OGGETTO: Una società che si nutre di violenza
DATA: 20 Aprile 2026
SEZIONE: Società
FORMATO: Visioni
Una donna aggredita a cinghiate su un autobus ad Alessandria, ripresa da smartphone senza che nessuno intervenisse. Quella che potrebbe sembrare mera insensibilità è semplicemente la logica dello spettacolo integrato nella vita, dove la violenza diventa contenuto da condividere, il dolore altrui si trasforma in eccitamento e chi filma è, a sua modo, altrettanto vittima di chi subisce.
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Nelle scene più violente di alcuni film o anime distopici è possibile vedere il futuro o lo sviluppo del nostro presente. L’aggressione di una donna su di un mezzo pubblico ad Alessandria, compiuta a colpi di cinghiate sotto lo sguardo gelido ed impassibile di chi riprendeva la scena con una cellulare senza mostrare alcun interesse se non la morbosità di catturare un momento “forte”, dimostra che nelle distopie vi è sempre un tratto profetico.

Nel futuro l’umanità è rappresentata sovente come insensibile, apatica, perduta nell’atto compulsivo di “guardare”. Attraverso i molteplici schermi, unica concessione offerte alle vite devitalizzate dal lavoro e dalla tecnica, l’uomo soddisfa tramite sublimazione visiva tutti quei desideri (Freud le chiamerebbe pulsioni) che la moderna società capitalistica gli ha inculcato. Chi guarda raramente “vede”; così anche la violenza diviene un supremo mezzo di eccitamento, al pari della pornografia, specie se è “live” e ripresa sul momento.

Difficilmente chi ha ripreso quella scena con il telefono lo ha fatto allo scopo di tenere il video solo per sé, bensì per condividerlo, diffonderlo e suscitare nel vasto pubblico della rete qualcosa che somigli ad un’emozione. Il fatto di poter guardare in ogni momento qualsiasi cosa attraverso uno schermo ha spinto la naturale curiosità umana verso i suoi limiti più morbosi, fino alla necessità di produrre noi stessi quei medesimi contenuti osceni che tanto bramiamo guardare.

Da un punto di vista psicologico assistere ad una scena di violenza produce indubbiamente dei traumi. Non è semplice trovare il coraggio di intervenire e frapporsi tra i violenti e le loro vittime, vuoi per il naturale timore della situazione, l’istinto di conservazione, o semplicemente perché si pensa di non poter fare nulla per portare aiuto alla vittima. Fuggire dalla situazione di pericolo è un comportamento comune e comprensibile, come lo è distogliere lo sguardo.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

L’umanità metropolitana dei paesi dell’occidente civilizzato è troppo abituata ad assistere a scene di piccola e media violenza nella sua quotidianità per dare peso ad ognuno di quegli avvenimenti. Nessuna mente potrebbe reggere ad una simile pressione, per cui ad un certo punto, semplicemente si fa finta di nulla. Esattamente come quando si guarda un uomo steso per la strada che chiede degli spiccioli. Il cinismo metropolitano è, in fondo, uno strumento di difesa. In questo caso vi è tuttavia una compartecipazione all’atto violento attraverso la sua ripresa tramite telefono.

Lo sguardo non si distoglie, anzi si concentra. La violenza verso un altro essere umano viene concepita al pari di un concerto o di qualunque altro evento meritevole di essere immortalato. Si è parlato molto di desensibilizzazione alla violenza ma qui, più che di poca sensibilità, si dovrebbe parlare di spettacolo integrato con la vita, prendendo in prestito e rimaneggiando la definizione dell’eterno Guy Debord.

Lo spettacolo è l’ultima e l’unica dimensione di senso della vita contemporanea a seguito della scomparsa di tutte le altre; il capitalismo e ed il suo braccio culturale, il postmoderno, le hanno “affogate nell’acqua gelida”. Per cui è nell’atto di guardare che l’uomo trovo gli stimoli verso le sue emozioni. Vite devitalizzate ritrovano loro stesse per pochi minuti attraverso le visioni, le quali devono essere chiaramente forti per poter uscire dal torpore. Essendo, per l’appunto, l’unico elemento di senso della vita, lo spettacolo divora tutto il resto (etica, moralità, spirito cristiano, empatia). Il junk food dell’anima passa attraverso gli occhi fissi su di uno schermo. E tutto va bene. Porno, violenza, video comici, spezzoni di film, eccetera eccetera.

Non c’è cattiveria nell’atto di filmare una violenza senza intervenire per fermarla, è una reazione spontanea in questo tipo di mondo. Quasi un riflesso condizionato. Tutto quello che vediamo di “forte” deve essere ripreso o fotografato per poi essere divulgato e magari consegnare il suo divulgatore a quel breve momento di fama profetizzato da Andy Warhol. Freud definiva il voyeurismo una pulsione parziale, ossia una parte dell’originale pulsione erotica deviata a causa della nevrosi di fondo. Senza scomodare il Maestro, qui di sessuale vi è poco o nulla, piuttosto siamo nel regno della sublimazione e della compensazione.

La sublimazione trasforma la pulsione violenta insita nei cittadini dell’occidente tardo-capitalista, impoveriti ed insicuri, in qualcosa di accettabile attraverso la visione del dolore altrui, mentre la compensazione, che si realizza nel trasportare nella rete i contenuti visti e filmati con tutto il carico di indignazione connessa, agisce mascherando l’impotenza di ciascuno di noi nei confronti di una società ormai intrinsecamente violenta. I guardoni sono anche loro vittime, non meno di quella povera donna aggredita. Solo che non lo sanno e, come tutti i malati, attuano meccanismi di difesa che alla fine gli si rivoltano contro.

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