OGGETTO: Il caos come proposta politica
DATA: 20 Ottobre 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
Le manifestazioni del 17 e 18 ottobre a Parigi e Milano, sfociate in violenze, interrogano il rapporto fra conflitto sociale e conservazione del potere. In Francia, una mobilitazione nata attorno alle condizioni dell'istruzione e dei servizi pubblici si è estesa al carovita. A Milano, durante un corteo mosso da simili cause, gruppi di giovanissimi, molti dei quali estranei alle organizzazioni politiche tradizionali, hanno dato luogo a scontri e devastazioni. Si impone pertanto un interrogativo: quanta parte dell'energia, anche distruttiva, che attraversa le società europee è effettivamente capace di tradursi in soggetto politico?
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La questione non è stabilire se la protesta sia legittima, né dedurre dall’assenza di un programma compiuto l’assenza di cause materiali. Un movimento può proporre e finanche imporre cambiamenti senza aspirare al governo e una sommossa può aprire possibilità impreviste. Eppure la differenza fra destabilizzare un ordine e organizzarne la successione resta decisiva, soprattutto quando la radicalità dei gesti sembra inversamente proporzionale alla visibilità di un progetto. Le vetrine infrante, le scorribande predatorie, l’indistinzione del bersaglio, indicano una rottura più che una direzione politica nella quale essa procederà.

La letteratura aveva già esplorato, senza pretese di previsione sociologica, questa zona opaca. In Regno a venire, J. G. Ballard fa del centro commerciale e del paesaggio suburbano il laboratorio di appartenenze aggressive, dove consumo, tribalismo e violenza si alimentano a vicenda, tratteggiando un ambiente che contribuisce a produrne la grammatica. In Atti casuali di violenza insensata, Jack Womack segue invece la metamorfosi di Lola Hart attraverso una New York in disfacimento; insieme alle garanzie familiari e sociali si deteriora il linguaggio, rendendo la violenza una grammatica esistenziale. Nelle due opere, lungi da identificare un movimento di contestazione capace di nominare i propri avversari, emerge invece una disgregazione nella quale l’antagonismo rischia di trovare compimento nell’esecuzione del gesto stesso o addirittura nel saccheggio.

La protesta, verosimilmente, può intensificarsi senza generare, e senza averne la pretesa, una forza capace di contendere il comando. La questione tuttavia, nel suo più ampio orizzonte, non riguarda soltanto chi scende in piazza o chi da quella protesta viene travolto; investe il meccanismo stesso, e relative procedure, della contendibilità del potere.

Nel Trattato di sociologia generale (1916), Pareto sottrae il problema delle élite alle illusioni di una storia intesa come progressiva abolizione delle gerarchie. Ogni ordinamento conosce minoranze capaci di esercitare il comando; mutano la loro composizione e le procedure della loro selezione. Le aristocrazie si formano, incorporano energie, decadono: la storia è un “cimitero di aristocrazie” solo perché i suoi occupanti non godono di una perpetuità garantita.

Pareto non ignorava la cooptazione, la chiusura oligarchica o il prolungamento artificioso di un dominio ormai esausto. La dialettica fra volpi e leoni, combinazione e persistenza, intelligenza adattiva e ricorso alla forza, descrive precisamente i mezzi attraverso cui una minoranza cerca di rinviare la propria sostituzione. Occorre allora chiedersi se e in che misura il potere contemporaneo abbia divaricato la decadenza dei governanti dalla vulnerabilità dei meccanismi che li selezionano. Un gruppo dirigente può perdere autorità culturale e prestigio pubblico senza che siano altrettanto compromesse le strutture dalle quali trae il proprio prestigio posizionale.

A illuminare questa divergenza contribuisce Christopher Lasch. Nella Rivolta delle élite e il tradimento della democrazia, lo storico americano capovolge Ortega y Gasset: non più le masse come principale minaccia alla civiltà democratica, ma la progressiva secessione di una classe dirigente in grado di sottrarre il proprio destino a quello della comunità. Professionalizzazione, mobilità geografica, reti transnazionali e uniformità dei percorsi formativi permettono ai gruppi privilegiati di esercitare influenza su territori nei quali non sono costretti a condividere integralmente le conseguenze delle decisioni. Senza idealizzare le vecchie aristocrazie, muta così il rapporto fra responsabilità e potere.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

La critica laschiana alla meritocrazia tocca un nervo ancora più scoperto. L’apertura delle carriere può essere presentata come prova della giustizia di un ordine che rimane profondamente gerarchico: alcuni attraversano la frontiera sociale, mentre la frontiera stessa non perde efficacia. Il privilegio trova così nella mobilità la propria giustificazione, poiché chi arriva al vertice viene percepito come il vincitore di una selezione impersonale e chi resta escluso come il suo inevitabile scarto. Il merito, in ogni caso, non garantisce la democratizzazione del comando: consente l’ascesa a pochi, lasciando intatta l’asimmetria decisionale a danno di tutti gli altri.

