Tutto è potere, nulla è potere; tutto è equilibrio, nulla lo è. Non c’è stata era in cui le grandi opere non abbiano lasciato un’impronta che, con il fluire del tempo, pur lasciando visibili residui materiali, sono lì ad attestare di passati poteri e sfiorite grandezze. Tutt’ora, dallo Stretto di Bering in Eurasia alla diga Gerd in Etiopia, le infrastrutture continuano ad esercitare un ruolo geopolitico, opere che non collegano solo territori, ma che tracciano i contorni degli equilibri di potere in una realtà sempre più connessa e interdipendente dove le opere non compaiono per ciò che sono, ma per quel che rappresentano. Dalle strade ferrate alle rotte energetiche, passando per i corridoi logistici che attraversano MO, Africa e Asia Centrale, la competizione internazionale si anima sempre più sulle capacità connettive, visto che le opere interpretano il ruolo di strumenti grazie a cui consolidare influenze economiche e garantire sicurezza energetica attraendo investimenti e rafforzando posizioni strategiche. In questo panorama alcune delle infrastrutture più imponenti del mondo assumono dunque un valore che trascende la mera funzione originaria come la Grand Ethiopian Renaissance Dam (Gerd) sul Nilo Azzurro, inaugurata nel settembre 2025 e dove Rinascimento assume valenza trascendente. Alla luce della capacità di contenimento del suo bacino, la Gerd ha conquistato la palma del più grande impianto idroelettrico del continente africano, consentendo all’Etiopia di raddoppiare la capacità di produzione elettrica tanto da diventare un hub da esportazione regionale. Inevitabile che la diga modificasse gli equilibri geopolitici del bacino del Nilo, evocando così il coinvolgimento diplomatico diretto di Addis Abeba, Khartoum e il Cairo, dato che l’opera rappresenta la chiave di volta dello sviluppo industriale della regione alla stregua delle dighe di Rogun in Tagikistan e delle Tre Gole in Cina. L’elemento comune è il controllo idroelettrico, strumento strategico di stabilizzazione economica al pari del canale di Panama per le supply chain globali. Ecco che le grandi opere si trasformano in piattaforme geopolitiche che producono energia, veicolano merci, riducono distanze ridisegnando, al contempo, rapporti di forza e nuove interdipendenze. L’idroelettrico dà forma ad un’imponenza che, assicurando la transizione energetica low-carbon, determina profondi e irreversibili mutamenti ecosistemici.
Nel 2025, mentre il governo etiope inaugurava la Gerd, Egitto e Sudan rilasciavano dichiarazioni congiunte tese a contestualizzare l’unilaterale e minacciosa condotta etiope, dotata di una capacità produttiva pari a quella di tre centrali nucleari di medie dimensioni. Ma è la destabilizzazione che fa notizia, visto che è venuto meno un ordine secolare basato sugli accordi del 1929 e del 1959, con cui Egitto e Sudan si spartivano il volume delle acque del Nilo secondo una ratio che l’Etiopia non ha mai esitato a definire coloniale. Inutile dunque stupirsi già da allora per una possibile guerra per l’acqua, mentre divampavano guerre civili in Etiopia e Sudan, con tensioni che hanno portato a ridefinire la geopolitica del Corno d’Africa e del Mar Rosso, con l’Etiopia che ha rivendicato un accesso privilegiato al mare a Berbera mentre l’Egitto promuoveva un’alleanza con Eritrea e Somalia, riavvicinatasi ad Addis Abeba mercé la mediazione di Ankara. Il fatto è che la Gerd è molto più di una semplice infrastruttura, è un simbolo, un tassello indispensabile per le frustrate ambizioni economiche fin dai fasti imperiali di Hailé Selassié, sfortunato precursore del primo ministro Meles Zenawi, abile, nel 2011, nello sfruttare congiunture favorevoli alla realizzazione dell’invaso. Mentre l’Egitto segnava il passo per il caos conseguente alle Primavere Arabe, l’Etiopia lanciava il progetto ed entrava nel novero dei leoni africani, paesi le cui traiettorie di sviluppo economico facevano auspicare performance positive al pari di quelle delle tigri asiatiche. Non a caso la Gerd, finanziata con fondi nazionali, è stata più volte paragonata nei discorsi ufficiali alla vittoria nella battaglia di Adua del 1896. Tra guerra civile, miliziani organizzati su base etnica in spregio all’autorità federale, la Gerd è forse l’unico collante nazionale rimasto, spalmato sulle ambe da una propaganda che ha trasformato l’immaginario popolare nilotico, avviluppato in una narrazione ambivalente che vuole il fiume da un lato biblicamente sacro, dall’altro erosivo e traditore; la nuova narrazione popolare ha riconsacrato il fiume quale novello figliol prodigo, finalmente tornato per benedire la nazione.

