Tutte le strade portano ad Hassi R’Mel

Il consolidamento della cooperazione italo-algerina è in grado di offrire qualcosa di molto più prezioso dell’energia. Più del gas, esso evoca scenari, aggredisce il presente, riflette aspirazioni naturali e mette alla prova la Politica.
Il consolidamento della cooperazione italo-algerina è in grado di offrire qualcosa di molto più prezioso dell’energia. Più del gas, esso evoca scenari, aggredisce il presente, riflette aspirazioni naturali e mette alla prova la Politica.

In pieno deserto algerino, una tempesta di sabbia avvolge donne, vecchi e bambini. Poco fuori città, grandi tubi fuoriescono dalla sabbia cocente; improvvisamente, una fiammata proveniente dalla terra sembra consegnare alla massa desertica una parvenza di vita. A pochi metri, operai dalla tuta color rosso sangue accorrono su un pick-up bianco, dello stesso colore del casco da lavoro che indossano, preparandosi a controllare che tutto sia a posto. Non è vero che il deserto assomiglia al mare. Le distese di sabbia in fondo sono fatte della stessa materia dell’uomo: nascono dalla terra. Questa assomiglia così tanto alla creatura tratta da essa, da poter quasi dire che, al pari dell’uomo, necessiti di socialità. L’essere umano non potrebbe chiedere di meglio. Grazie alla terra l’uomo ciba i propri sogni, la propria ricchezza; alimenta o distrugge i suoi figli, prima ancora che se stesso.

In Algeria, nel distretto di Hassi R’Mel, ad oltre cinquecento chilometri a sud di Algeri, vive uno dei cuori del Nordafrica. A poco meno della stessa distanza, in direzione est, vi è la cittadina di Hassi Messaoud, protagonista di uno dei più brutali eventi accaduti nella notte tra il 13 e il 14 luglio 2001. Per circa cinque ore, una quarantina di donne che abitavano in delle bidonville nella periferia della città, furono selvaggiamente violentate, picchiate, mutilate e trascinate nude per la strada da un’orda di circa trecento uomini di fede islamica, dopo che l’imam aveva condannato la loro presenza giudicandola “immorale”.

Ma cosa lega Hassi R’Mel ad Hassi Massoud? Nient’altro che un’asse che collega il più grande giacimento di gas naturale dell’intero continente africano (Hassi R’Mel) al più grande giacimento di petrolio del Paese (Hassi Massoud). Da Hassi R’Mel partono ben quattro gasdotti. Il primo, il Trans Mediterranean Pipeline o anche “gasdotto Enrico Mattei”, collega l’Algeria all’Italia, passando per la Tunisia; il secondo rifornisce la penisola italiana attraverso la Sardegna; il terzo, il Medgaz, giunge invece in Almeria, in Spagna; infine il quarto, il Maghreb-Europe Gas Pipeline, collega l’Algeria alla Spagna, passando per il Marocco (dal 2021 il transito del gas attraverso questo gasdotto è cessato per le divergenze tra i due stati nord-africani legate al riconoscimento dell’autonomia della regione desertica del Sahara Occidentale da parte del governo di Rabat).

Se si prende una mappa e la si osserva con cura, si vedrà che la geografia lascia ben presto lo spazio alla geopolitica. A tracciare le linee sulla sabbia ci pensano i gasdotti progettati e gestiti dalle varie aziende di stato, come Somatrach (Algeria), Eni (Italia), Sotugat (Tunisia). Un triangolo rovesciato che unisce l’apice, rappresentato dal centro di Hassi R’Mel, verso i vertici bassi rappresentati da Capo Bon ad est (lungo la costa tunisina), in direzione italiana, e dal capoluogo algerino di Béni Saf ad ovest, in direzione spagnola. Questi tre luoghi non si limitano solamente a rappresentare degli importanti punti di snodo, ma proiettano ambizioni e forniscono spunti alle scelte strategiche di nazioni come l’Italia e la Spagna, Paesi legati da una storia e da un temperamento simile, luoghi affratellati da una fede passionale e fiera. Materie prime, necessità energetiche e ambizioni geopolitiche riconfermano così proiezioni naturali già attestate dalla storia e ardentemente perseguite dall’unico, reale ed effettivo Ministero degli Esteri italiano: l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI). Iconograficamente, Hassi R’Mel è come un cuore nella sabbia che pompa del sangue; i gasdotti fungono da arterie che trasportano il medesimo verso gli altri “organi” del corpo, nel bacino del Mediterraneo.

