Citizen Vigilante segue Sanders, facoltoso americano ex ufficiale dell’esercito degli Stati Uniti che vive in una città europea non specificata. Di fronte a violenze rimaste impunite e a una giustizia che giudica incapace di proteggere le vittime, decide di fare da sé. Caccia criminali violenti e stupratori, la maggior parte dei quali immigrati. Poi allarga il bersaglio alla vera causa della degenerazione criminale: giudici corrotti, apparati compiacenti, ingranaggi che garantiscono l’impunità. Diventa insieme ricercato ed eroe popolare. Fuori legge per le istituzioni. Giustiziere per quanti non riconoscono più nelle istituzioni alcuna giustizia. Il film mette in scena la rottura del patto sociale.
Lo Stato moderno nasce da una rinuncia originaria. L’individuo depone la vendetta, consegna la forza, accetta il limite. In cambio riceve protezione, ordine, giustizia. È questo scambio a rendere sopportabile l’obbedienza. Quando però il potere continua a esigere disciplina senza garantire sicurezza, il patto si svuota dall’interno. Il cittadino autoctono conserva tutti i propri doveri, mentre il potere si sottrae dai suoi. Non può difendersi autonomamente, non può punire chi lo aggredisce, non può oltrepassare i limiti imposti dalla legge. Deve però assistere all’impunità di chi quei limiti li viola. Sotto la superficie dell’ordine riemerge lo stato di natura descritto da Hobbes: homo homini lupus. Un tutti contro tutti nel quale le istituzioni hanno cessato di svolgere la funzione per cui esistono.
Sanders incarna il ritorno del diritto individuale a reagire quando il potere ha tradito il proprio mandato. Qui il discorso incontra Locke: se il governo non tutela più la vita, la libertà e la proprietà, ma diventa complice dell’insicurezza che avrebbe dovuto impedire, il popolo conserva il diritto di opporsi. Nel Secondo trattato sul governo il potere politico riceve la forza per proteggere la comunità:
«Perciò chiunque abbia il potere legislativo, ossia il potere supremo, di una comunità politica, è tenuto a governare con leggi stabilite e fisse […] per prevenire o riparare torti provocati da stranieri, e assicurare la comunità da incursioni e invasioni. E tutto ciò deve essere diretto a nessun altro fine, se non alla pace, alla sicurezza e al bene pubblico del popolo».
Poi aggiunge che «Ogni volta che i legislatori tentano di togliere e distruggere la proprietà del popolo, o di ridurlo in schiavitù sotto un potere arbitrario, si pongono in stato di guerra con il popolo, il quale è allora sciolto da ogni ulteriore obbedienza».
Attraverso questa violazione della fiducia, i governanti perdono il potere ricevuto, che ritorna al popolo. Quest’ultimo conserva il diritto di recuperare la propria libertà originaria e di istituire un nuovo legislativo per provvedere alla propria «sicurezza e salvezza» Il vigilante interviene proprio quando ormai il patto è rotto, il potere conserva il monopolio della forza, ma ne dismette la funzione protettiva. Il tema dell’immigrazione prende corpo attraverso una questione che il discorso pubblico europeo tende a isolare o attenuare, quella dei crimini commessi da immigrati, soprattutto quando sono violenti, reiterati o sessuali.
Fatti scomodi perché incompatibili con la narrazione di un’integrazione destinata comunque a compiersi. Il singolo episodio viene ammesso. Poi spiegato, giustificato, ricondotto al disagio sociale o alla sofferenza psicologica. Infine, assorbito nel rumore di fondo. La ricorrenza, invece, viene negata. Una società troppo impegnata a raccontarsi comprensiva finisce per credere al proprio racconto anche quando i fatti lo contraddicono. Non corregge la narrazione sulla realtà. Corregge la realtà perché continui a coincidere con la narrazione. Ciò che contraddice il discorso ufficiale viene reso indicibile, marginale, irrilevante.
Le istituzioni rimuovono il problema perché riconoscerlo significherebbe ammettere il fallimento delle politiche migratorie, della retorica multiculturalista e di un sistema che ha protetto più tenacemente il proprio racconto che i cittadini. Chi prova a esercitare pensiero critico viene accusato di razzismo, xenofobia, islamofobia. Ogni sistema decide quali fatti meritano luce e quali devono restare nella penombra. Quali vittime possono diventare simbolo e quali rischiano di disturbare la liturgia dominante. Ogni crimine incompatibile con il racconto ufficiale minaccia anni di propaganda sull’integrazione inevitabile e sul multiculturalismo elevato a bene indiscutibile.

