OGGETTO: Lega all'ultimo sangue
DATA: 29 Ottobre 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
Il tracollo dei consensi, la cannibalizzazione del bacino elettorale da parte della neonata creatura politica di Roberto Vannacci e la sfiducia montante dei simpatizzanti rassegnati ai compromessi della dirigenza: il Carroccio è costretto al cambio di passo. Le recentissime prese di posizione sull'Ucraina vanno in questo senso. Ma Salvini appare indebolito e scarico. Chi saprà dunque intestarsi la leadership del partito, offrendo un’alternativa concreta agli orfani del sogno di una Padania libera?
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La Lega, comunque la si pensi, è un partito in perenne mutazione, in risposta alle esigenze dei suoi referenti politico-sociali. Dalle origini separatiste di Bossi che faceva braccio di ferro con Forza Italia per strappare concessioni sul federalismo, al salto nazionalistico di Salvini che premiò nei consensi totalizzando cifre da capogiro alle europee del 2019, la fazione del sole delle Alpi ha fatto capitale politico del bisogno percepito di avvicinare la politica ai cittadini decentralizzando il potere, ridurre il cuneo fiscale sulle PMI, investire nella sicurezza e contrastare l’immigrazione illegale. Passando così, nel corso della sua biografia politica quarantennale, da un’ideologia prima secessionista radicale fino al sovranismo unitarista salviniano (che fiutava il cambio di stagione politica con il venire alla ribalta di nuovi temi oggetto di dibattito e sperava di lucrarci) agli antipodi rispetto alle radici del movimento che sotto la segreteria di Bossi aveva costruito una vera e propria mitologia sui popoli padani da liberare nella loro utopia dal giogo del centralismo statale romano. 

Il colpo messo a segno dall’astuzia politica di Salvini, di fare del Carroccio un partito trasversale di destra nazionale capace di intercettare segmenti del corpo elettorale variegati che si sentivano traditi dai partiti più paludati mettendo temporaneamente fra parentesi gli ideali federalisti ha finito per infrangersi contro il gelo dei vecchi quadri leghisti (Bossi gli tolse il saluto e lo rinnegò pubblicamente) e gli errori politici (ritirare il sostegno a Conte) e la Lega è finita fagocitata da Fratelli d’Italia.

Con la tensione salita alle stelle per gli ultimi sviluppi delle vicende politiche nostrane, nelle stanze di via Bellerio si respira un clima rovente. I fortini leghisti che resistono e le roccaforti della ragnatela di potere verde devono scegliere un nuovo generale per reggere l’urto dell’ascesa di Futuro Nazionale che minaccia di eroderne i consensi con lo slogan di mantenere le promesse tradite sull’immigrazione e la sicurezza dalla compagine governativa, recuperando la centralità perduta e riaffermando le proprie istanze distinguendosi dagli alleati di destra di cui è diventata la pallida imitazione. Analogamente al PD acefalo di Schlein con il partito di Conte su una serie di dossier dirimenti, la Lega va da troppo tempo a rimorchio dell’alleato incapace di riaversi dallo stato comatoso a cui l’ha costretta il suo segretario con scelte azzardate e la mancanza di una strategia a lunga scadenza. Il risultato sotto gli occhi di tutti è un partito che non scuote più le coscienze, che non terremota il dibattito. 

Intanto nelle stanze del potere leghista il malumore cresce, i cavalli di razza in grado di detronizzare Salvini già scalpitano, cercando l’occasione buona per disarcionarlo e riprendersi il partito da riplasmare a loro immagine e somiglianza. In questi giorni, infatti, si è discusso al congresso nazionale la riconferma del leader dimissionario, e mentre in lizza tra i papabili i quotidiani mainstream facevano il nome del presidente della regione Friuli-Venezia Giulia Massimiliano Fedriga e il Doge veneto Luca Zaia, alla fine è stato l’ex ministro del Turismo Massimo Garavaglia, forte di 80 firme tra cui quelle di Massimiliano Romeo e Attilio Fontana, a lanciare il guanto di sfida a Salvini cercando di sottrargli il partito. Conclusosi il death match congressuale con la sconfitta del leghista filo-Draghi (che ha strappato solo 146 voti), fautore di un ritorno alla Lega fieramente nordista dei primi anni maggiormente focalizzata sulla causa delle regioni settentrionali, i pericoli di una guerra civile non sono ancora scongiurati. La maretta con la dirigenza non è stata ricomposta, la fiducia degli elettori duri e puri deve essere ancora riconquistata. Salvini può tuttavia tirare un sospiro di sollievo, ma l’incubo di un partito affossato e incapace di rinnovarsi è solo rinviato. 

