La tecnologia è diventata uno dei principali terreni dello scontro geopolitico. Dall’alleanza tra Donald Trump e i colossi della Silicon Valley alla competizione con la Cina, dalla sorveglianza digitale alla crisi della sovranità europea, il potere delle piattaforme attraversa ormai ogni dimensione della vita pubblica. Ne abbiamo parlato con Marta Peirano, giornalista e saggista spagnola, tra le voci più critiche nei confronti dell’economia della sorveglianza, incontrata a Roma in occasione di Bayram. Autrice di El enemigo conoce el sistema e Contra el futuro, Peirano denuncia da anni i rischi della concentrazione del potere digitale nelle mani di poche multinazionali.
– In che modo i risultati delle elezioni israeliane e delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti potrebbero modificare lo scenario internazionale?
L’asse israelo-americano è stato determinante per la geopolitica mondiale degli ultimi anni. Non soltanto per gli aspetti più visibili, dal commercio alla politica internazionale, ma anche per il settore di cui mi occupo, quello tecnologico. Israele è il laboratorio tecnologico degli Stati Uniti. Quindi, se ci fosse un mutamento negli equilibri politici di entrambi questi due paesi, ci troveremmo di fronte a un cambiamento nella governance dell’innovazione occidentale.
– Lei ha scritto che la nuova tecnocrazia americana presenta tratti sempre più autoritari. Come giudica il secondo mandato di Trump e le trasformazioni che sta producendo nei rapporti tra democrazia, capitalismo e potere tecnologico?
Trump ha stretto un’alleanza profonda con i grandi magnati della tecnologia. È indicativo che alla cerimonia d’insediamento del suo secondo mandato abbia scelto di avere alle spalle gli amministratori delegati delle maggiori aziende tecnologiche anziché i ministri del nuovo governo. Negli Stati Uniti si sta sviluppando un sistema di sorveglianza senza precedenti, che non riguarda soltanto le frontiere. Lo conferma il fatto che i dati privati e sensibili dei cittadini sono stati messi a disposizione delle operazioni di controllo dell’immigrazione condotte dall’ICE. Telecamere di sicurezza inoltre registrano quotidianamente gli spostamenti di milioni di persone. Persino i videocitofoni privati condividono con la polizia locale informazioni su quanto accade per strada.
E poi esistono aziende come Palantir, che concentrano informazioni protette provenienti dalle amministrazioni pubbliche per costruire sistemi globali di sorveglianza. A mio giudizio, assistiamo ad una pericolosa tendenza tecnosecuritaria che contraddice le leggi stesse delle democrazie in cui tali sistemi operano.
– Da Peter Thiel a Elon Musk, gli oligarchi digitali hanno rafforzato i legami con la nuova destra americana. Che cosa vogliono costruire?
Una società sorvegliata e controllata da un potere centralizzato e opaco. Le piattaforme digitali, i social network e i modelli di intelligenza artificiale esercitano un’influenza concentrata nelle mani di pochissime imprese. Sono aziende che operano al di sopra o al di sotto della legge, sottraendosi al controllo delle autorità pubbliche. Un governo che sceglie la sorveglianza come forma di governo è, per sua natura, pericoloso e autoritario. In democrazia è il popolo ad avere il diritto di controllare l’amministrazione, non il contrario. Quando è l’amministrazione a sorvegliare il popolo, siamo davanti a un sistema autoritario. Un centro di potere che può vedere tutto, mentre i cittadini non possono sapere nulla, conduce in una sola direzione: il fascismo.

– La competizione tra Stati Uniti e Cina viene però spesso presentata come una corsa inevitabile all’intelligenza artificiale. Non si rischia di regalare la partita dell’innovazione a Pechino?
La rivalità con la Cina è un’ottima scusa per le imprese di intelligenza artificiale. I loro dirigenti sostengono di dover commercializzare prodotti pericolosi, difettosi e fuori controllo, perché altrimenti lo farà prima la Cina.
