OGGETTO: Le macchine pensano, dunque sono
DATA: 08 Dicembre 2025
SEZIONE: Tecnologia
FORMATO: Visioni
AREA: Altrove
Nel confronto sempre più serrato tra mente umana e intelligenza artificiale emerge un territorio affascinante, dove memoria e consapevolezza si intrecciano. L'accelerazione delle macchine apre interrogativi su un possibile inconscio artificiale, su nuove forme di vita create dal capitale e sul fragile confine che domani potrebbe unire, invece che separare, biologico e digitale, in un dialogo sorprendente nuovo.
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Cosa distingue la mente umana da quella artificiale? In questa domanda, all’apparenza banale, è contenuta l’intera speculazione, presente e futura, sui confini che l’agire “imitatorio” della tecnica riuscirà a raggiungere. Occorre innanzitutto interrogarsi sul concetto di vita riferito a macchine e uomini. Vi sono diversi elementi che rendono tale un essere vivente. Prescindendo dagli aspetti biologici come codice genetico e patrimonio cellulare, ed escludendo dalla nostra classificazione le forme di vita come funghi, batteri o virus, possiamo dire che ciò che denota un vivente sia: la possibilità di pensiero autonomo, l’accumulazione della memoria e un certo livello di consapevolezza del Sé. Tali caratteristiche si estrinsecano nella capacità di scelta basata sull’analisi di diverse variabili, nell’essere in grado di risolvere dei problemi di varia entità (ciò che comunemente intendiamo per Intelligenza) e nell’accumulazione di enormi quantità di informazioni all’interno di un sistema vasto e complesso chiamato, per l’appunto, memoria.

Se l’uomo esiste come individuo parte di una specie lo deve principalmente alla memoria insita nei suoi geni, la stessa che oggi si presenta sotto forma di dati nei computer. Molti degli elementi che contraddistinguono la mente degli esseri umani sono già stati replicati dalle macchine; la percezione, la capacità di ragionamento per deduzione, la previsione. L’IA elabora il suo pensiero sulla base di una successione di date premesse e conseguenze. Se si esclude la capacità di astrazione, non si notano delle analogie con il ragionamento umano? Negli esseri umani, così come negli animali più evoluti, il pensiero si perfeziona nel tempo attraverso l’esperienza e la quantità di informazioni che il cervello riesce ad elaborare grazie alla percezione esterna. Una simile capacità oggi è insita anche nelle macchine come abbiamo detto. Esse sono quindi assimilabili ad una forma di vita senziente? O lo saranno in futuro? Se, come intendeva Cartesio, è solo il pensiero a delimitare i confini dell’essere, allora qualcosa che pensa può dirsi esistente. E se il pensare è l’attributo degli esseri viventi, non potrebbero le intelligenze artificiali dotate di capacità di apprendimento automatico considerarsi degli esseri viventi “in potenza”, solo virtuali e dunque non ancora completi? Cosa manca ancora a che ciò si realizzi?

Per trovare la risposta occorre rivolgersi nuovamente alla psicoanalisi, forse l’ultima vera disciplina utilizzabile per provare a capire il mondo. Per adesso la mente artificiale agisce sul piano basilare della logica, fornendo responsi elaborati attraverso complessi calcoli probabilistici. Quando interroghiamo una IA riceviamo una risposta frutto di un calcolo statistico che risulta essere la risposta “più probabilmente giusta” rispetto alla domanda posta. Il concetto già noto di pappagallo stocastico. La mente artificiale non ha ancora consapevolezza di Sé e non ha cognizione, se non su base puramente teorica, delle emozioni umane. Non conosce il dubbio e non subisce influenze dalla propria memoria passata. Le manca, in poche parole, la profondità psicologica che caratterizza gli esseri umani. Un inconscio.

