OGGETTO: Il Principe è vivo
DATA: 09 Ottobre 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
La democrazia non ha seppellito il principe: lo ha costretto a cambiare nome, costume e tecnica di persuasione. Da Machiavelli a Cesare, dalla verticalità sacrale degli antichi Stati fino ai grandi uomini contemporanei, Peter Sloterdijk in "Il principe e i suoi eredi (Raffaello Cortina Editore, 2026)" ricostruisce la lunga sopravvivenza del comando personale e ci costringe a porci una domanda: siamo davvero sicuri di desiderare un mondo senza padroni?
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La cosa più imbarazzante che si possa dire oggi del principe è che non è affatto morto. Anzi, continua a riscuotere un certo consenso. Non porta più la corona, non pretende di discendere dagli dèi; preferisce, quando può, il completo del candidato, il microfono televisivo, la diretta sui social, il linguaggio elementare della “gente”. Leggendo Il principe e i suoi eredi (Raffaello Cortina Editore, 2026) di Peter Sloterdijk affiora un paradosso: dopo due secoli passati a celebrare la fine della sovranità personale, ci ritroviamo periodicamente sedotti dalla sua reincarnazione. Abbiamo abolito il sovrano, trasformato i sudditi in cittadini, salvo poi scoprire che una parte considerevole di essi continua ad apprezzare l’idea che qualcuno, purché abbastanza energico e televisivamente presentabile, decida al posto loro. Sloterdijk, filosofo che a questi temi ha dedicato una vita intera, non si limita a raccontare la storia del principe. Cerca di capire perché il principe, specie da noi in Occidente (da Trump in giù), ritorni uguale a sé stesso.

E soprattutto perché continui a essere desiderato, proprio nelle società che si proclamano emancipate dalla sua figura. Il punto di partenza è naturalmente Machiavelli, ma sarebbe un errore leggere il testo come una nuova variazione accademica sul tema. All’autore tedesco interessa piuttosto la struttura profonda del fenomeno politico: l’apparizione dell’uomo che si colloca “in alto”, la fascinazione che esercita su chi sta “in basso”, la costruzione di una distanza e, insieme, la produzione di una relazione. In una parola: la verticalità, l’unica dimensione che conta nell’architettura politica. Sloterdijk invita a non affrontare la nascita del principe come se fosse semplicemente la storia di un uomo abbastanza furbo da procurarsi un esercito e abbastanza spietato da conservarlo. Una spiegazione simile, osserva, sarebbe troppo riduttiva. La funzione del principe nasce infatti dentro una dimensione più complessa, nella quale il potere viene innanzitutto percepito come altezza. Il principe sta sopra, il popolo sotto.

E questa disposizione spaziale, prima ancora di diventare un’organizzazione giuridica, è una rappresentazione del mondo. Da qui la cosiddetta “ebbrezza di verticalità”, capace di attraversare le civiltà antiche e di manifestarsi nella costruzione di torri, templi, obelischi, piramidi, necropoli. L’umanità arcaica non si limitava a costruire: costruiva verso l’alto. E in quella tensione si manifestava una concezione del potere come trascendenza. Il potere aveva a che fare con l’investitura sacrale, il rapporto con gli dèi, il cerimoniale, il mito, il segno celeste. Prima di tutto, insomma, la politica doveva impressionare, anche mediante l’utilizzo di simboli e immagini. Si pensi alla Roma repubblicana di Cesare, dove il titolo di re era talmente compromesso da risultare quasi impronunciabile. Il problema non riguardava l’eliminazione del potere personale, ma trovare un’altra parola per nominarlo. Ottaviano risolse il problema con un colpo di genio semantico e politico: il re poteva scomparire, il nome di Cesare no. Questo dimostra che il potere può sopravvivere alla distruzione del proprio vocabolario.