Al netto di stucchevoli oleografie, la diga consentirà sia di raddoppiare la produzione energetica, sia di accrescere influenza ed incassi in valuta forte grazie alle esportazioni a Gibuti ed in Kenya, per espandersi, se ce ne saranno ancora le possibilità, verso l’oriente di Uganda, Tanzania, Burundi, Ruanda, mercati appetibili ma mai quanto quelli di Egitto e Sudafrica, tuttavia carenti in termini politici. Visto il relativamente basso costo dell’energia prodotta dalla Gerd, gli investimenti stranieri hanno riguardato la costruzione di data center e bitcoin farms per l’estrazione di criptovalute, attività energivora ed eticamente discutibile, data l’endemica mancanza di elettrificazione, icona del paradosso di un export ignaro delle criticità primarie. Ma è l’Egitto a vivere un timore incoercibile, visto che ogni diga sul Nilo rappresenta una minaccia esistenziale, condivisa anche dalla Lega Araba, sia all’egemonia idrica regionale sia alla sicurezza interna, un patema vissuto con la supina accettazione del fait accompli determinato dall’intransigenza etiope, sia tentando di salvaguardare il livello idrico della Grande Diga di Assuan, sia di evitare possibili pressing politico-diplomatici etiopi che, tuttavia, le prospezioni idrogeologiche, sembrano escludere anche in via potenziale. Mentre il presidente al-Sisi ha avvertito più volte che la quota annua di acqua nilotica pari a 55,5 miliardi di metri cubi costituisce una linea rossa, l’Etiopia considera la diga come un’esclusività contrastante con il principio egiziano-sudanese che considera l’acqua come bene comune. Del resto, è evidente come le dinamiche politiche debbano considerarsi sempre più ampie, con l’Etiopia, il paese più popoloso del mondo senza uno sbocco sul mare, ricercato, sul Mar Rosso attraverso il Somaliland e sotto l’alea di un conflitto con l’Eritrea considerato possibile dal Robert Lansing Institute. Geografia e politica rendono la situazione sudanese più complessa e articolata di quella egiziana, con la riduzione dell’invaso della diga di Roseires, oggetto di devastazione per sé e per le aree circostanti, se la Gerd, sit iniuria verbis, rilasciasse repentinamente acqua. Il punto è che, pur a fronte delle ripetute negoziazioni, i lavori non solo non hanno rallentato ma hanno visto, nel 2019, un primo sostanziale fallimento mediatorio americano. La Gerd è di fatto passata allo stato operativo pur in carenza di un accordo internazionale tra i paesi rivieraschi e soprattutto in absentia di soggetti politici internazionali, quali la Nile Basin Initiative. e con la inanità del Cooperative Framework Agreement, privato di cogenza dalle mancate ratifiche di Sudan ed Egitto. Convitato di pietra Pechino, che ha scelto un profilo basso avendo investito nella ZE del Canale di Suez e nella nuova capitale a est del Cairo, così come nel settore petrolifero in Sudan. Da parte dell’UE da rilevare una significativa assenza di incisività nonostante la diplomazia idrica dovrebbe essere un memento politico incombente. La geopolitica delle dighe evidenzia un punto di faglia tra il nord globale che punta a solare ed eolico, ed il sud, che ritiene gli invasi quali unici strumenti a lungo termine utili allo sviluppo. Un accordo sostenibile richiederebbe ai governi etiope, egiziano e sudanese un cambio di prospettiva, passando ad una cooperazione integrata nei settori agricolo, energetico e idrico; ma mentre è possibile trovare un compromesso sui volumi d’acqua da spartirsi, molto più arduo è negoziare un progetto politico troppo intriso dell’essenza di significati ideologici inconciliabili. L’inaugurazione della Gerd ha dunque segnato il passaggio tra la fase in cui il confronto trilaterale ruotava intorno a costruzione e riempimento, e l’altra, in cui il nodo non è più se e come fermare il progetto, ma come gestire il nuovo equilibrio strategico che vede il superamento dell’ordine idropolitico storico con l’ascesa regionale etiope al centro di una rete di cointeressenze. Gerd dunque ancora di più quale strumento di potenza trasversale, che consente ad Addis Abeba di aumentare la valenza economica e di rafforzare la capacità di ridefinire le regole del confronto geopolitico che non vede più il Cairo al centro del controllo e con Khartoum trasformato dalla guerra civile da mediatore ad anello debole bisognoso dell’appoggio egiziano.
