OGGETTO: Il campo largo non è un progetto politico
DATA: 16 Aprile 2026
SEZIONE: Politica
AREA: Italia
La politica italiana ha sempre dimostrato una capacità di adattamento sconfinata: coalizioni incoerenti tenute insieme dal magnetismo del potere, una classe dirigente occasionata più che edificata, vincoli esterni che definiscono a priori il perimetro del praticabile. Modalità di gestione del potere che hanno garantito stabilità finché anche il contesto lo era. Ora che l'ordine internazionale cambia struttura, quella stessa resilienza rischia di diventare il moltiplicatore della sua rigidità.
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Caduto il governo Conte I nell’estate del 2019 e ormai chiarito l’imminente attrezzamento del successivo Conte II, un certo “rossobrunismo” provvisoriamente convertitosi al più variopinto giallo-verde, sull’allora Twitter, propose il quadrato delle alleanze come epitome memetica della stagione che si stava profilando all’orizzonte. In sostanza si trattava un quadrato diviso in quattro ulteriori parti uguali, nominate, dall’alto a destra e in senso orario PD-FI-Lega-M5S. Ricetta delle compatibilità, intendeva stabilire le potenziali alleanze venture: ogni sigla poteva associarsi alla precedente e alla successiva e, nondimeno, raffigurava le contrapposizioni più ostinate, le diadi inconciliabili, in opposizione diagonale. Se da un lato non includeva FdI, all’epoca ancora in una fase aurorale del suo stesso romanzo di formazione, dall’altro proponeva la doppia coppia 5S-FI e PD-Lega quale assurdo della ragion politica, sottovalutando la poderosa capacità di adattamento del sistema politico italiano, come sarebbe stato poi evidente con il banco di prova tecnico del governo Draghi. Quella opzione, naturalmente, non era l’inaugurazione di un asse politico frutto di progettazione alcuna, ma rispondeva alla precarietà delle logiche pandemiche e post-pandemiche (e di allineamento anti-russo dal febbraio 2022 in poi); rivelò tuttavia quanto fosse facile gestire e coordinare tutti assieme, finanche gli inconciliabili, perlomeno fino al momento della legittima maturazione dei contributi previdenziali previsti per i parlamentari eletti, andando a scadenza con millimetrica precisione proprio a contribuzione maturata.

Il rito democratico che si nutre di e al tempo stesso logora fino alla definitiva consunzione una narrazione fatta di presunta autorevolezza, libertà di iniziativa politica e fiducia nelle possibilità concrete di cambiamento, vive nel continuo occultamento di tre principi fondamentali che sottendono alla realtà profonda di una cartografia del potere in Italia: il peso delle strutture amministrative, il cosiddetto apparato; la presenza di vincoli esterni che determinano il perimetro del discorso politico praticabile; e, come anticipato, la capacità di adattamento sconfinata che una classe dirigente occasionata più che edificata è in grado di esibire.

Questa sia la premessa a qualsiasi valutazione sulla natura e sul tessuto di quell’ircocervo politico, processo a geometria variabile più che compagine, che è il cosiddetto campo largo. Ed è proprio nell’esercizio della confederazione dell’area progressista che convergono istanze apparentemente inconciliabili, secondo una sintesi che è aggiustamento tattico in vista di un fine pragmatico. Quello della acquisizione del potere necessario a incunearsi nelle zone d’ombra in cui il gioco parlamentare trova il complemento alla sua stessa reiterazione.

In breve, così si spiega il sostanziale silenzio delle opposizioni nel merito del caso Cingolani, altrimenti occasione dorata per far risaltare il contrasto tra risultati ottenuti, economicamente pregevoli alla luce di una significativa autonomia operativa, e interruzione del rapporto con Leonardo. Semplicemente le aziende partecipate di Stato sono per loro stessa natura una delle predette zone dotate di creatività politica, almeno in forma collaterale, e quindi terreno eletto per chiudere negoziati, saldare debiti, posizionarsi strategicamente e assecondare pratiche familistiche o, se si preferisce, correntistiche laddove reputato necessario.

