OGGETTO: La nuova era dei caccia
DATA: 05 Dicembre 2025
SEZIONE: Difesa
AREA: Cielo
Dai progetti europei alle iniziative statunitensi e asiatiche, la corsa alla sesta generazione ridisegna la guerra aerea. Tecnologie stealth, reti di dati e collaborazioni internazionali trasformano i velivoli in nodi intelligenti di sistemi complessi. Con il GCAP, l’Italia investe nel futuro per garantirsi un ruolo centrale nello scenario industriale e strategico mondiale.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

I caccia di quinta generazione sono stati il centro della cronaca nostrana per molto tempo (vedasi caso F-35). Si tratta di velivoli stealth, invisibili ai radar, e sempre connessi al fine di condividere dati con altri aerei, navi e droni. L’evoluzione dei conflitti richiede un costante aggiornamento della tecnologia militare, per questo è centrale il ruolo strategico, ma anche politico, che i progetti per velivoli di sesta generazione rappresentano. Le sfide riguardanti la cyber-sicurezza e la guerra elettronica sono costanti e l’industria militare, ma anche quella civile, cerca di creare risposte adeguate ai nuovi scenari globali. In questo senso le potenze mondiali sono impegnate nello sviluppo di progetti per il futuro, come i caccia di sesta generazione, con capacità tecnologiche all’avanguardia.

Per quanto riguarda l’Italia, essa è inserita nel Global Combat Air Program, GCAP, una collaborazione tra la BAE System britannica, la Leonardo e la Japan Aircraft Industrial Enhancement Co. Ltd. Si tratta dell’evoluzione del progetto Tempest, che vedeva la collaborazione tra Roma e Londra, mentre Tokyo sviluppava il suo FX (progetti poi integratisi in questa partnership). Come spiega Leonardo, il GCAP si propone di produrre entro il 2035 un velivolo che funga da Core Platform, ovvero una struttura connessa a sistemi periferici. L’obiettivo è sostenere il pilota attraverso sistemi di Intelligenza Artificiale capaci di sostenere supercalcoli. L’architettura proposta vorrebbe creare cloud e datalink per il trasferimento di enormi quantità di dati in tempo brevissimo. Un altro progetto europeo è invece quello tra Germania, Spagna e Francia, il Future Combat Air System, FCAS, anch’esso destinato alla realizzazione di un caccia di sesta generazione, ma che ha incontrato diversi problemi politici e industriali nel corso del suo sviluppo, come riportato fra gli altri da Euronews.

La Cina porta avanti in totale segretezza la sua iniziativa per un caccia di sesta generazione, ma le informazioni sono relativamente poche. La Russia sembra stia sviluppando un proprio progetto, affidato alla Mikoyan-Gurevich, MiG, molto nota per la produzione di alcuni dei caccia più noti durante la guerra fredda e anche dopo: Mig-21, Mig 25, Mig 29. Mosca è già molto attiva nella produzione di droni, come lo S-70 Okhotnik, considerando la centralità di questi nel conflitto russo-ucraino (come riportato da un report del febbraio 2025 del Center for Strategic and International Studies intitolato Calculating the Cost-Effectiveness of Russia’s Drone Strikes). I caccia di quinta generazione dispongono già di una enorme capacità adattiva, e l’industria Orientale in questo senso ha dimostrato dei grandi passi in avanti con la produzione di caccia come il Sukhoi Su-57 Felon russo o lo Shenyang J-35 cinese.

Gli Stati Uniti stanno portando avanti il Next Generation Air Dominance, NGAD, recentemente presentato con il nome di F-47. L’obiettivo è quello di creare un velivolo che funga da nave madre alla guida di sciami di droni, il Collaborative Combat Aircraft, CCA. A questo progetto partecipano la Boeing e la Lockheed Martin. L’obiettivo dell’NGAD statunitense richiesto dalla United States Air Force, punta a voler sostituire l’F-22 Raptor, di quinta generazione, con l’intento di garantire una rinnovata egemonia nella supremazia aerea. Gli Stati Uniti hanno anche un ulteriore progetto, denominato F/A-XX, e questo serve a rispondere alla domanda della US Navy di avere un caccia di sesta generazione imbarcato sulle portaerei per il futuro (progetto a cui partecipano Boeing, Lockheed Martin e Northrop Grumman), quest’ultima per intenderci è la casa costruttrice del bombardiere strategico stealth B-2 Spirit, recentemente impegnato nel bombardamento del sito nucleare iraniano di Fordow lo scorso giugno.

Il Ministero della Difesa ha inserito il GCAP tra le proprietà strategiche italiane, stanziando fondi pluriennali per favorire la sovranità tecnologica, e sostenere direttamente l’industria della difesa italiana, in particolare Leonardo. Nello specifico, il Documento programmatico pluriennale (Dpp) del Ministero della Difesa per il 2025-2027, riporta lo stanziamento di 625 milioni di euro per il GCAP nel 2025. Secondo un resoconto sommario della Commissione Difesa del Senato, l’impegno complessivo entro il 2035 è stimato per 9,6 miliardi di euro, ma si tratta di una previsione. Bisogna considerare che la spesa finale potrebbe variare nel tempo, considerando possibili risvolti politici ed economici dei partner interessati nel programma. Questi progetti non rappresentano solo un avanzamento tecnologico, ma anche la chiave per rimanere all’interno della competizione industriale internazionale, dove l’Italia cerca di collocarsi come protagonista. Il GCAP garantirebbe inoltre all’Italia di disporre di un velivolo non prodotto dagli Stati Uniti, quindi riducendo la sua dipendenza tecnologica. Dal dopoguerra ad oggi la nostra forza aerea ha contato spesso su velivoli statunitensi, ma è stata altresì impegnata attivamente in progetti nazionali come il Fiat G.91, e progetti intereuropei come il Panavia Tornado e il recente caccia di quarta generazione avanzata, l’Eurofighter Typhoon 2000; oppure il caso della collaborazione italo-brasiliana che ha prodotto il caccia d’attacco al suolo AMX International AMX, conosciuto come il Ghibli.

La capacità di poter produrre delle macchine in grado di proiettarsi in vantaggio rispetto alla concorrenza è una strategia cruciale anche in considerazione del principio di deterrenza, ma soprattutto considerando il grande volume di investimenti attorno a questi progetti. Per quanto riguarda l’NGAD, secondo una previsione preliminare da parte di The National Interest, il costo unitario potrebbe aggirarsi intorno ai 300 milioni di dollari per velivolo. Non si tratta solo di comprare un aereo, ma di finanziare una ricerca al fine di arrivare alla produzione, la quale è comunque stimata per la maggior parte di questi progetti tra il 2035-2045. La competizione si fa imponente, sia in termini di finanziamenti, sia per il primato simbolico di riuscire a sostenere lo sviluppo tecnologico di macchine capaci di dominare i cieli nel futuro. Nonostante la centralità dei droni, divenuti ormai uno strumento da guerra che riduce i costi ed i rischi, massimizzando i danni; è centrale il concetto di hub nel contesto della ricerca aeronautica. Costruire cioè dei velivoli interconnessi, capaci di gestire in maniera periferica sistemi integrati e rendere le missioni una complessa ma veloce rete. Il futuro dell’aeronautica militare è quindi una corsa all’avanzamento tecnologico, ma anche politico e industriale.

I più letti

Gruppo MAGOG