OGGETTO: L'ombra di Epstein sull'AI
DATA: 01 Settembre 2026
SEZIONE: Tecnologia
Jeffrey Epstein investiva sull'AI e ad essa aveva dedicato una branca nella sua fondazione. Costruì una rete di finanziamenti nel settore, e riceveva proposte di ricerca da scienziati di tutto il mondo. La sua visione - l'AI come motore di cambiamenti sociali enormi e come fonte di nuove incommensurabili ricchezze per una ristrettissima élite - si è rivelata, col senno di poi, clamorosamente esatta.
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La popolarizzazione dell’intelligenza artificiale è un evento la cui portata potrà essere compresa e pienamente apprezzata tra decenni. La sua rapidissima diffusione ha avuto conseguenze dirompenti, mettendola al centro del dibattito mondiale. L’influenza dell’AI mette in pericolo posti di lavoro, forza a riconsiderare prassi centenarie, ad esempio in ambito educativo, e fa sorgere nuovi potentati. I padroni dell’intelligenza artificiale, infatti, hanno assunto rapidamente una posizione di forza nell’economia sempre più immateriale del XXI secolo. Il contesto, solo vent’anni fa, era totalmente differente. In un ambiente relativamente piccolo e lontano dai riflettori, si muoveva come se fosse il giardino di casa Jeffrey Epstein. Il miliardario pedofilo aveva un modus operandi perfettamente codificato: grazie a fondi e conferenze, Epstein era riuscito a ritagliarsi un ampio spazio di manovra e a diventare un investitore di riferimento. Uno dei punti di partenza di questa rapida ascesa è il simposio organizzato alle Isole Vergini Americane tra il 14 e il 17 aprile 2002. Epstein aveva finanziato tutto invitando trenta dei più importanti scienziati statunitensi. La conferenza era stata aperta anche agli studenti dell’Università delle Isole Vergini. La circostanza emerge grazie all’interrogatorio, ma sarebbe più corretto parlare di un panegirico nei confronti del suo cliente, di Darren Indyke, avvocato di lungo corso di Epstein, ascoltato dalle autorità isolane nel corso di un contenzioso giudiziario tra JP Morgan, colosso bancario, e le autorità delle Isole Vergini Americane. Epstein era diventato un nome enormemente rispettato nel mondo dell’intelligenza artificiale grazie al supporto dato, nel corso di molti, anni a Marvin Minsky, cofondatore del laboratorio sull’intelligenza artificiale del MIT. Minsky, dopo aver ricevuto centomila dollari dal miliardario pedofilo, era stato ospitato sulla sua isola per due simposi scientifici. Secondo Virginia Giuffre, una delle vittime di Epstein che più si è spesa per la verità e la giustizia, lei era stata istruita per avere rapporti sessuali con Minsky.

L’intelligenza artificiale si legava strettamente, nella visione distorta del mondo di Epstein, all’accrescimento delle possibilità della mente umana che poteva evolvere grazie allo sviluppo tecnologico. Il milieu è chiaramente transumanista. Un sicuro appartenente a questo criptico ambiente culturale è Ben Goertzel, tra i nomi più legati ad Epstein. Lo scienziato nativo brasiliano aveva connesso intelligenza artificiale alla coscienza, due campi molto vicini agli interessi del miliardario newyorchese, il quale, infatti, aveva foraggiato in più di un’occasione le ricerche di Goertzel. Proprio quest’ultimo era stato uno dei principali uomini della «CSTS June 2017», una conferenza sulla tecnologia e la sua presenza nella società. Il suo nome ritornerà a breve. Il ruolo centrale di Epstein nel mondo degli investimenti sull’intelligenza artificiale si nota anche per altri particolari. Il medico Stuart Hameroff, anch’egli famoso per i suoi studi sulla coscienza, aveva chiesto a Epstein di contribuire economicamente a un progetto del Penrose Institute che avrebbe avuto una parte concernente l’AI. Non si conosce la risposta del miliardario newyorchese ma fu proprio Epstein a garantire una parte dei fondi necessari, 50mila dollari, per tenere una conferenza con Hameroff stesso all’Hyatt Regency di San Diego dal 5 al 10 giugno 2017. L’attivismo sfrenato di Epstein per la gestione e promozione di questi incontri, ne aiuta a organizzare a decine da quello che risulta dai documenti disponibili, si può spiegare con le sue stesse parole: «Le conferenze accelerano il processo della scoperta. I leader di un campo non solo condividono idee critiche ma creano piani definitivi per collaborare. La cosa essenziale è che le conferenze siano intime così i partecipanti possono incontrarsi davvero».

Dunque, in breve tempo, Epstein era diventato un finanziatore di riferimento per numerosi studiosi di AI nel mondo. Tale privilegiata posizione si può notare limpidamente parlando di Joichi Ito, presidente del MIT Media Lab. Tra i documenti del miliardario newyorchese, infatti, si evidenzia un pdf di presentazione del fondo Neoteny 4, nato nel 2018. Ito, a capo di questa società d’investimento, cercava soci. L’obiettivo era quello di acquisire partecipazioni in giovani aziende che sviluppassero l’intelligenza artificiale e altre novità tecnologiche. Il fondo puntava a ottenere una cifra compresa tra i 30 e i 50 milioni di dollari. Ito chiedeva a Epstein un contributo tra i 5 e i 15 milioni di dollari, ma «qualunque cifra andrà bene». D’altronde, il miliardario aveva già dato un milione a Neoteny 3, un fondo con i medesimi obiettivi e Ito era una persona di cui ci si poteva fidare viste le migliaia di mail tra i due. Spendere milioni di dollari, inoltre, non era una grande problematica per il finanziere americano.