L’Italia che governa davvero non siede sugli scranni parlamentari. Siede piuttosto nei consigli di amministrazione delle partecipate, nei capi di gabinetto dei ministeri, nelle direzioni generali della burocrazia romana, tra gli ufficiali dei servizi, nelle sedi diplomatiche e in prossimità dei grandi capitali, secondo la moltitudine e la varietà delle diramazioni possibili. Le stanze del potere non sono quelle che la democrazia rappresentativa illumina; al contrario, sono quelle dove la cinghia di trasmissione dei comandi effettivi opera al riparo dal dibattito pubblico e che, anni fa, in modo colorito ma del tutto fuori fuoco i 5S chiamavano il “sistema dei partiti.”

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

Il corpo delle critiche rivolte nei giorni scorsi da Cacciari è sostanzialmente pertinente, ma sorvola, o meglio vi allude implicitamente, lasciando al lettore l’onere di trarre le dovute conclusioni, sul formidabile magnetismo del potere. Le coalizioni incoerenti governano benissimo quando il collante è il potere stesso e nella misura in cui esso continua a produrre vantaggi di ordine personale e tattico, tra cui il garantirsi una protezione che conti realmente. In questo senso il campo largo non è un progetto politico compiuto né, probabilmente, destinato a compiersi, quanto piuttosto una manifestazione quintessenziale di cosa significhi “adattamento politico.”

Giuseppe Conte stesso ha esplicitato la sequenza “prima il programma, poi il percorso e poi individueremo l’interprete“, tradendo la funzione teatrale dell’operazione elettorale. In assenza di una leadership spontanea e maturata sul campo, all’ombra dell’iper-rito delle primarie che si fanno sintesi del processo classico di selezione in casa PD e delle antiche reminiscenze consultive sulla piattaforma Rousseau per il 5S, la formula tradisce l’assenza, ancora, di una visione d’insieme coerente, nonostante il tempo non sia mancato e al netto degli inciampi calendiani del caso.

Se poi stringiamo ulteriormente il focus sulla politica estera del campo largo, troviamo piuttosto un campo minato da ispezionare e percorrere con assoluta circospezione. Lo stesso giorno, a poche ore di distanza, il vicepresidente M5S Patuanelli dichiara che “con noi al governo stop agli aiuti militari a Kiev”, mentre Conte, alla convention di +Europa, possibile gamba riformista insieme a IV del progetto in fieri, dichiara che l’aggressione russa va sanzionata, rovesciando la posizione espressa più volte pubblicamente in merito alla necessità dell’apertura di un canale negoziale per pacificare il fronte orientale. Di nuovo quello che emerge come incoerenza personale, in realtà non è altro che adattamento sistematico e parossistico al frenetico susseguirsi degli eventi: il sistema ammette solo configurazioni compatibili con i vincoli predefiniti, limitando fondamentalmente le opzioni percorribili e definendo aprioristicamente la presentabilità dei vari leader politici. A tale riguardo, è stata Meloni stessa a confermarlo nel discorso alle Camere del 9 aprile, ultimo capitolo di una letteratura sconfinata sul tema: “La collocazione internazionale dell’Italia non l’ha inventata questo governo, ma è la stessa da circa ottant’anni a questa parte.”

Rimane aperta, immancabilmente, la porta al cosiddetto federatore esterno. Così Rosy Bindi, che “il nome ce l’ho in testa — se c’è una possibilità che questa cosa riesca è che il nome non lo faccia io,” secondo l’adagio per cui il sistema dei partiti è afflitto da una crisi di legittimità che li priverebbe della capacità di costruire classe dirigente in proprio.

