Intervista

Federica Saini Fascinotti: «La Libia è un organismo politico incompiuto con tendenze neomedievali»

«Gheddafi ha lasciato un Paese devastato. La Libia non è mai esistita come Stato sovrano nazionale nel senso europeo del termine. Non ha mai avuto una democrazia e non ha mai avuto istituzioni solide. Gheddafi ha volutamente impedito la formazione di istituzioni autonome. Ha concentrato il potere su di sé e sulla propria cerchia. Quando è stato ucciso, non c'erano argini capaci di contenere milizie, estremismi e tensioni locali»
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La Libia è il laboratorio più vicino del disordine mediterraneo. Non uno Stato fallito nel senso formale del termine, né un rouge state unitario capace di porsi come potenza ostile compatta, ma un organismo politico incompiuto, attraversato da diversi interessi e tensioni internazionali. In questo clima di apparente stabilizzazione e reale ambiguità la rivalità tra famiglie, milizie e gruppi criminali si presenta come la carsica promessa di preoccupazioni e rischi futuri. Per meglio conoscere i nodi dello scenario libico abbiamo incontrato Federica Saini Fascinotti, storica militare, politologa esperta in dinamiche africane e controguerriglia già consulente del Segretario alla Difesa statunitense James Mattis sulle dinamiche libiche e africane.

-Come vede l’attuale scenario libico?

Da anni sostengo che lo scenario libico sia in peggioramento. La stabilità attuale è soltanto apparente. Essa non nasce da un processo politico, ma da una divisione di fatto del potere tra Cirenaica e Tripolitania.

In Cirenaica abbiamo il ruolo chiave del maresciallo Khalifa Haftar e della sua famiglia. I figli, in particolare Saddam, hanno assunto un ruolo sempre più importante nella gestione del potere. In Tripolitania, invece, si osserva una continuità interna alla famiglia Dbeibah. Abdulhamid Dbeibah che è primo ministro dal 2021 ed avrebbe dovuto accompagnare il Paese verso le elezioni, ma esse non si sono tenute ed è rimasto al potere senza una vera legittimazione popolare. Ed anche attorno a Dbeibah si parla del peso crescente del nipote Ibrahim in un contesto in cui la componente affaristica è preponderante. 

L’uccisione di Abdel Ghani al-Kikli, leader dello Stability Support Apparatus, ha evidenziato ulteriormente la gravità della situazione libica. Quando un capo milizia come lui viene eliminato davanti a esponenti governativi, è chiaro che il problema non sia più solo militare, ma riguarda la natura stessa dello “Stato”. Siamo dentro un contesto in cui alle logiche democratiche o meramente autoritarie prevalgono dinamiche familiari, personali e affaristiche che determinano uno scenario tutto tranne che confortante.

-Quali sono le ragioni di questo peggioramento?

La comunità internazionale dopo la rivoluzione ha preso atto che, almeno oggi, la democrazia in Libia è impossibile. Non parlo solo dell’Occidente, ma anche degli attori mediorientali e del Golfo. Tutti hanno scelto la realpolitik preferendo trattare con gli interlocutori presenti sul territorio per gestire energia, affari, finanza e sicurezza piuttosto che sostenere un movimento democratico.

Il paradosso è che la Libia avrebbe risorse enormi. Ha un petrolio abbondante e di ottima qualità, e una popolazione di circa sette milioni di abitanti. Il problema non è quindi certamente la scarsità delle risorse, ma la qualità della leadership. La classe dirigente è predatoria, incapace di costruire uno Stato e interessata soprattutto alla conservazione delle proprie rendite.

Non esiste un pensiero politico, sociale ed economico di lungo periodo con una logica autoreferenziale e un pesante ostruzionismo verso ogni miglioramento. Lo si è visto anche con il blocco dei processi di automatizzazione per il pagamento dei salari. Siamo davanti a una forma di Stato criminale. O, più precisamente, a un protostato.

-Perché protostato e non un failed state?

Perché la Libia non è la Somalia. Non è uno Stato fallito. È un organismo politico incompiuto con tendenze neomedievali, nel quale si consolidano poteri locali, milizie, mercenari, reti familiari e interessi territoriali come nel contesto feudale.

La Libia è un Paese enorme, logisticamente complesso, con aree desertiche difficili da controllare. Anche sotto Gheddafi non era amministrata come uno Stato moderno e uniforme. Il Fezzan, per esempio, non era gestito come una regione pienamente integrata nello Stato centrale.

Gheddafi inoltre ha lasciato un Paese devastato. La Libia non è mai esistita come Stato sovrano nazionale nel senso europeo del termine. Non ha mai avuto una democrazia e non ha mai avuto istituzioni solide. Gheddafi ha volutamente impedito la formazione di istituzioni autonome. Ha concentrato il potere su di sé e sulla propria cerchia. Quando è stato ucciso, non c’erano argini capaci di contenere milizie, estremismi e tensioni locali.

-Qual è stato l’errore della comunità internazionale dopo il 2011?

Credere che i libici potessero fare da soli. Dopo le elezioni del 2012, la comunità internazionale ha accettato l’idea che la Libia potesse autogestire la propria transizione. Era comprensibile che i libici lo volessero, ma non avevano gli strumenti.

Mancavano istituzioni, amministrazione, cultura politica, partiti, mediazione. Mancava anche una borghesia interna sufficientemente forte. Una parte importante della leadership istruita viveva all’estero.

Le transizioni democratiche richiedono decenni. Bisognava accompagnare la Libia passo dopo passo. Lasciarla sola ha prodotto lo scenario attuale.

-Saif al-Islam Gheddafi avrebbe potuto rappresentare una soluzione?

