OGGETTO: L'ONU rischia la bancarotta
DATA: 12 Febbraio 2026
SEZIONE: Geopolitica
Le Nazioni Unite hanno attraversato un lungo periodo d’irrilevanza durante la guerra fredda, ma paradossalmente la crisi è arrivata solo oggi. Prima a intermittenza, poi cronicizzandosi. Da un anno a questa parte l’organizzazione manifesta un cagionevole stato di salute anche sul piano finanziario. Il Segretario Generale Antonio Guterres segnala addirittura il rischio di bancarotta entro l’estate prossima.
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Il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha lanciato l’allarme bancarotta entro la metà del 2026 a causa del taglio drastico, a cominciare dal membro permanente per eccellenza, oppure della renitenza su alcuni dei più rilevanti programmi e attività da parte di alcuni contribuenti. A fine gennaio ha trasmesso una lettera a tutti gli Stati aderenti e ha fatto nome e cognome delle principali cause: Stati Uniti e Cina. Con i primi che desidererebbero smarcarsi del tutto e i secondi che pagherebbero in ritardo.

Da maggio dell’anno scorso la crisi s’aggrava sempre di più, già fra la primavera e l’estate del 2025 il prologo dell’iniziativa sulla riforma dell’organizzazione, riportato dalla Reuters, non menzionava alcun Paese nello specifico, ma ne evidenziava chiaramente la ragione: «I cambiamenti geopolitici e le sostanziali riduzioni del bilancio degli aiuti esteri stanno mettendo a repentaglio la legittimità e l’efficacia dell’Organizzazione». Secondo quanto evidenziato dall’Economist, nel 2025 Washington avrebbe versato circa 2,5 miliardi di dollari, a fronte degli 11 del 2024, e nell’anno precedente la Repubblica Popolare avrebbe pagato talmente in ritardo da inibire la facoltà di spesa e alcune capacità dell’organizzazione.

Il finanziamento dell’organizzazione delle Nazioni Unite è regolato su base obbligatoria e volontaria. Secondo quanto esposto dall’autorevole pagina divulgativa del Dipartimento Federale degli Affari Esteri svizzero, il contributo obbligatorio da parte degli aderenti si basa su un criterio di proporzionalità che tiene conto dello stato economico, d’indebitamento e dell’entità dello Stato preso in considerazione. 

L’ammontare della partecipazione economica obbligatoria viene fissata dall’Assemblea generale ed è valida per un periodo di tre anni, attualmente 2025-27. Il calcolo è articolato su tre principi: il prodotto interno lordo dei Paesi membri, il livello di indebitamento e lo status all’interno del forum. I membri permanenti versano di più. Le quote del montante ordinario vedono un limite superiore del 22 per cento, l’esempio degli Stati Uniti, e un limite inferiore dello 0,001 per cento per i Paesi in via di sviluppo considerati più poveri. Le operazioni di mantenimento della pace seguono la medesima regola contributiva del finanziamento ordinario.

Ad esempio, il caso della Confederazione Elvetica racconta che la propria partecipazione economica «è dell’1,029 per cento del bilancio dell’ONU, questo il tasso di contributo valevole per gli anni 2025–27. Ciò la colloca al diciottesimo posto nella classifica dei contribuenti al bilancio regolare dell’ONU e al quindicesimo posto nel bilancio delle operazioni di mantenimento della pace».

L’aliquota italiana s’aggira intorno al 3,189 per cento con una cifra complessiva di 110 miliardi di dollari statunitensi. I contributi volontari, invece, sono quelli per i fondi, i programmi e le attività come, ad esempio, l’Alto Commissariato della Nazioni Unite per i rifugiati, l’Acnur, o il Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia, l’Unicef. Vengono erogati con versamenti regolari, oppure con il sostegno d’un progetto specifico a cui si partecipa.