Davanti a sé il partito federalista, in bilico permanente tra localismo e nazionalismo, ha due strade impervie che possono sintetizzarsi nel tentativo di radicalizzare alcune proposte della sua offerta politica (come nel caso della remigrazione) per riguadagnare appeal tra quanti sono scesi dal carro leghista accelerandone l’evoluzione in senso lepenista, ma schivando il voto del centrodestra più moderato che teme un contraccolpo economico assecondando la destra più estrema ed entrando in competizione fatalmente con la Meloni. Riposizionarsi nell’agone politico di destra alla vecchia maniera in un ritorno impossibile alle proprie radici indipendentiste rilanciando idee come le macroregioni (apprezzate anche da intellettuali come Massimo Fini), rinunciando però a catalizzare il consenso di alcune sacche di elettori. In altri termini, o la Lega annacqua le sirene salviniane di un partito conservatore allargato pontiere tra Nord e Sud e ricuce con i grandi vecchi del leghismo prima maniera, oppure approfondisce la frattura apertasi con l’azione salviniana alla sua segreteria diventando il clone italiano di AfD, azzoppando Vannacci sul nascere e spingendo sul securitarismo e il sovranismo più radicale cercando di doppiare la Meloni, che paga lo scotto di aver dovuto tradire molte promesse per continuare a governare mantenendo buoni i mercati. 

Roma, Ottobre 2026. XXXVI Martedì di Dissipatio

La vecchia anima della Lega, che ne ha garantito se non i trionfi elettorali almeno una discreta visibilità mediatica durante l’epoca celodurista di Bossi, barricadera, dal basso e aggressivamente autonomista, costola espiantata dalla sinistra secondo la celebre definizione dalemiana, per una parte di elettori e simpatizzanti attende così di tornare alla ribalta non appena faranno capolino eredi che ne sappiano reclamare il lascito. Nel frattempo, confermando il vecchio leader il partito evidenzia, accentuandola, una crisi galoppante tra ras leghisti e cacicchi interessati alla sola amministrazione locale che potrebbero senza difficoltà insediare “il comunista padano”, nel vuoto di una classe dirigente inabile a pensare al dopo Salvini. Quanto più una fazione istituzionalizzata è forte sul piano delle proprie ricette politiche, tanto più è dinamica al suo interno permettendo l’emergere del nuovo, scremando i politicanti di mezza tacca: nel caso della Lega essa rischia di avvilupparsi personalisticamente sulla parabola di un segretario al crepuscolo per assenza di alternative, estinguendosi sulla scena politica. A nulla valgono le deboli proposte sventolate in maniera posticcia dal riconfermato segretario di una ridiscussione del budget militare ucraino, quando sotto la sua regia il passato multilateralismo che aveva portato i leghisti ad essere tacciati di connivenze con la Russia è stato ripetutamente tradito partecipando al posizionamento governativo filoatlantico e pro-Ucraina. 

Anche le recenti dichiarazioni strombazzate a mezzo stampa di presunti legami islamico-comunisti a partire dalle proteste contro il carovita che pesa sempre più sul gobbo delle famiglie italiane tradiscono la pressoché totale scollatura dalla realtà di un Salvini che non riesce più a cavalcare l’onda politica riproponendo i suoi cavalli di battaglia. E dunque, o Salvini avvedendosi della situazione critica sceglie un delfino in grado di traghettare con lungimiranza il partito, oppure il tonfo politico sarà così potente da sancire la disfatta definitiva del suo partito, mandando in soffitta tra idee sbagliate e giuste, principi sostenibili come l’esigenza di un decentramento politico-amministrativo come garanzia di maggiore democrazia di prossimità. O la Lega salva se stessa riuscendo a trovare la formula politica più efficace per sottrarsi all’egemonia governista di Fratelli d’Italia (che da partito “contro” finisce per intestarsi pure l’agenda Draghi) mettendo una pezza sui passi falsi del passato o l’involuzione leghista raggiungerà il culmine con l’implosione della struttura partito.

Umberto Bossi una volta preconizzò che la Lega giunta al potere si sarebbe smembrata dando origine a due poli, uno di sinistra e uno di destra. Sarebbe una tragedia e insieme una farsa se quella profezia venisse realizzata da uno dei suoi epigoni.

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