Non credo. Saif al-Islam non aveva una vera presa sulla popolazione e non disponeva di un apparato istituzionale dietro di sé. Era una figura del passato, compromessa dal sostegno al padre nel 2011 e legata al ricordo di quarantadue anni di dittatura.

Una parte del Paese ha sostenuto Gheddafi, ma un’altra lo odiava profondamente. Saif ricordava quel regime. Non poteva rappresentare una soluzione nazionale. Era più uno specchietto per le allodole che una figura politicamente consistente in quella realtà.

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

-Si torna spesso a parlare di riunificazione libica. È uno scenario possibile?

Mi sembra una prospettiva poco realistica. Alcuni leggono esercitazioni militari come Flintlock, con la partecipazione anche di Paesi africani, come segnali di coordinamento. Ma non basta un’esercitazione per immaginare una roadmap seria.

Le divisioni tra Bengasi e Tripoli sono troppo radicate e i loro governi non sono legittimati dal voto. La corruzione è inoltre dilagante. Inoltre, la leadership attuale non ha interesse a una vera unificazione. 

-Perché?

In quanto lo status quo consente di arricchirsi senza controlli. Sull’attuale scenario gravano inoltre il contrabbando di petrolio, la violazione dell’embargo sulle armi, lo strapotere della criminalità e i traffici locali. Tutti fattori che ostacolano una normalizzazione del quadro libico. In queste condizioni non vedo una riunificazione democratica possibile. Troppi sono gli interessi e le barriere a questo processo. L’unica ipotesi sarebbe una spartizione del potere tra famiglie, clan e gruppi armati: una forma di oligarchia fondata sulla divisione delle rendite e dei proventi petroliferi senza il voto. In questo caso il primo ministro diventerebbe Ibrahim Dbeibah e il presidente sarebbe Haftar. Ma si tratterebbe della creazione di una autocrazia oligarchica nel Mediterraneo senza nessuna transizione verso la democrazia.

-Che ruolo giocano Italia e Turchia?

Italia e Turchia sono sempre presenti. Lo erano con Gheddafi, lo sono state durante la rivoluzione e lo sono rimaste nel periodo successivo. Hanno avuto momenti di tensione, soprattutto dopo la guerra civile del 2019, ma oggi non vedo un conflitto diretto.

Sono attori pragmatici, interessati a energia, affari e ad amplificare e mantenere la loro presenza economica. L’Italia è più radicata in Tripolitania, pur mantenendo contatti con la Cirenaica. La Turchia, negli ultimi mesi, ha intensificato a sua volta i rapporti anche a est. Entrambe resteranno partner importanti della Libia e lo saranno sempre di più in futuro. 

-Questa presenza può favorire uno state building?

Oggi non mi sembra. All’inizio, dopo il 2011, il tema della costruzione istituzionale era sul tavolo. Riguardava anche Stati Uniti e altri attori internazionali. Ora prevalgono interessi concreti quali energia, sicurezza, economia, migrazioni e gestione dei dossier urgenti.

Il tema della costruzione istituzionale come quello dei diritti umani, per i principali attori in gioco, sono sostanzialmente spariti dall’orizzonte libico.

-Come valuta il Piano Mattei?

Non lo critico in sé. Anzi non si tratta di un’idea sbagliata. Il problema è la sproporzione tra ambizione e mezzi. Una dotazione iniziale di circa cinque miliardi e mezzo di euro, spalmata su più anni, è poco per un continente come l’Africa, soprattutto se confrontata con ciò che investe la Cina.

L’Italia ha certo rapporti storici e interessi concreti nel continente. Ma non può pensare di ricostruire una rete africana solo con annunci politici. Serve una strategia coerente, coordinata, di lungo periodo e con risorse adeguate. Soprattutto in un’ottica europea. 

-Altri attori, invece, sembrano muoversi in Africa con maggiore concretezza.

Sì. Cina, India, Turchia, Brasile sono Paesi forti, in crescita, con capacità economiche rilevanti. Hanno investito molto e continueranno a farlo.

La presenza cinese nel continente africano è impressionante. Anche la Turchia ha costruito una rete capillare: basta guardare il numero delle ambasciate e la presenza sul territorio. Sono attori attivi, privi di molti freni politici e morali che condizionano l’Occidente. La loro presenza sarà sempre più competitiva rispetto alla nostra.

-Assistiamo ad una nuova convergenza verso l’africa?

In parte sì, ma con una differenza decisiva. Non è più solo una competizione tra potenze occidentali. È una competizione più ampia, nella quale i rapporti Sud-Sud diventano centrali.

Questi Paesi costruiscono infrastrutture, reti economiche, formazione delle classi dirigenti, relazioni politiche. L’Occidente non può più guardare all’Africa come a uno spazio nel quale conserva automaticamente un vantaggio. Anche perché l’influenza di queste potenze sarà sempre di più antagonista a quella europea.

-Il sud della Libia è centrale in queste dinamiche?

Sì. Il Fezzan e il sud libico sono fondamentali. In Libia ci sono gruppi jihadisti tornati più attivi dopo una fase di minore presenza. Penso a JNIM, ad Al-Qaeda e ad altre sigle.

Sono presenti soprattutto nelle aree desertiche, difficili da controllare. Kufra è diventata un hub di passaggio non solo per gruppi jihadisti, ma anche per milizie e forze legate al conflitto sudanese, comprese reti vicine alle Rapid Support Forces. La guerra del Sudan si proietta nel sud della Libia.

Sono spazi senza veri confini, estremamente porosi e vulnerabili che vanno pensati come un unico organismo strategico. 

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