Da mesi ascoltiamo amministratori delegati spiegare che i loro sistemi possono compromettere infrastrutture, violare banche e accedere a registri riservati di amministrazioni straniere. Eppure continuano a distribuirli. Questo contraddice persino la legislazione americana, che vieta di immettere consapevolmente sul mercato prodotti difettosi o pericolosi. Queste imprese competono tutte contro tutte solo per diventare il sistema operativo dominante della nuova stagione tecnologica. Abbiamo visto Amazon impedire all’agente di intelligenza artificiale di Meta di effettuare acquisti sulla propria piattaforma. Altre aziende americane stanno limitando l’attività dei prodotti concorrenti sui propri server. Non è una competizione patriottica, né una battaglia per l’egemonia occidentale. È una lotta per conquistare un monopolio industriale su scala planetaria.
– In questo contesto, come può l’Europa conquistare una vera sovranità tecnologica e ridurre la dipendenza dalle piattaforme americane?
Il paradossale vantaggio dell’amministrazione Trump è aver reso chiarissimi gli obiettivi del governo americano. Ora non possiamo più dubitare che dipendere dalle piattaforme statunitensi rappresenti un problema di sicurezza nazionale.
Dobbiamo investire collettivamente in piattaforme europee, non soltanto per sottrarci alla sorveglianza, ma anche per proteggerci dallo spionaggio industriale. Non possiamo affidare il futuro dell’industria europea ad aziende che non rispondono alle nostre autorità. Abbiamo bisogno di imprese radicate in Europa, sottoposte alle nostre leggi e ai controlli pubblici.
La strada è un investimento storico nelle università e nei centri di ricerca. Queste tecnologie non nascono nelle fabbriche di semiconduttori, ma dalla ricerca scientifica. La Svizzera dimostra come attorno a istituzioni pubbliche di eccellenza nella robotica e nell’intelligenza artificiale possa svilupparsi un’intera industria, capace di attrarre persino le multinazionali americane.
Se sappiamo produrre conoscenza, proprietà intellettuale e brevetti capaci di risolvere i problemi dell’intelligenza artificiale, non dobbiamo necessariamente cominciare costruendo gigantesche fabbriche di chip. Dobbiamo fare ciò che la Cina ha realizzato negli ultimi quindici anni: sviluppare soluzioni tecnologiche proprie e acquisire la capacità di produrle autonomamente.
– Dall’Argentina di Milei alle nuove destre latinoamericane, il trumpismo esercita una crescente influenza politica e culturale. Quale ruolo hanno le piattaforme digitali nella sua diffusione?
Le piattaforme hanno avuto un impatto profondo e duraturo nel proporre una visione distorta del mondo. All’improvviso sembrava che il pianeta fosse inevitabilmente destinato ad essere guidato dall’estrema destra. I social sono diventati intermediari dell’informazione. Apriamo Twitter, Instagram o TikTok credendo di vedere in ordine cronologico ciò che pubblicano le persone che seguiamo. In realtà riceviamo una selezione politica e personalizzata delle notizie, costruita attorno alle nostre paure, preoccupazioni e aspettative. Ognuno vede una rappresentazione diversa della realtà, senza sapere quale mondo venga mostrato agli altri. Non è semplicemente la radio che sostituisce la stampa, o la televisione che aggiunge immagini alla radio. È un potere senza precedenti, tossico e pericoloso, tanto più perché opaco.
-Le elezioni brasiliane segnano la fine di questa ondata?
In Brasile abbiamo visto un ritorno alla politica di strada, anche se preferisco non assumerlo come modello: la campagna di Lula è stata ibrida e ha fatto ampio ricorso alla propaganda, proprio come quella della destra. Trovo più significativo ciò che è accaduto in Serbia. Una protesta studentesca nata contro condizioni e infrastrutture inadeguate si è trasformata, nel giro di due anni, in un movimento politico capace di mettere in discussione un potere consolidato. È il segno che esistono altre forme di politica. Quel movimento si è organizzato senza dipendere dalle piattaforme digitali, dai social o dai grandi media. Questa è una vera rivoluzione.