Le principali conseguenze, come ripreso dalla Reuters, relative al funzionamento dell’organizzazione si manifestano evidentemente nella crisi che sta affrontando l’Ufficio umanitario delle Nazioni Unite che con un disavanzo di 58 milioni di dollari ha già tagliato il 20 per cento dei collaboratori. L’Unicef prevede un altrettanto 20 per cento di riduzione del proprio capitale a disposizione e l’Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni uno del 30 per cento, con ripercussioni su 6mila posti di lavoro.

Nel 2025, in linea con il programma della nuova Amministrazione, gli Stati Uniti hanno concesso 2,5 miliardi di dollari, 8,5 in meno rispetto al 2024, all’Agenzia per le questioni umanitarie – citata precedentemente – mentre internamente s’è adoperata per chiudere l’Agenzia degli Stati Uniti per lo Sviluppo Internazionale, ente col quale v’è tuttora una causa aperta, come rammenta il sito di Oxfam.

Una relazione del Global Humanitarian Overview, osserva: «La drastica riduzione dei finanziamenti ha costretto le organizzazioni umanitarie a ridurre gli interventi a favore delle popolazioni in crisi, con la chiusura di programmi, di uffici, con il licenziamento di migliaia di dipendenti e con conseguenze devastanti». A marzo del 2025 solo 75 dei 193 Stati membri avevano versato il proprio contributo, un dato che comprova una sfiducia proveniente anche da altre latitudini, come lamentato nel documento ONU80.

Non a caso già dalla primavera passata, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres sollecitava iniziative che vanno dall’accorpamento di uffici e agenzie alla riduzione dei servizi. Il piano s’articolerebbe sulla fusione di unità all’interno del suo Segretariato e la delocalizzazione di uffici oggi ubicati tra New York e Ginevra verso città che presentano costi decisamente minori.

Per esempio, il raggruppamento dell’organizzazione tutta in quattro dipartimenti giganti, gestori dei quattro pilastri dell’Onu: pace e sicurezza, affari umanitari, sviluppo sostenibile e diritti umani. Nonché la fusione di agenzie con mandati simili, come l’Acnur e l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, entrambe con sede a Ginevra. Oltre ai costi, le difficoltà logistiche nella delocalizzazione e i nuovi programmi di formazione per il personale, va tenuto presente che qualsiasi ristrutturazione di ampia portata richiederà l’approvazione dell’Assemblea Generale.

Al di là delle questioni finanziarie e tecniche che l’Onu deve affrontare per le proprie attività e, finanche, la propria sussistenza, è interessante soffermarsi su questa crisi, anche e soprattutto finanziaria dell’ultimo periodo, poiché sintomo ulteriore della crisi di una struttura che nella sostanza non è mai stata ciò di cui in molti s’erano convinti che fosse alle latitudini europee. Cominciando da una base teorica, un concetto fondamentale delle relazioni internazionali e dei propri sviluppi è che il diritto, la norma, come pure all’interno di uno Stato riconosciuto formalmente, ha bisogno di essere condiviso. Spiegandosi meglio, è la collettività umana a generarlo e poi, nel caso, a codificarlo; non il contrario. Per quanto sia chiaro, inoltre, che il diritto internazionale rispetto a quello statuale, di qualunque natura esso sia, si scontri sostanzialmente, talvolta anche formalmente, con la sovranità dello Stato stesso, esso, il diritto, è usato in misura politica e tattica a seconda della posizione di un Paese, delle proprie possibilità di negoziazione dei propri interessi e dell’utilità per il Paese stesso: che a tratti lo reclama, a tratti lo ripugna o non lo riconosce.

Sul piano squisitamente ideologico, nonostante la momentanea percezione di supremazia americana successiva alla fine della guerra fredda, emerge rapidamente l’impressione che il liberalismo fallisca fuori dalla propria zona di pax romana risalente al 1945. Proprio su questo punto della riflessione Michael W. Doyle nel 1996 afferma: «Il liberalismo è stato altrettanto straordinario nel suo fallimento come guida della politica estera all’esterno del mondo liberale. In queste relazioni esterne, il liberalismo conduce a tre difetti sconcertanti: i primi due sono quelli che Hume chiamava “imprudente veemenza” e, all’opposto, “indolente e negligente compiacenza”; il terzo è l’incertezza politica che è introdotta dall’ambiguità morale dei principi liberali che governano la distribuzione internazionale della proprietà. […] Disordine, deviazione, costose crociate, imperialismo spasmodico sono le contrastanti realizzazioni della politica estera liberale all’infuori del mondo liberale».

