Jünger in Africa

Nel 1913 Ernst Jünger si arruola nella Legione straniera, certo di poter vivere “arbitrariamente”. Tra fuga, delusione, necessità, “Ludi africani” è un libro fondamentale
Nel 1913 Ernst Jünger si arruola nella Legione straniera, certo di poter vivere “arbitrariamente”. Tra fuga, delusione, necessità, “Ludi africani” è un libro fondamentale

«È un avvenimento bizzarro come la fantasia, simile a una febbre i cui germi sono apportati da lontano, prende possesso della nostra vita e si insedia in essa sempre più profondamente e ardentemente. Alla fine, soltanto l’immaginazione ci pare l’unica realtà e la vita di tutti i giorni un sogno, nel quale ci muoviamo svogliati, come un attore turbato dal suo ruolo. È allora venuto il momento in cui il crescente disgusto fa appello alla ragione e le pone il compito di cercare una via d’uscita».

Con queste parole Ernst Jünger inizia il romanzo autobiografico Ludi africani, pubblicato originariamente nel 1936 e recentemente riedito dalla casa editrice Guanda. Uno scritto, per alcuni versi, meno fortunato rispetto alla vastissima produzione letteraria dell’autore, che, però, registra eventi decisivi per la formazione dello stesso, anche alla luce dell’impostazione narrativa e, nel complesso, letteraria delle opere successive. Il protagonista, il giovane Herbert Berger, alter ego dell’autore, narra la singolare esperienza delle settimane trascorse in Africa, nella Legione straniera, prima che l’intervento del padre lo riconduca sulla retta via. Indiscusso protagonista dell’opera, tuttavia, risulta il viaggio, nella duplice ed essenziale dimensione: quella interiore/spirituale e quella mondana. Il giovane Berger/Jünger, descrivendo uomini e posti che, progressivamente, lo condurranno in Africa – suggestiva meta fisica e ideale –, si sofferma sul tema dell’avventura, avvicinandosi, se pur con le dovute differenze del caso, ad alcune riflessioni di Jean-Paul Sartre ne La nausea.

È un’umanità grezza, imbruttita e irriducibilmente plebea quella che emerge dalle parole dell’autore, magistralmente rappresentata da alcuni personaggi che accompagnano il protagonista dalla malfamata Marsiglia, prima, alla sabbiosa e tropicale Bel-Abbès, poi. A dominare sono l’atmosfera militaresca, lo spirito cameratesco, il sacrificio, l’alcol, le risse, le suggestioni esotiche e le numerose perplessità dell’autore, il quale si misura, fin da subito, con una situazione che, malgrado la forza di volontà propria della sua giovane età, si rivela sproporzionata, più grande di lui e nettamente diversa rispetto a quanto figurato con l’immaginazione di un adolescente appartenente a una famiglia della media borghesia tedesca. Così la realtà soppianta brutalmente la fantasia, ponendo fine ai sogni di un’agiata adolescenza.

«Mio caro signor Berger, lei è in quell’età in cui si sopravvaluta la realtà dei libri. […] Lei è ancora troppo giovane per sapere che vive in un mondo cui non si sfugge. Crede di scoprire cose straordinarie, ma non troverà nulla se non una noia mortale. Oggi esiste solo lo sfruttamento, e per colui che possiede inclinazioni particolari, si escogitano particolari forme di sfruttamento. Lo sfruttamento è la vera forma, il grande tema del nostro secolo, e chi possiede ancora altre idee ne è la vittima più facile, meno costosa. […] Perciò faccia ritorno ai suoi libri, e lo faccia presto, lo faccia subito domani!», recita in modo profetico il dottor Goupil, uno dei principali personaggi del romanzo, riprendendo significativamente le tematiche trattate dall’autore nel celebre saggio L’operaio, che costituiscono i capisaldi di un sistema speculativo destinato a sfuggire a qualsivoglia tradizionale classificazione e che avvicina l’autore a scrittori e pensatori del suo tempo quali Thomas Mann, Oswald Spengler e Carl Schmitt, esponenti di spicco della “Konservative Revolution”, importante movimento politico-culturale nato in Germania a cavallo tra le due guerre.

Il giovane protagonista, però, non si dimostra affatto incline a recitare la parte dello scolaretto che, dinanzi all’“anziano saggio” di turno, si tace per riverenza o, ancora peggio, per un tradizionale e borghesissimo rispetto dei ruoli e finge, quindi, di recepire scontati e nulli insegnamenti, figli di uno sterilissimo principio di autorità; anzi, palesando irriducibile coraggio, oltre a un autentico rispetto nei confronti della libertà, prosegue il suo viaggio – spirituale e mondano – fermo nelle proprie convinzioni e più che mai deciso a scoprire a quale meta le sue scelte lo condurranno. Il viaggio introspettivo, così, procede di pari passo o parallelamente al viaggio fisico: ogni luogo, ogni personaggio, ogni situazione determina un approdo a un nuovo porto interiore, senza annullare, però, le mete precedenti, quasi a riprendere il travagliato e doloroso cammino della coscienza, proprio della dialettica hegeliana nella Fenomenologia dello spirito.

