OGGETTO: I data center e noi
DATA: 14 Ottobre 2025
SEZIONE: Tecnologia
FORMATO: Analisi
AREA: Altrove
È in atto nella sfera globale una metamorfosi fatta di codici binari e di server onniscienti. Spazi vitali si scontrano su un terreno virtuale, ma allo stesso tempo gli effetti di questo conflitto diventano ontologie fisiche. Stiamo parlando dei Data Center, strutture informatiche di vetro e acciaio nelle quali si conservano le conoscenze del mondo di ieri, di oggi e, ancora più importante, di domani.
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I data center sono enormi magazzini fatti di reti di computer, una macchina mastodontica che è oggi un edificio essenziale per sostenere la capacità di lavorazione dei sistemi algoritmici e delle intelligenze artificiali. Potremmo definire che l’importanza di queste strutture è ormai centrale nelle politiche di soft-power così come in quelle hard-power delle grandi potenze mondiali come Stati Uniti e Cina. Gli Stati Uniti sono stati i primi a saper sfruttare questi nuovi strumenti di prestigio e di accalappiamento di informazioni universali; per intenderci, dobbiamo pensare che l’Europa, la sua rete, è collegata al cloud statunitense, di conseguenza in una situazione di dipendenza informativa. I grandi fornitori di cloud sono statunitensi, e determinano un certo oligopolio nel settore: Amazon AWS, Microsoft Azure, Google Cloud, per citarne alcuni.

Esiste inoltre un importante conflitto di interessi tra Europa e Stati Uniti, in quanto, anche se alcuni dati possono essere gestiti da data center presenti sul territorio europeo i dati sono comunque soggetti alla legislazione statunitense, anche se la loro collocazione geografica è altrove. Il CLOUD Act di Washington permette al suo governo di chiedere accesso ai dati delle aziende americane, anche se questi sono delocalizzati in Europa o sono di cittadini europei; di conseguenza il conflitto riguarda le regole europee sulla privacy (GDPR), che in breve servono a garantire la protezione dei cittadini da tentativi di estrazione dati da parte di “agenti” esterni non autorizzati.

Ma lasciando in sospeso la dimensione di queste considerazioni giuridiche, è importante capire anche l’effetto che questi grandi mutamenti digitali hanno sulla nostra quotidianità, perché può sembrare un problema lontano per molti, ma in verità è vicinissimo. Questi grandi flussi di dati sono gli stessi che dominano quello che guardiamo, quello che compriamo, e quello che desideriamo. Dettano stili di vita, comportamenti, spostano finanziamenti, oltre ad alimentare il consumo. Le grandi aziende che ormai assomigliano molto a delle signorie medioevali, investono enormemente in questa corsa al dato, e quindi alimentano lo sviluppo dei data center.

La competizione è forte, fortissima. Pechino non può e non vuole avere rivali regionali in questo senso, un esempio è Taiwan, la cui industria di IA e di Microchip è una spina nel fianco per la Cina. Statista riporta un numero complessivo di 449 strutture data center in Cina ad ottobre 2025, ma il numero potrebbe essere anche più alto, in quanto altre fonti e report industriali – come DataCenterMap e il China Data Centers Markets Report – parlano di oltre 500 strutture. Un rapporto di Straits research di luglio 2025, basato su dati del marzo dello stesso anno, mette in luce come la prima potenza in termini di numero di data center sia ancora Washington, con 5,426 strutture. Nello stesso articolo viene poi fatto notare che, in Europa, il leader di questo settore è la Germania, con 529 centri dati, l’Italia ne conta 173. Si vede quindi uno sbilanciamento a favore dell’egemonia statunitense in questo settore, anche se la Casa Bianca e le Big Tech della Silicon Valley sentono il peso della competizione proveniente da Oriente.

L’Europa quindi che sta facendo? In questo senso la sua capacità di immagazzinamento di dati e di sistemi IA non è ancora realmente competitiva, nonostante ci siano numerosi progetti in tale direzione, come ad esempio l’Invest AI dell’Unione Europea, la quale stanzia 200 miliardi di euro al fine di sostenere l’innovazione dell’intelligenza artificiale, e alcune aziende d’oltreoceano sembrano interessate a sviluppare il terreno – infertile – del vecchio continente: Microsoft ha annunciato un espansione pari al 40 per cento per rafforzare le proprie operazioni nei centri dati europei, lo stesso ha deciso di fare OpenAI, che ha iniziato la costruzione di fabbriche dati in Europa con lo Stargate Norway, il quale è il primo data center europeo per questa azienda, che si svilupperà a Navrik, questo progetto rientra nel programma “OpenAI for Countries”.

Ovviamente sono innumerevoli gli esempi che possono spiegare questo ampliamento famelico delle industrie tecnologiche, qui ne sono stati citati alcuni emblematici, ma la questione è di una ampiezza tale da poter essere approfondita per lungo tempo. Resta il fatto che i paradigmi a cui siamo stati abituati, le lotte economiche, petrolifere, la corsa alle risorse e alle terre rare, sono ora affiancate da qualcosa che non possiamo toccare con mano, non sono i dati delle risorse fisiche, eppure hanno un valore molto profondo, perché sono di nostra produzione, e alimentano i grandi sistemi informatici che utilizziamo quando lavoriamo, studiamo o ci svaghiamo. Alimentano anche i grandi sistemi aziendali, le campagne marketing e le operazioni di micro-tageting politico, come visto con il caso di Cambridge Analytica nel 2016. Una lotta geopolitica massiva, in cui il prestigio inizia ad essere valutato in base alle capacità di stoccaggio di questi dati. È una nuova risorsa economica e politica, che, come la sua controparte fisica, ha delle miniere dalle quali estrarre la risorsa grezza, ha poi un’industria che la raffina, ed infine viene immagazzinata e poi venduta, utilizzata nell’industria dei servizi o in quella sociale.