L’ingresso di figure nuove può rigenerare un’élite senza ridurre la separazione descritta da Lasch; anzi, può renderla politicamente più tollerabile, perché la sostituzione degli uomini offre la prova visibile di un’apertura che lascia indisturbati i criteri della selezione. Il potere, nell’indagine foucaultiana, non è soltanto una proprietà di chi comanda né una sostanza custodita nel vertice dello Stato: circola attraverso istituzioni, saperi, norme, pratiche disciplinari e tecniche di governo delle condotte. Università, amministrazioni e organizzazioni non agiscono necessariamente secondo un disegno unitario; concorrono tuttavia a stabilire chi possa parlare con autorità, quali problemi siano riconosciuti e quali soluzioni appaiano praticabili. La sostituzione del titolare di una funzione non comporta, per ciò solo, una modificazione di tali rapporti.

I dispositivi stessi incontrano resistenze e la continuità delle istituzioni, almeno teoricamente, può tutelare anche lo stato di diritto e non soltanto interessi consolidati. Il punto è che la neutralità delle procedure non si deduce dalla loro capacità di adattamento, così come la contendibilità del potere non si dimostra elencando gli avvicendamenti ai vertici. Una società infatti può sostituire frequentemente i governanti e lasciare pressoché intatte le condizioni alle quali si diventa governanti.

Così, preso atto della circolazione (Pareto), del prezzo antropologico della separazione e della legittimazione meritocratica (Lasch), e dell’esistenza di una trama di relazioni che può sopravvivere alle singole biografie (Foucault), diventa lecito ipotizzare che in certi ordinamenti il ricambio potrebbe essere diventato non l’alternativa alla conservazione, ma una sua tecnica. Non serve immaginare una regia occulta, bastano procedure, incentivi e aspettative che selezionino successori compatibili con l’architettura esistente.

A Parigi la presenza di rivendicazioni, sindacati e forze politiche, impedisce di parlare di un antagonismo interamente orfano di rappresentanza; a Milano la mobilitazione autonoma dei giovanissimi, del resto, non autorizza a prevederne il destino. La violenza in sostanza non è, da sola, né il preludio di una rivoluzione né la prova di un’incapacità politica definitiva. E tuttavia entrambi gli episodi ricordano che l’erosione della legittimità può essere più rapida della sua acquisizione come anche della costruzione di un’alternativa.

Una società attraversata da proteste continue non è necessariamente una società nella quale il potere divenga più contendibile. Se l’opposizione si frammenta in appartenenze territoriali, identitarie fino al tribalismo o generazionali incapaci di collegarsi, la sua energia può gravare sull’ordine senza incidere sui meccanismi della successione. Alla secessione delle élite diagnosticata da Lasch potrebbe corrispondere, dall’altra parte, una dispersione degli esclusi, poiché conflitti apparentemente inconcludenti possono anche generare organizzazioni, alleanze e trasformazioni impreviste.

La prova andrebbe cercata meno nella frequenza degli scontri che in ciò che accade dopo. Cambiano soltanto i titolari degli incarichi, o anche gli indirizzi politici? Nuovi attori acquistano accesso alle risorse, alle informazioni, ai luoghi nei quali si formulano le decisioni? Le istituzioni diventano più modificabili da chi subisce le conseguenze delle loro scelte? È a questo livello, non nello spettacolo della rottura, che si misura la distanza fra alternanza e successione.

Le élite, ad ogni modo, non sono immortali. Guerre, innovazioni e rivolte possono dissolvere anche sistemi apparentemente inattaccabili. Ma la loro decadenza può non coincidere con la perdita delle condizioni del comando, così come l’ingresso di volti nuovi può non segnare una diversa distribuzione discreta del potere. Il problema lasciato aperto da Pareto non è dunque se la storia abbia cessato di essere un cimitero di aristocrazie, ma se la sostituzione delle lapidi basti ancora a mutare il terreno sul quale vengono innalzate. Una società può ribellarsi ai propri governanti e continuare, nondimeno, a lasciare intatte le regole della loro successione, riuscendo a garantire soltanto un incentivo alla produzione del caos.

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