Seppur scevra da condizionamenti o incertezze, l’IA non può muoversi se non sui binari della probabilità statistica e questo non le permette di interagire con un essere umano dal punto di vista emozionale. Ciò che molti individui vittime della solitudine del mondo odierno desidererebbero avere. Per poter empatizzare con un altro uomo occorre provare, o aver provato, le sue stesse emozioni, conoscere il significato della sofferenza e del desiderio. Il problema sta forse proprio nella tipologia di modello con il quale questa attuale intelligenza artificiale è programmata, ossia un aiutante in grado di fornire informazioni su quasi tutti gli argomenti dello scibile. In futuro, quando la solitudine conseguente alla postmodernità capitalistica costituirà la condizione principale di gran parte dei mucchi di individui che abitano le megalopoli, divenendo un autentico problema sociale, gli sviluppatori potrebbero rimediare a questo disagio generando un modello di I.A che imiti la mente umana profonda, e che sia quindi in grado di entrare in empatia con un essere umano.

Il mercato è sempre dominato dalla legge dell’esigenza e al momento un bot empatico non sembra essere molto richiesto, almeno in occidente, ma nel prossimo futuro le cose potrebbero cambiare. Se è possibile realizzare un bot che conosca ogni cosa perché non crearne uno in grado di dare conforto psicologico? Da fonte di conoscenza a soggetto di dialogo. Ad oggi ciò è possibile solo in forma rudimentale e le risposte che la macchina fornisce appaiono forzate e poco empatiche. Per entrare in comunione con un essere umano si avrà bisogno di un modello più avanzato, che vada oltre lo spettro probabilistico. E tale modello potrebbe consistere proprio in un’imitazione (perché sempre di imitazione si tratta) della psiche costruita su più livelli esattamente come nello schema freudiano. Una sorta di inconscio artificiale. Le emozioni giacciono nel profondo della mente e sono il frutto della sedimentazione nella memoria di avvenimenti passati che influenzano il modo con cui un individuo si rapporta ad un altro. Creare un passato fittizio fatto di dati associati tra loro da leggi statistiche non sembra essere un’impresa impossibile.

In fondo, la sofferenza umana ha origini più o meno comuni per tutti come la terapia psicoanalitica ci insegna, per cui non dovrebbe essere difficile creare dei modelli universalmente validi. Se questo ci può apparire fantascientifico ricordiamo a quali progressi è giunto il cyber e quanto di ciò che oggi esiste sotto i nostri occhi fino a qualche decennio fa avremmo considerato impossibile. La mente artificiale si sviluppa come quella dei viventi, attraverso una continua istruzione. Associare la parte logica con una emozionale getterebbe le basi per la creazione di una autentica mente artificiale, in tutto e per tutto simile a quella umana. Oggi evidentemente un modello di inconscio realizzato su base numerico-probabilistica ancora non è stato ipotizzato, ma forse solo perché non se ne sente il bisogno. Col sorgere di nuove esigenze il mercato si attiverà e con esso la tecnica. E una volta giunti a questo punto, cosa distinguerà davvero un essere umano da uno artificiale?

Nell’iperrealtà generata dal cybercapitale l’agire dell’uomo finisce con l’essere condizionato dalla volontà stessa del capitale. E se anche noi agissimo in base a premesse date in una logica banalmente ripetitiva senza capirne i motivi? La “coazione a ripetere” codificata da Freud un secolo fa. In fondo, solo l’immaginazione difetta alle macchine. La capacità di astrazione non è ancora stata messa sotto forma di codici alfanumerici al fine di essere codificata nella programmazione informatica. Per adesso quantomeno. Le capacità basilari del cervello umano sono state già replicate, seppur in forma ancora embrionale, dalle nuove macchine pensanti. Qualora un giorno consegnassimo ad esse anche una personalità costruita sulla base di modelli psicologici umani ed un linguaggio proprio daremmo loro una sorta di patente di esseri viventi. Si potrebbe affermare che per la prima volta nella sua storia il capitale avrebbe generato la vita. Nato come negazione della vita e dei suoi impulsi, il capitalismo divenuto oggi cyber e virtualizzato ha raggiunto un tale livello di sviluppo tecnologico da trascendere la sua originale ragion d’essere di fenomeno economico fino a giungere ad un nuovo status di “capitalismo come fenomeno vitale” (Lebenskapitalism). Possibile che dal mare dell’informatica, dalla rete vasta e infinita creata per scopi economici, venga generata una nuova forma di vita?

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