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Nell’universo del miliardario statunitense all’interno dell’intelligenza artificiale in espansione, un nome cruciale è quello, già citato, di Goertzel, vero e proprio architrave del sistema-Epstein nel mondo della tecnologia. Quest’ultimo era il presidente della Open Cog Foundation and Humanity +, una fondazione dedicata agli scienziati che si occupano di AI. L’obiettivo di questa entità, lautamente sovvenzionata da Epstein stesso, il quale aveva perfino sponsorizzato il sodale con alcuni suoi clienti, tra cui Leon Black. Humanity +, la cui missione era, per ammissione di Goertzel stesso, «transumanista», aveva l’obiettivo di unificare e accelerare la ricerca in campo AI. Per raggiungere tale obiettivo organizzava attività ad ampio raggio, conferenze e simposi comprese. Epstein appoggiava tutto ciò in quanto sposava le sue convinzioni: «La ricerca innovativa non ha bisogno soltanto di sostegno, ma anche della collaborazione con altri ricercatori. Nulla accelera l’innovazione più di una rete ampia e proattiva». Goertzel fungeva da tramite con Epstein anche per il «Singularity Institute for Artificial Intelligence» (SIAI), chiamato oggi «Machine Intelligence Research Institute» (MIRI). Epstein aveva donato, in un’occasione, 50mila dollari ma probabilmente c’erano state altre donazioni nel corso degli anni.

Come spesso si può riscontrare analizzando il caso Epstein, la sua rete si estendeva a livello globale. Gli esperti d’intelligenza artificiale con cui si rapportava non erano solo nativi degli Stati Uniti, come Ron Schank e Al Seckel, o scienziati che avevano negli USA la propria base d’azione, ad esempio Goertzel. Epstein, infatti, aveva avuto un occhio di riguardo anche per Joscha Bach, animatore del MicroPsi Project. Bach, nato in Germania, portava avanti una ricerca sull’utilizzo dell’intelligenza artificiale per la scoperta dei processi cognitivi. Il tema era particolarmente vicino alla sensibilità di Epstein che era stato membro del «Mind, Brain and Behavior Committee» di Harvard, di cui era un generoso donatore. Oltre a Bach, il miliardario newyorchese aveva progetti ad ampio raggio in Etiopia. Epstein, infatti, si era dedicato con grande attenzione all’apertura dell’Addis AI Lab, un laboratorio che si trova a Sidist Kilo, un quartiere di Addis Abeba, capitale del paese africano. In questo laboratorio tecnologico si muovevano decine di scienziati che studiavano robotica, linguistica computazionale e intelligenza artificiale oltre a dedicarsi all’analisi dei dati in senso lato. Gli interessi di Epstein si dipanavano in America, Africa ed Europa ma non solo. Nei documenti del Dipartimento di Giustizia si possono trovare diverse conversazioni con Raafat Al Sabbagh, consigliere reale dell’uomo forte di Riad Mohammed Bin Salman. A giugno del 2016 Epstein commentava il «Saudi Vision 2030», il piano modernizzatore per l’Arabia Saudita pubblicato ad aprile 2015. Data la sua profonda conoscenza dell’intelligenza artificiale, Epstein preconizzava una larga diffusione di tale strumento e rifletteva brevemente sulle conseguenze di tutto ciò. Egli riteneva che molti posti di lavoro sarebbero spariti ed evidenziava ad Al Sabbagh la crisi degli avvocati, i quali erano già stati parzialmente sostituiti dall’AI in alcune grosse corporation. Qualche mese dopo, a giugno, Epstein diceva ad Al Sabbagh che, dopo aver visto il passato a Washington con Obama, Bin Salman avrebbe dovuto visitare il MIT per dare un’occhiata al futuro. La visita, effettivamente, ci fu e fu condita da proteste vibranti da parte di una parte della comunità degli studenti.

Epstein, grazie a milioni di dollari di finanziamenti, aveva un ruolo ben chiaro e riconosciuto all’interno del piccolo mondo dell’intelligenza artificiale in sviluppo travolgente. Questa sua posizione ben nota come dimostrano le mail di scienziati, ad esempio lo svizzero Marcus Abundis, che gli scrivevano per presentare e proporre i propri progetti di ricerca. Sempre nei cosiddetti «Epstein files», c’è un altro documento di cui vale la pena parlare. Peter Thiel, dominus di Palantir, aveva invitato il suo conoscente Jeffrey Epstein ad una serata peculiare, in cui venivano presentate associazioni non profit per lo sviluppo di svariate tecnologie, tra cui ovviamente l’intelligenza artificiale. Questa enorme ragnatela di contatti e finanziamenti sull’intelligenza artificiale, non semplice da gestire, lo aveva spinto a creare una branca speciale della «Jeffrey Epstein Foundation VI»: la «Jeffrey Epstein AI». Quando il miliardario cercò di eliminare gli articoli negativi da Google, con precisi riferimenti alla sua condanna per favoreggiamento della prostituzione, decise di puntare molto sulla pubblicazione di contenuti relativi ai finanziamenti di Epstein in ambito tecnologico e di intelligenza artificiale. La squadra che seguiva le sue pubbliche relazioni, infatti, credeva così di rifare l’immagine del miliardario pedofilo, trasformandolo in un benefattore e filantropo visionario. Occorre poi evidenziare un ultimo elemento. Epstein aveva una forma mentis decisamente affine ai suoi interlocutori che condividevano le idee transumaniste e la grande fiducia per la tecnologica come veicolo di crescita per una porzione della popolazione. Questa concezione elitista era alla base anche dell’agire di Epstein, il quale aveva individuato nell’intelligenza artificiale un campo di sviluppo capace di generare ricchezze future. In questo caso, il miliardario pedofilo ci aveva visto clamorosamente giusto.

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