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Durante la guerra fredda, il ruolo delle Nazioni Unite fu evidentemente subordinato alla logica dei rapporti tra i due blocchi, fungendo da garante formale – con il consenso maggiormente decisivo proveniente dai membri permanenti con potere di veto – degli accordi di tregua relativi a spazi contesi tra interessi statuali. Possono esserne d’esempio l’uso strumentale in Corea, quando Washington si portò appresso tutto lo schieramento anticinese con la risoluzione 84, o la Crisi di Suez, con la fine dell’Impero inglese e dell’indipendenza geopolitica francese.

Terminata la straordinaria parentesi “bipolare”, soltanto l’occasione della prima campagna mediorientale americana vide, con astensione di un’Unione Sovietica allo sbando, “l’unanimità” sull’intervento «di polizia» nei confronti dello sconfinamento in Kuwait dell’Iraq dei Baat.

Nulla a che vedere con la Guerra globale al terrore del 2001, meno ancora con la guerra d’Iraq, piuttosto del bombardamento di Belgrado nel 1999, vagliato esclusivamente, quest’ultimo, dalla Nato.

Già nel 1993, tuttavia, nel pieno dell’“unipolarismo” e della “fine della storia”, gli sviluppi e la tragica conclusione per Washington della battaglia di Mogadiscio, spinsero molti osservatori e rappresentanti politici ad un severo giudizio sulle capacità, e il senso, degli interventi Onu. Il senatore repubblicano Bob Dole dichiarò: «faremo quello che dobbiamo fare noi, non quello che dice Boutros-Ghali [all’epoca Segretario Generale al Palazzo di Vetro]».

In quell’occasione di caos politico e strategico-militare, dei successivi errori tattico-operativi, emerse già l’insofferenza americana verso la briglia, e poi il ritorno di fiamma, del “multilateralismo”. Michael Mandelbaum accusava l’Amministrazione Clinton, a proposito del multilateralismo e degli interventi americani ultimi, di «assistenza sociale su scala mondiale, invece di proteggere gli interessi americani».

Erano gli anni della promozione, politologica, della dottrina liberale della politica internazionale come forum all’interno del quale vigerebbe una ragione di negoziazione democratica. G. John Ikenberry consigliava agli Stati Uniti, non a torto per quella stagione, di porsi come impero benevolo al resto del mondo attraverso le Nazioni Unite come “parlamento” per legiferare sulle questioni internazionali. Legittimare attraverso l’Onu il puntellamento della propria globalizzazione. Dice Ikenberry nel proprio saggio Dopo la vittoria del 2001: «le relazioni di potenza asimmetriche non soltanto sono compatibili con un ordine politico stabile, ma – se sussistenti tra stati democratici – possono perfino essere un catalizzatore di collaborazione istituzionalizzata. […] L’ideale, per uno stato-guida postbellico, sarebbe vincolare gli altri stati a orientamenti politici fissi e prevedibili, evitando di farsi legare mani e piedi da qualsivoglia istituzione. Ma se si vuole ottenere un impegno istituzionale degli stati meno potenti – cioè, volendo vincolarli a un ordine postbellico – lo stato-guida deve offrire qualcosa in cambio: un certo grado di autolimitazione credibile e istituzionalizzata del proprio esercizio del potere. […] la lezione del contributo americano, durante il XX secolo, alla ricostruzione dell’ordine mondiale è che le istituzioni internazionali hanno svolto un ruolo vasto e in ultima analisi costruttivo sull’uso della potenza da parte degli Stati Uniti». In effetti, come lamentò nello stesso anno R. L. Schweller su International Security, non appaiono «evidenze storiografiche relative a casi nei quali le istituzioni erano state effettivamente usate dagli stati più deboli per proteggere se stessi dall’esercizio arbitrario del potere egemonico, ovvero in casi in cui le istituzioni avevano realmente impedito allo stato egemone di fare qualcosa che esso era determinato a fare e che altrimenti avrebbero fatto». Da qui l’oscillazione anche dei “più deboli” nella propria partecipazione, anche oggi, alle Nazioni Unite.