E qui, in una sorta di campagna elettorale permanente, come è d’uso in Italia, con l’opposizione che pare orientata una volta per tutte a presentarsi coesa senza che però nessuno sappia né come né perché, si apre una frattura che dovrebbe allertare l’intero arco parlamentare.

Il sistema di arruolamento della classe dirigente in seno alle sigle politiche, in modo pur opaco, opportunistico e occasionale, funziona ormai da decenni secondo logiche consuetudinarie, stante l’accelerazione del processo con la fine dell’età classica della Seconda Repubblica, da Monti in poi. Ha certamente garantito continuità, stabilità, prevedibilità e ha mostrato la capacità di resistere a dispetto della mancanza di coerenza, di credibilità (anche se cala l’affluenza il gioco democratico non mette mai in discussione le sue prerogative) o di idee.

Verrebbe da pensare, per estensione formale, che questo modello sia capace di ripetersi indefinitamente, per sempre. E in un certo senso lo è, almeno finché il contesto in cui opera resta quello per cui è stato costruito. Il pragmatismo del centrosinistra, che è reale e da non liquidare sbrigativamente, è un pragmatismo della relazione con un potere fisso, statico. Con una struttura di vincoli, apparati e alleanze, quindi, che muta lentamente e che premia chi sa muoversi con velocità al suo interno. Eppure, a dispetto della frequenza delle interazioni dinamiche (rapidità di riposizionamento, gioco di leva istituzionale, ridefinizione delle alleanze), è un’abilità calibrata su un paesaggio stabile, un pragmatismo di corridoio e non di mare aperto.

Il contesto però, adesso, non è più stabile né è destinato a ritrovare la sua omeostasi a stretto giro. Riarmo, pressione crescente sulle catene energetiche e frammentazione dell’ordine internazionale che aveva retto ininterrottamente dal 1991 e si era rivelato resiliente anche alle crisi terroristiche, dal 2001 in avanti, e agli shock economici (fra tutte la crisi dei mutui subprime del 2007), apertura di una nuova fase nel processo di globalizzazione: questo lo scenario. L’ordine del mondo difficilmente verrà capovolto nel senso inteso dalle letture più palingenetiche, ma sicuramente si sta preparando all’ingresso in una nuova fase strutturale. In queste condizioni se non basta saper leggere la mappa dei rapporti di forza esistenti, serve invece saper leggere orografia e filigrana di quelli che si stanno per formare.

In condizioni di discontinuità, il criterio di selezione cambia o perlomeno dovrebbe cambiare, al di là dello spirito adattivo finora manifestato. Serve un pragmatismo totale: individuazione anticipata delle aree di faglia, reattività strategica, disponibilità a rimettere in discussione le posizioni acquisite. In pratica, il contrario della navigazione a vista di cui si è nutrita una politica oziosa che ha perfezionato la sua capacità di muoversi virtuosisticamente addentro alle maglie costrittive del vincolo e che oggi dovrebbe essere più votata al pionierismo proprio di una stagione delle grandi scoperte. Il sistema continua invece a selezionare resilienza interna, premiando la capacità di sopravvivere alla pressione politica e non invece la capacità di reagire al cambiamento esogeno.

La resilienza che permette agli attori politici di superare il cataclisma è la stessa che rende fragile il sistema nel suo insieme e che genera fissità delle condizioni architettoniche, dimentica della gigantesca lezione strategica di san Paolo (2 Cor 12,10: “quando sono debole, è allora che sono forte”). Protegge gli equilibri a discapito del valore, né è capace di crearlo, difende le posizioni e non le traiettorie, arroccandosi nel fortino invece di tracciare rotte. L’infrastruttura intera, pensata, agita e abitata per stabilizzare, diventa sotto stress un moltiplicatore di rigidità.

I sistemi, d’altronde, non collassano al fallimento dell’iniziativa, ma quando, contro le leggi del tempo storico, si ostinano a pretendersi efficienti secondo criteri che il contesto ha già reso obsoleti.

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