdenti e vincitori, il mondo che fu replicherà le tesi rassicuranti del passato; si parlerà di una grande vittoria del partito democratico, in grado di stare al passo con i tempi e di una cocente sconfitta del partito repubblicano, ostaggio di Trump e del movimento MAGA. Si cercherà incessantemente l’anti-Trump tra i nuovi rappresentanti DEM del Congresso americano, e i grandi realisti ci ricorderanno che Trump è redivivo, e che potrebbe tornare più forte di prima con un gioco di prestigio dei suoi. Si parlerà di un pendolo, che oggi oscillerebbe a sinistra. Ma il pendolo è stato distrutto. Nella grande confusione del presente hanno vinto delle idee che non oscillano a sinistra o destra, fanno un giro a trecentosessanta gradi. Esse hanno fatto breccia dopo anni di sconfitte. Il socialista fastidioso del bar sotto casa ha usato due armi fatali: il tempo e la coerenza. Negli anni ha creduto in un mondo diverso e non si è buttato d’animo quando la battaglia sembrava persa. Se ha fatto compromessi, non li ha mai fatti con le sue idee.

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