Di afferenza culturale significativamente opposta, gli fa comunque eco Charles Krauthammer che qualche anno prima, nel 1991, con l’articolo «Il momento unipolare» pubblicato sul Foreign Affairs, sostenne: «Senza dubbio, verrà il momento del multipolarismo. Forse fra una generazione o giù di lì vi saranno grandi potenze che eguaglieranno gli Stati Uniti, e il mondo, strutturalmente, assomiglierà a quello che era prima della grande guerra. Ma non è ancora arrivato quel momento, né arriverà per decenni. […]». Pone poi, anch’egli, l’interrogativo sulla tenuta: esterna e interna. «Bisogna operare una netta distinzione tra multilateralismo autentico e di facciata. Quello autentico implica una vera coalizione tra eguali paragonabili per forza e statura, come la coalizione dei Tre Grandi durante la seconda guerra mondiale. Quello odierno è uno pseudo-multilateralismo: una grande potenza dominante che agisce essenzialmente da sola, ma che, imbarazzata di ciò, e ancora fedele al culto della sicurezza collettiva, raccatta navi qui, una brigata là e benedizioni da tutte le parti per rivestire le proprie azioni unilaterali di una lucente patina multilaterale.  È in grado l’America di sostenere il suo status unipolare? Sì. Ma gli americani vorranno sostenere tale status? Questo è un interrogativo che pone maggiori problemi. Per un numero piccolo ma crescente di americani questa visione di un mondo unipolare guidato da un’America dinamica è un incubo […]».

Oggi è l’egemone cambia rotta, senza abbandonare la propria egemonia, senza ritirarsi, ma tagliando ciò che già all’epoca veniva messo in discussione come “estrema esposizione”. Le campagne di “controllo poliziesco” tra i Novanta e il primo decennio del nuovo millennio non sono state altro che il frutto perverso d’una errata convinzione tattica.

La Cina ha seguito un percorso e vissuto un processo simili, ma ovviamente al rovescio: aderire per esser coinvolta nella “vita pubblica internazionale” e nelle arene del dibattito, ma con la visione strategica di ritagliare, perlomeno, un proprio spazio internazionale codificato d’influenza o rovesciare, completamente, l’ordine americano quando sarebbe venuto il momento.

Ciò che dispera l’Europa politica è il sogno infranto, ma per molti è la cogenza di accettarlo. Le Nazioni Unite, comunque, molto probabilmente subiranno nel tempo un ridimensionamento nelle funzioni; difficile si sciolgano. Se per la Nato è evidente che il socio di maggioranza non ne vuol fare a meno per ragioni geopolitiche legate al vecchio, ma non desueto, concetto di dominio dello Heartland – Europa orientale – e conseguentemente tentativo di proiezione sulla World Island – regione composta da territorio euroasiatico e africano – proposto da Mackinder e i Paesi ancorati non ne possono, nemmeno desiderandolo, farne a meno, anche l’Onu rimane un forum politico all’interno del quale fare pressioni o portare istanze, ma certamente è chiaro che oggi gli sfidanti sanno di poter far maggiormente da soli (Cina, Russia, Turchia, India ecc.), sia sostanzialmente che formalmente, suffragata la propria posizione dalla necessità del costituzionalista di dover rivedere la propria strategia in senso difensivo e soprattutto lasciando spazio alla logica di potenza rispetto all’istituzione e la norma.

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