Sentivo chiaramente che questi sforzi per dare a me stesso la prima spinta verso il mondo dell’avventura erano ostacolati soprattutto dalla mia stessa paura. Il mio più forte avversario ero in questo caso io stesso, cioè un tipo pigro, che amava passare il tempo fantasticando sui libri, e veder muovere i suoi eroi in contrade pericolose, invece di mettersi in cammino nella notte e nella nebbia per fare altrettanto. Ma vi era un altro spirito, più selvaggio, il quale mi sussurrava che il pericolo non è uno spettacolo di cui si può godere seduti in poltrona, ma che deve esservi un’altra soddisfazione nell’osare di spingersi nella sua realtà; e quest’altro spirito cercava di trascinarmi sul palcoscenico. […] Supponevo con ragione che fosse possibile incontrare i figli naturali della vita soltanto voltando le spalle all’ordine costituito.

L’immagine che si staglia è quella del “contemplatore solitario” che trova nell’Africa l’agognato termine ultimo di un peregrinare all’insegna del pericolo, insieme alla vivida speranza della possibilità di un’esistenza “arbitraria”. L’esperienza africana, per contro, con la sua dose di crudo dolore e sofferenze, fa uomo il ragazzo, forgiandone indelebilmente lo spirito e trasformando il sognatore Herbert Berger in Ernst Jünger, colui che, di lì a poco, conoscerà, da volontario, l’odore delle trincee del primo conflitto mondiale e le celebri “tempeste d’acciaio”, facendo della battaglia l’esperienza interiore per eccellenza.

Risulta agevole, perciò, rintracciare le radici dell’imperitura fama letteraria dell’autore in alcuni motivi di questo breve scritto. Le inclinazioni guerresche e il coraggio delle scelte inattuali e impopolari che, di certo, stridono con un sistema di valori solo apparentemente “umanistici”, ma, in realtà, essenzialmente borghesi, il cui fine ultimo è l’appiattimento delle coscienze e l’omologazione culturale. Il giovane protagonista del romanzo, pertanto, finisce per vestire e svestire i panni del ribelle. Indubbiamente è ribelle, ma non nell’accezione derivante da una lunga tradizione giacobina, socialista e marxista: ciò, invero, costituisce solo l’ennesima via parallela per un odioso conformismo culturale, oltre a un ottimo riparo dalla realtà; egli, piuttosto, è ribelle in quell’accezione delineata dalla figura nietzscheana dello “spirito libero”, il quale non teme affatto di ritornare sui suoi passi, non essendo vincolato a nulla; è ribelle perché non teme di fare i conti con le proprie scelte, giuste o sbagliate che si rivelino (“Si provano tutte le esperienze e si prova anche il loro contrario”), ed è ribelle, soprattutto, perché, in Africa, impara a svestire i vecchi panni del “ribelle”, imparando ad ascoltare e a osservare e facendo tesoro della dura lezione esotica.

Appena raggiunta, per lo più con grandi difficoltà, la meta, ecco la loro smania far posto a una violenta delusione, per poi cercare, con lo stesso fervore, di fuggire. Tutti avevano cercato qualcosa di vago, forse un luogo in cui le leggi avessero perduto la loro validità, forse un mondo fiabesco oppure l’isola dell’oblio. Ma subito s’avvedevano dell’insensatezza della loro impresa e la nostalgia li assaliva come una malattia mentale. […] Ma dopo tutto nessuno si lascia subordinare più facilmente di colui che non sa ciò che vuole. 

I ludi africani, dunque, si rivelano preziosi e, nel contempo, severi insegnanti, giacché educano il giovane Berger/Jünger all’autarchia, facendo riecheggiare l’antico insegnamento socratico. L’uomo autarchico è l’uomo libero, il quale scopre l’essenza stessa della libertà non nella possibilità di vivere arbitrariamente, secondo una chiave di lettura grossolana, rozza, profondamente libertina e pericolosamente fuorviante, bensì nell’impossibilità di vivere arbitrariamente, così come viene fuori, per l’appunto, dalle nobili riflessioni di Socrate e Hegel. Dall’Africa il ragazzo Herbert Berger tornerà sconfitto, perfino umiliato, e con il pesante fardello dei sogni infranti ben saldo sulle proprie spalle; Ernst Jünger, l’uomo, invece, vincitore, con un bagaglio di esperienze decisamente arricchito, qualche cicatrice e una visione della realtà molto più concreta.

I ludi africani segnano, quindi, una tappa fondamentale dello spirito dello scrittore, cementando principi e certezze destinati ad accompagnarlo fedelmente nelle successive e maggiori esperienze. Per l’autore tedesco, infatti, si schiuderanno le porte di un’importante storia di gloria, libertà e indipendenza, cui finanche la Germania nazionalsocialista di Adolf Hitler si prostrerà. Significative, al riguardo, sono le parole di Joseph Goebbels, il ministro della Propaganda del Terzo Reich, il quale scrive nei suo diari: «gli facemmo ponti d’oro che lui sempre si rifiutò di attraversare». La sconfitta e la vittoria, così, sotto il sole cocente africano, risultano complementari, quasi tesi e antitesi di una bellissima sintesi finale.

La puntata nelle sfere in cui non esistono leggi è ricca d’insegnamenti come la prima avventura amorosa e il primo combattimento; il comune denominatore di questi contatti precoci sta nella sconfitta, che risveglia nuove e più vigorose energie. Nasciamo un po’ troppo selvaggi e curiamo le inquietudini febbrili con pozioni di natura amara. […] “Tutti sono capaci di vivere arbitrariamente”, suona un detto famoso; sarebbe più giusto dire che nessuno può vivere arbitrariamente.                    

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