La portata geopolitica spicca con maggiore evidenza se posta all’interno del più ampio contesto del Corno d’Africa e del Mar Rosso, con la ricerca etiope di nuove aperture strategiche marittime come evidenzia il memorandum sottoscritto nel 2024 con il Somaliland, capace di innescare un ulteriore antagonismo egiziano nell’area. La diga non è dunque solo una querelle idrica, ma una competizione più ampia che coinvolge infrastrutture, sicurezza del Mar Rosso, alleanze regionali e influenza politica nel Corno d’Africa, con la presenza di attori esterni (USA, Cina, Paesi del Golfo) che convergono nel riconoscere il valore strategico del bacino del Nilo. La prima soluzione possibile porta all’ipotesi di uno stallo negoziale controllato e caratterizzato da negoziati intermittenti; una seconda chance considera una polarizzazione regionale crescente, per cui la disputa nilotica favorirebbe alleanze nel Corno d’Africa e nel Mar Rosso; il terzo panorama, meno immediato, si rivolgerebbe ad una cooperazione pragmatico-realistica, non amichevole ma funzionale. Intanto l’Egitto si trova con una quota d’acqua pro capite al di sotto della soglia di povertà idrica, che non agevola piani diplomatici di particolare flemma, tanto più che l’Etiopia non sembra ancora sazia di invasi avendone previsti altri tre sul Nilo Azzurro, tanto più importanti quanto più aggressive sono state le reazioni egiziane sullo scacchiere circostante Addis Abeba, con l’allineamento eritreo per contenere e allontanare l’Etiopia dal mar Rosso, l’accerchiamento delle rotte commerciali etiopi vicino Bab el Mandeb, con il supporto allo swing actor Sudan, bisognoso al contempo dell’idrologia etiope ma anche del sostegno del Cairo. L’ipotesi di un conflitto cinetico diretto appare geopoliticamente superata e lascia lo spazio ad una strategia di contenimento asimmetrico tra Somalia, Eritrea e Gibuti, dove Asmara rappresenta il nodo più strategico per il Cairo, in quanto affacciata direttamente sui chokepoints del Mar Rosso. Di fatto, la convergenza tra Il Cairo e Asmara non è ideologica, ma trae spunto da una realpolitik basata sul principio dell’inimicizia comune. Al momento, la mediazione statunitense si trova in una fase di riattivazione politica pro Cairo, ma anche di stallo in quanto a risultati concreti nonostante il bilaterale di Evian di giugno che, anzi, ha acuito la polarizzazione della situazione sottovalutando il fatto che la Gerd è ormai una realtà operativa. Di fatto l’intervento di Washington ha nullificato lo spazio di manovra diplomatico lasciando intatto il timore circa la possibilità che gli etiopi possano chiudere in ogni momento il rubinetto, non frenati da alcuna resipiscenza circa una possibile e pacificante gestione tecnica della diga.