La tutela del racconto prevale sulla tutela delle vittime. Queste ultime diventano danno collaterale della narrazione. La loro sofferenza viene attenuata, privatizzata, pur di non offrire argomenti a chi contesta il sistema. Citizen Vigilante colpisce proprio perché rompe questo meccanismo. Espone la violenza di istituzioni che falliscono nel proteggere e pretendono poi il silenzio dei cittadini, affinché la realtà non contraddica la dottrina con cui giustificano il proprio fallimento. Quando lo Stato non soltanto abbandona chi obbedisce alle sue leggi, ma gli chiede anche di tacere accade che la rabbia si accumuli. Crescono sfiducia, solitudine, desiderio di vendetta. Il cittadino non vede più nella legge il limite che impedisce la barbarie, ma la barriera che protegge chi l’ha già violata. La giustizia privata comincia allora a presentarsi come unica soluzione all’assenza della giustizia dello Stato. Prodotto del vuoto istituzionale. Poi emerge una delle contraddizioni più profonde dell’Europa contemporanea. Il continente che si proclama patria della libertà di parola, del pluralismo e della democrazia rivela la propria insofferenza quando un’opera porta sullo schermo ciò che preferisce non vedere.
In Germania la FSK, l’ente di autoregolamentazione cinematografica, ha negato a Citizen Vigilante qualsiasi classificazione anagrafica, ostacolandone drasticamente la normale distribuzione e spingendolo fuori dai consueti circuiti cinematografici e commerciali. Uwe Boll ha denunciato la decisione come censura politicamente motivata, mentre la FSK avrebbe contestato all’opera una rappresentazione favorevole della giustizia privata. In realtà, la vera motivazione è un’altra: il film mette in scena una realtà che il discorso pubblico europeo preferisce ignorare – la criminalità legata all’immigrazione, l’impotenza delle istituzioni e la crescente distanza tra i cittadini e chi dovrebbe proteggerli.
L’etichetta è arrivata puntuale: «xenofobo». Parole ormai usate per interrompere il discorso, impedire ogni dubbio, ogni verifica, ogni possibilità di mettere in discussione la narrazione dominante. Nelle pieghe dell’ambiguità semantica, le parole cessano di chiarire il reale e diventano armi. Non spiegano. Colpiscono. Non confutano l’avversario. Lo delegittimano.
Va aggiunto un elemento di proporzione. Citizen Vigilante nasce dentro un panorama cinematografico attraversato per anni, quasi senza contraddittorio, dalla stessa grammatica morale: inclusione obbligatoria, multiculturalismo salvifico, identità occidentale come colpa, conflitto ridotto a pregiudizio. Non è pensabile che un solo film possa incrinare una liturgia destinata a continuare. Uno contro tutti. Eppure, basta una sola deviazione perché scatti l’allarme. Non perché l’opera domini il discorso, ma perché dimostra che un altro punto di vista è possibile. Il problema non è la sua forza, esigua, quasi irrilevante. È la rottura del monopolio.
Per anni il politicamente corretto ha imposto al cinema il proprio lessico, i propri colpevoli, le proprie vittime, stabilendo ciò che poteva essere mostrato e ciò che doveva restare fuori campo, imponendo la propria egemonia culturale. Poi arriva un film che rovescia lo sguardo. E improvvisamente il pluralismo diventa pericoloso. Più facile colpire il film che affrontarne le domande. Più sicuro delegittimare l’autore che discutere il fallimento delle politiche di sicurezza, le conseguenze di un’immigrazione non governata, il senso di abbandono di chi lavora, rispetta la legge e chiede soltanto di non essere lasciato solo.
L’Europa condanna la censura delle autocrazie. Poi pratica forme più sofisticate di esclusione contro ciò che incrina il proprio consenso ideologico. Non servono divieti solenni, polizia politica, sequestri. Bastano classificazioni negate, distribuzioni ostacolate, campagne di delegittimazione, marchi morali capaci di rendere socialmente impronunciabile un’opinione. Qui sta la sua efficacia. I sistemi autoritari non nascondono la centralità del controllo. L’ Europacontinua invece a raccontarsi aperta mentre restringe lo spazio concesso a chi mette in discussione il multiculturalismo, l’immigrazione incontrollata o l’incapacità dello Stato di proteggere i propri cittadini.
Il dissenso viene spinto ai margini finché chi lo esprime impara ad autocensurarsi perché il prezzo sociale della parola diventa superiore a quello del silenzio. Eppure, il tentativo di contenere la pellicola ha prodotto l’effetto opposto. ha cominciato a circolare sulle piattaforme, soprattutto su X, rilanciata anche da Elon Musk. Al di là delle stroncature della critica ufficiale, ha raccolto grande visibilità, visualizzazioni e reazioni. Classico effetto di ritorno. Ciò che viene sottratto allo sguardo diventa più desiderabile. Ciò che viene dichiarato indicibile acquista forza proprio perché qualcuno tenta di impedirne la visione. Ciò che le istituzioni rifiutano di nominare non scompare. Si accumula nel sottosuolo sociale, si trasforma in rabbia e insofferenza. In attesa del detonatore.