Ci sono romanzi che raccontano il passato e romanzi che provano a interrogarlo. La memoria inquieta degli anni Settanta, per sua natura divisa e ancora oscura, esplode tra le pagine del libro di Andrea Peirone, Il telefono rosso (Bibliotheka, 2026). Non perché l’autore pretenda di sciogliere i nodi della Storia nazionale, ma perché costruisce intorno all’Italia del 1969-70 una vicenda nella quale cronaca e fantastico finiscono per contaminarsi. L’operazione, va detto, è rischiosa: gli anni Settanta sono una specie di territorio minato del nostro passato, raccontati spesso attraverso formule già consumate: la strategia della tensione, gli opposti estremismi, i servizi segreti, le stragi, il terrorismo. Tutto vero, naturalmente, ma anche tutto già interpretato, catalogato, trasformato in repertorio. Peirone sceglie un’altra strada. Porta il lettore dentro quella stagione attraverso la vicenda privata di Adriano, giovane giornalista del Corriere della Sera, e attraverso alcuni incontri destinati a modificare la sua percezione della realtà: Dino Buzzati, Gustavo Rol, il conte Sabadin, il misterioso Fosco, la figura del padre assassinato.
Il romanzo si muove su due piani. Da una parte c’è la Storia: Piazza Fontana, le organizzazioni clandestine, l’estrema destra, la violenza politica.Dall’altra una domanda molto più semplice e dolorosa: chi ha ucciso mio padre? È proprio questa seconda domanda a impedire al romanzo di diventare una ricostruzione storica travestita da fiction.Adriano non è un investigatore, ma un giovane giornalista. Il suo mestiere consiste nel cercare fatti, controllare informazioni, mettere ordine nella realtà. Il padre è stato assassinato il 12 dicembre, lo stesso giorno degli attentati culminati nella strage di Piazza Fontana. La coincidenza diventa per il protagonista una ferita privata che progressivamente si salda a una vicenda più grande. La domanda familiare diventa dunque una domanda politica. E qui Peirone trova terreno fertile, mostrando come la storia penetri nella vita delle persone. Gli anni della strategia della tensione non vengono presentati soltanto come una successione di attentati e sigle. Sono anche gli anni in cui un ragazzo può scoprire che la morte del proprio padre non appartiene esclusivamente alla cronaca familiare: potrebbe essere legata a un sistema di potere, segreti e violenze molto più vasto. La Storia, in altre parole, entra in casa.
L’incontro con Dino Buzzati, poi, introduce un’altra dimensione non meno importante. Il confine incerto tra quotidiano e perturbante, lo straordinario che s’insinua nella vita normale fino a renderla improvvisamente estranea. Peirone sfrutta questa caratteristica senza trasformare l’autore de Il deserto dei tartari in una semplice comparsa illustre. Il giornalista e lo scrittore condividono infatti una medesima curiosità verso ciò che sfugge alla spiegazione immediata. Buzzati accompagna Adriano da Gustavo Rol, e proprio questo incontro modifica il registro della storia. Rol non è interessante soltanto come presunto sensitivo. È interessante perché mette in crisi le categorie attraverso cui Adriano è abituato a interpretare il mondo. Il giornalista vuole verificare. Rol sostiene di poter vedere oltre. Fra queste due posizioni si apre uno spazio narrativo nel quale Peirone inserisce il suo elemento fantastico. Il dispositivo del «commutatore Wernicke» permette ad Adriano di entrare in contatto con ciò che resta dei morti. Ma Rol stesso precisa che non sarebbe l’anima del defunto a parlare: «all’atto della morte, l’anima ritorna a Dio». Ciò che rimane sarebbe invece «un quid, la scintilla d’intelligenza che questi trasmise alle sue opere». È un’idea che interessa il romanzo soprattutto per le conseguenze narrative. Se il morto non torna davvero, ma ciò che ha lasciato continua a esistere, allora la memoria diventa qualcosa di più di un semplice ricordo. Diventa una presenza.
Ora, Peirone non chiede al lettore di trasformarsi in credente o in scettico, piuttosto di accettare una sospensione del giudizio. Il fantastico funziona proprio quando non viene spiegato completamente. Se tutto è razionale, il mistero scompare; se tutto è soprannaturale, scompare ugualmente, perché non esiste più alcuna resistenza alla spiegazione. Il racconto cammina su questo margine, senza mai allontanarsene fino in fondo. Se Adriano vuole capire, Rol propone un’altra possibilità. Nel mezzo, Buzzati osserva. E al lettore spetta di decidere quanto credere e quanto dubitare. Una dinamica che rispecchia, curiosamente, anche il problema del giornalismo: non tutto ciò che appare incredibile è necessariamente falso, ma proprio l’incredibilità di un fatto rende ancora più necessario verificarlo.