È precisamente ciò che accadrà in epoca moderna, dalle rivoluzioni americana e francese in poi. La democrazia nasce anche come grande progetto di disincanto. Niente più re per diritto divino, niente più sudditi. Al loro posto cittadini, costituzioni, parlamenti, elezioni. Il potere personale svanisce? Niente affatto: cambia solo grammatica. Il presidente democraticamente eletto non è un re, eppure può essere trasformato dall’immaginazione collettiva in un monarca, può costruire intorno alla propria persona un sistema di fedeltà, simboli, rituali e narrazioni molto simile a una forma aggiornata di corte. Non è, dunque, solo una questione di dittatori, autocrati, populisti, fanatici. Se esistono uomini che aspirano al comando assoluto (e gli esempi abbondano), vi sono al contempo moltitudini disposte ad attribuire loro una parte crescente della propria autonomia. Il cittadino contemporaneo non vuole necessariamente essere dominato, vuole essere rassicurato.

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Il principe moderno ha imparato una cosa che i monarchi antichi conoscevano già benissimo: il potere funziona meglio quando appare come soluzione a una paura. Paura della guerra, della crisi economica, dell’immigrazione, del disordine sociale, della decadenza nazionale, della perdita di status, della complessità tecnologica, dell’incertezza. Ogni epoca produce il proprio repertorio di angosce e, puntualmente, qualcuno si presenta per trasformarle in una promessa di ordine. È la trasformazione della politica in una gara di verticalità. Chi sale più in alto? Chi parla più forte? Chi promette di decidere senza esitazioni? Machiavelli avrebbe diffidato degli uomini che dichiarano di non essere interessati al potere. D’altro canto, il grande problema rimane la disponibilità alla subordinazione. A tal proposito, il libro di Sloterdijk incontra una tradizione che da Étienne de La Boétie arriva fino alla critica moderna delle masse: perché gli uomini obbediscono? Perché accettano di vivere sotto un’autorità? E perché, talvolta, sembrano perfino desiderare l’autorità? La risposta non può essere ridotta alla paura. Gli uomini obbediscono anche perché l’obbedienza può risultare comoda.

Tanto la democrazia richiede esercizio, quanto la subordinazione promette sollievo. C’è di più. Questa volontaria servitù giunge a compimento quando la propaganda del principe, venendo ai giorni nostri, passa attraverso i mezzi di comunicazione. Il vecchio sovrano doveva essere visto attraverso statue, cerimonie, processioni, architetture monumentali. Il sovrano moderno può entrare direttamente nelle case e nelle tasche di tutti. Il principe digitale non ha bisogno di essere lontano. Anzi, la sua forza risiede nell’apparire vicino. Tuttavia, il potere vero continua a concentrarsi in alto; semplicemente il vertice dispone di un megafono planetario e può fingere di trovarsi sullo stesso piano della folla. Un’altra delle intuizioni più inquietanti contenute nel libro riguarda ciò che Sloterdijk chiama l’azione a distanza, l’actio in distans. Prima della razionalizzazione moderna, il mondo era popolato da forze invisibili capaci di produrre effetti senza contatto. Il potere poteva essere esercitato da lontano perché si fondava su segni, influenze, minacce, incantesimi. Oggi, invece?  Ebbene, è così ancora oggi. Un uomo può impartire un ordine a migliaia di chilometri. Un’immagine può scatenare una guerra. Un discorso può produrre paura in milioni di persone che non hanno mai incontrato colui che lo pronuncia. La traiettoria conduce inevitabilmente alla violenza.

Nel capitolo dedicato al “Grande e l’Assurdo”, Sloterdijk mostra come l’evoluzione delle tecniche di potere abbia prodotto un aumento vertiginoso della capacità di colpire a distanza. La metallurgia, l’artiglieria, la balistica, fino all’arte missilistica moderna: il vecchio sogno magico di produrre un effetto lontano senza contatto diventa progressivamente una capacità tecnica. Qui la filosofia del principe diventa filosofia della guerra, e le vicende del nostro presente iniziano a delinearsi in tutta la loro drammaticità. Se il potere politico può esercitare effetti sempre più lontani dal luogo nel quale viene deciso, cosa rimane delle singole responsabilità? O delle conseguenze di certe decisioni? Nulla. All’opinione pubblica, invece, la rassicurante certezza che da qualche parte il Principe operi a fin di bene e risolva, tra gli applausi scroscianti, problemi di ordinaria e straordinaria amministrazione.

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