Roma, Maggio 2025. XXVII Martedì di Dissipatio

Umberto Eco parlava di apocalittici ed integrati, quella dicotomia nella quale due visioni sulla tecnologia si scontrano sulla pericolosità di essa o sulla sua opportunità. Forse è questo il punto cruciale della questione. Che valore possiamo dare e ricevere da questa corsa al dato, in cui sembra che vengano messe in discussione le nostre conoscenze e le previsioni su come funziona la competizione economico-industriale nel mondo globalizzato?

La sovranità digitale si posa sul controllo delle informazioni sensibili, ed alimenta la competizione del mercato, poiché dietro alla capacità di lavorazione delle IA, sussiste un complesso di strutture fisiche, le quali hanno il compito di sfamare queste tecnologie. Ci sono poi questioni energetiche ed ambientali che non possono essere messe in secondo piano: strutture così massive, e con questa mole di lavoro devono avere una alimentazione altrettanto importante. Secondo Enel X, i centri dati consumano circa 200 terawattora (TWh) di energia all’anno, e si prevede che il loro consumo aumenterà circa quindici volte entro il 2030, fino a raggiungere circa l’8 per cento della domanda di elettricità complessiva. Per quanto riguarda le emissioni di carbonio, secondo Nature, i data center contribuiscono allo 0,3 per cento delle emissioni complessive, il che è preoccupante visto che questo settore ha intenzione di espandersi, e di conseguenza potrebbe crescere anche questo numero.

Il consumo energetico, unito all’enorme flusso di investimenti finanziari, corredano questo schema di espansione tecno-coloniale verso i paesi in via di sviluppo. Una ricerca condotta questo maggio dal Belfer center for science and international affairs dell’Harvard Kennedy School intitolata “AI and Geopolitics: Global Governance for Militarized Bargaining and Crisis Diplomacy” mostra alcuni aspetti interessanti riguardo all’uso dei sistemi di intelligenza artificiale come strumento di proiezione. La ricerca cita Micheal C. Horowitz, il quale ipotizza che la sfida globale tra i giganti che si contendono il potere potrebbe in una considerevole dimensione essere decisa dai paesi del Sud globale, quindi, quali sistemi questi vorranno adottare, ad esempio se quello statunitense o quello cinese. Horowitz vanta una variegata pubblicazione nei confronti dei temi riguardanti l’IA e la sfida globale che concernono questi sistemi. Lo stesso afferma inoltre che la storia ci ha insegnato che non vincono tanto le potenze che inventano per prime una tecnologia, ma le potenze che riescono a sfruttare al meglio il suo potenziale.

Se quindi questa sfida globale, a colpi di stringhe di codice e di infrastrutture all’avanguardia si sta polarizzando sempre di più, è altresì lecito pensare al come, e al quando, ci si renderà conto che certi mutamenti nel tempo e nello spazio, sarebbe opportuno siano sotto l’osservazione di strumenti di controllo, i quali, si presuppone, dovrebbero essere in mano agli Stati almeno per quanto riguarda la sicurezza informatica dei cittadini nella raccolta dati. Se quindi abbiamo detto che la maggior parte delle strutture cloud in Europa, quelle poche che ci sono – il termine di paragone qui rimangono gli Stati Uniti – sono sotto il controllo de facto di aziende statunitensi (circa il 69 per cento secondo il Parlamento Europeo) allora stiamo parlando ancora di competizione? O forse dovremmo iniziare a chiederci se non si stia andando verso un mercato che si consolida dietro gli stessi monoliti dell’informatica?

Gli integrati, utilizzando le terminologie del Prof. Eco, potrebbero forse vedere solo molti aspetti positivi, ad esempio citando il caso statunitense, che ha beneficiato di questo settore in divenire, il suo PIL secondo il Data Center Coalition è cresciuto per 2,1 trilioni di dollari tra il 2017 ed il 2021. Poi si potrebbe citare la creazione di nuovi posti di lavoro riguardanti questi data center, se non fosse che la maggior parte di essi siano temporanei: difatti una volta costruite queste strutture, non c’è realmente bisogno di una grossa componente umana, poiché funzionano in autonomia, quindi gli impieghi permanenti sono pochi, come riporta Business Insider.

Concludendo si può dire che forse serve più critica, in modo tale da superare enfasi pericolose che non mostrano alcuni importanti impatti che i data center, e più ampiamente le IA hanno sulle nostre vite, sul piano politico, economico, sociale e geografico. Non si tratta quindi di essere ottimisti o pessimisti, integrati o apocalittici, si tratta piuttosto di essere pragmatici, cercare di capire come si spostano questi spazi vitali virtuali, e iniziare a pensare che la tecnologia, che è accelerazione nel tempo e nello spazio, che fende l’etere come una stella impazzita, deve forse essere patrimonio di tutti, non un privilegio di pochi, o delle poche potenze che ne hanno il reale controllo.

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