A questo punto entra in scena il conte Sabadin, e il romanzo cambia nuovamente tono. La villa sul lago non è più soltanto il luogo elegante dell’incontro con Rol. Diventa il centro di una vicenda politica molto più oscura. Sabadin rappresenta una forma di potere aristocratico e clandestino che osserva la società contemporanea con il disprezzo di chi pensa di poterla governare dall’alto. Il suo interesse per il commutatore Wernicke rivela la vera natura della sua curiosità. Non gli interessa il soprannaturale per ragioni spirituali se non come strumento di controllo. Lo dice apertamente quando parla della possibilità di avere «una linea diretta con… la stanza dei bottoni», definendola «un argomento di grande interesse» nella gestione del potere. Qui il romanzo tocca il rapporto fra informazione e potere. Sapere ciò che gli altri ignorano significa poterli condizionare. In questo senso Sabadin è l’incarnazione narrativa di una concezione del potere fondata sulla segretezza. La parte politica del romanzo funziona soprattutto quando rimane ancorata ai personaggi. Fosco, in particolare, evita la semplificazione del militante ridotto a macchietta ideologica.

È un uomo che ha progressivamente sacrificato la propria vita privata a un’organizzazione e a un’idea della Storia. Il fratello Adriano lo ritrova trasformato in qualcosa che sembra incompatibile con la famiglia. Quando i due si incontrano sul treno, Fosco gli punta una pistola e pronuncia parole definitive: «la storia non guarda in faccia nessuno. Se ne frega dei parenti, degli amici e delle tue stupide responsabilità, e se non l’hai ancora capito, io oggi faccio la storia». Insomma, la trasformazione dell’individuo in strumento di un processo storico che pretende di giustificare qualsiasi sacrificio. Qui il confronto fra i due fratelli introduce una crepa: Adriano non cerca di convincere in alcun modo Fosco, gli dice semplicemente che non vuole lasciarlo solo. E Fosco abbassa la pistola. La politica, una volta tanto, perde centralità davanti alla relazione personale. Tuttavia, non prelude ad una facile riconciliazione. La vicenda di Sabadin dimostra il contrario. Nella cappella segreta della villa, dietro una parete nascosta, compare il simbolo nazista. La sua rete clandestina assume una dimensione esplicitamente eversiva. Sabadin racconta ad Adriano che suo padre era diventato un problema perché sapeva troppo. Il motivo dell’omicidio diventa quindi anche un motivo di potere: eliminare chi conosce informazioni compromettenti. La vicenda privata di Adriano trova così il suo collegamento con la storia nazionale. Non tutto viene spiegato con una teoria generale della strategia della tensione.
Il romanzo è per certi versi più prudente: immagina una vicenda individuale dentro un contesto storico nel quale segretezza, terrorismo e lotta politica costituiscono lo sfondo concreto della vita italiana. Luoghi come il lago di Como, Lecco, Pescarenico, le strade percorse in bicicletta o in motocicletta non sono semplici indicazioni geografiche, ma luoghi della memoria. Il paesaggio permette alla vicenda di sottrarsi all’astrazione. Gli anni Settanta sono anche strade, fabbriche, piazze, bar, case, ville, montagne. Questa attenzione al territorio fa il paio con uno degli aspetti più interessanti del romanzo: la memoria. Per quanto il padre di Adriano sia morto, continua a essere presente nella vicenda. Non soltanto perché il figlio ne cerca l’assassino, ma perché la sua figura determina le scelte del protagonista. Il dialogo con il padre attraverso il dispositivo di Rol costituisce quindi il momento fantastico della storia e, insieme, il più intimamente realistico.Adriano vuole parlare con il padre ancora una volta, dirgli ciò che non gli ha mai detto.
La domanda iniziale – chi ha ucciso mio padre? – progressivamente si trasforma in un’altra domanda: che cosa resta di un padre nella vita di un figlio? La risposta risiede appunto nella memoria intima e personale, nella voce registrata su una bobina, in un incontro fra due fratelli che sembravano ormai appartenere a mondi incompatibili. È significativo che, alla fine, Adriano conservi sia la bobina della voce paterna sia il commutatore Wernicke. Il mistero rimane aperto, ma ciò che conta è quello che Adriano ha compreso di sé. In questo senso, Il telefono rosso può essere letto anche come un romanzo sulla difficoltà di raccontare gli anni Settanta. Ogni generazione li rilegge attraverso le proprie domande, i propri conflitti, le proprie paure. Il testo di Peirone sceglie di affrontarli senza rinunciare alla dimensione romanzesca e senza pretendere di trasformare la narrativa in un tribunale della Storia. La memoria non è un archivio ordinato nel quale ogni documento ha il proprio posto. È fatta di voci, omissioni, ricordi, errori, testimonianze, paure, silenzi. Forse per questo il romanzo si chiude senza una vera pacificazione. Quando il passato non viene assolto, restano solo gli affetti che, imperterriti, continuano a viverci dentro.