– Lei ha criticato l’idea di vietare i social network ai minori, insistendo sulla responsabilità delle piattaforme. Come dovrebbero intervenire i governi europei per limitarne il potere?
Io credo che non dovremmo punire i bambini perché sul mercato circolano prodotti difettosi e dannosi. Il compito delle autorità è proteggerli, non castigarli. Le grandi piattaforme violano da anni le leggi europee. È irresponsabile, oltre che codardo, permettere che continuino a farlo e contemporaneamente limitare i diritti dei minori. Si sta affrontando il problema al contrario.
Una restrizione più severa della libertà di espressione avrebbe conseguenze nefaste e antidemocratiche. Ma applicare con maggiore rigore le norme che già esistono produrrebbe l’effetto opposto: tutelerebbe i diritti e renderebbe più equa la concorrenza.
Oggi le imprese americane possono avvantaggiarsi perché non rispettano le regole, mentre quelle europee sono tenute a farlo. La Commissione sembra voler risolvere questa disparità permettendo anche alle imprese europee di sottrarsi agli obblighi normativi. È una soluzione sbagliata: bisogna imporre a tutte le aziende il rispetto delle stesse leggi.
– Le tensioni tra Spagna e Marocco, soprattutto a Ceuta e Melilla, mostrano come l’immigrazione possa diventare uno strumento di pressione geopolitica. Come evolvono queste forme di potere asimmetrico nell’era Trump?
In peggio. Ho sempre considerato Frontex uno dei punti deboli dell’Unione europea, non perché ritenga necessario rafforzare ulteriormente le frontiere attraverso tecnologie di sorveglianza come quelle impiegate a Gaza, ma perché la nostra gestione dell’immigrazione è incompetente e criminale. Sta provocando morti tragiche e inutili lungo tutte le frontiere europee.
In Spagna si parla continuamente, da una parte, del Paese che si spopola e, dall’altra, della teoria della grande sostituzione. Sono due narrazioni che si contraddicono. Gli Stati Uniti sono diventati una grande potenza anche grazie alla capacità di accogliere, dopo la Seconda guerra mondiale, scienziati, inventori, professori, linguisti e scrittori fuggiti dall’Europa. Hanno trasformato quell’immigrazione in una straordinaria forza produttiva, una ricchezza inestimabile. Noi non riusciamo a capire che le persone che lasciamo morire alle frontiere rappresentano anche una risorsa per rinnovare istituzioni, cultura e progetti. Preferiamo farci colonizzare dall’intelligenza artificiale delle multinazionali americane anziché valorizzare l’intelligenza umana che arriva da altri Paesi. Mi sembra una pessima politica.
– Una maggiore convergenza tra Parigi, Madrid e Roma potrebbe favorire un nuovo asse latino in Europa, capace di promuovere la sovranità tecnologica e ridefinire i rapporti con gli Stati Uniti?
Preferisco non pronunciarmi su questo scenario, perché mancano informazioni decisive, e non soltanto a me: sono informazioni che non sono accessibili a nessuno. Viviamo comunque in un mondo globalizzato nel quale alcune grandi potenze hanno approfittato della nostra pigrizia e dell’incapacità di sviluppare soluzioni tecnologiche autonome. È un buon momento per invertire questa tendenza, senza dimenticare che la più grande e potente infrastruttura che abbiamo costruito nella storia si chiama Internet. Funziona proprio perché è globale, ha una portata planetaria e ha trasformato profondamente la traiettoria economica, culturale e politica del mondo. Possiamo continuare a costruire su questa infrastruttura senza lasciarci colonizzare dalle strutture centralizzate ed estrattive delle due grandi potenze mondiali.