Enrico Mattei fu il primo italiano del Dopoguerra che intese rendere autonomo da interessi privati e indipendente da mire straniere il fattore energetico di cui l’Italia necessitava, mettendolo a servizio della comunità nazionale e delle famiglie. Per fare ciò utilizzò le armi della diplomazia e della visione politica, come nessun altro politico della Prima Repubblica seppe fare.

Enrico Mattei e l’Algeria. Un amico indimenticabile (1962-2022)

 «La cosa più importante per un Paese è l’indipendenza politica, che non ha valore se non c’è l’indipendenza economica. Avere l’indipendenza economica significa avere il controllo delle proprie risorse […], le proprie fonti di energia. Con esse si controllano i più importanti settori lanciati verso il domani, i settori nei quali […] potete dire la vostra parola, potete diventare qualcuno».

Enrico Mattei, intervento in apertura dell’A.A. 1961 della Scuola di Studi Superiori sugli Idrocarburi, San Donato Milanese

L’indipendenza del Paese, secondo Mattei, non doveva fare leva esclusivamente sulla ricchezza degli armamenti o sulle innovazioni in campo militare. Essa doveva procedere anzitutto dall’interlocuzione privilegiata con i Paesi del Terzo mondo. Instaurare cooperazioni economiche e tecnologiche con gli Stati del Nordafrica o con i Paesi del Medioriente, per Mattei, significava riscoprire una vocazione geopolitica autenticamente italiana. Come tipicamente italiana era la modalità d’approcciarsi e di consolidare partnership con le realtà politiche che uscivano o che si apprestavano ad uscire dalla stagione della colonizzazione. Condizioni vantaggiose e riconoscimenti paritari per i Paesi estrattori di idrocarburi erano infatti alla base del “metodo Mattei”.

Con un rispetto ed un’autorevolezza acquisita sul campo, egli è ascoltato e ammirato dai Paesi del Terzo mondo poiché offre loro ciò che essi più agognano, vale a dire: il rispetto del principio secondo cui le risorse energetiche appartengono anzitutto ai Paesi d’estrazione. Ciò si traduce in offerte chiare e ferme. Mattei offre condizioni molto più vantaggiose di quelle promosse dal cartello delle “sette Sorelle” e, soprattutto, investimenti nella formazione del personale, affinché conoscenze e competenze specialistiche restino e si sviluppino nei luoghi d’origine. Date tali premesse, non stupisce dunque l’intitolazione ad Enrico Mattei del gasdotto Trans Mediterranean Pipeline, da parte del governo algerino; così come l’intitolazione allo stesso fondatore dell’Eni, del parco del prestigioso quartiere di Hydra, ad Algeri. Né sorprendono le parole che ha voluto a lui dedicare il ministro algerino Laid Rebiga, nel libro bilingue curato dall’Ambasciata d’Italia in Algeria, in occasione dell’anniversario della sua scomparsa, dal titolo: Enrico Mattei e l’Algeria. Un amico indimenticabile 1962-2022.

L’amico della rivoluzione algerina, Enrico Mattei, assicurò un grande sostegno alla causa nazionale durante gli anni della lotta e giocò un ruolo importante nel momento cruciale dei negoziati di Evian, mettendo a beneficio della parte algerina la sua esperienza e le sue conoscenze nel settore degli idrocarburi e aiutandola a definire le grandi linee direttrici strategiche di negoziazione e a difendere gli interessi dell’Algeria per il futuro nello sfruttamento delle sue risorse petrolifere e minerarie in piena sovranità. Nonostante egli abbia lasciato questo mondo, Enrico Mattei resta una delle eminenti personalità a livello mondiale, di cui l’illustre sostegno alla nostra causa nazionale resterà scolpito nella memoria del popolo algerino e i suoi valori umani continueranno a contribuire, alimentare e sostenere i movimenti di liberazione dei popoli che ancora soffrono sotto il giogo del colonialismo.

A causa del conflitto russo-ucraino e delle conseguenze da esso derivate, l’Italia sta avendo la possibilità di consolidare maggiormente l’amicizia con l’Algeria.  Il IV vertice intergovernativo di Algeri tenutosi il 18 luglio, alla presenza del premier Mario Draghi e di ben sei ministri del Governo italiano (Affari esteri, Interni, Giustizia, Transizione ecologica, Infrastrutture) la dice lunga sull’importanza dell’evento, che può a buona ragione definirsi storico. «L’Algeria è diventata il primo fornitore di gas del nostro Paese», ha affermato il Presidente del Consiglio Draghi. Inoltre, l’invio addizionale di 4 miliardi di metri cubi di gas, a partire dalla prossima settimana, rappresenta «una accelerazione rispetto a quanto previsto» e «anticipa forniture ancora più cospicue nei prossimi anni». Oltre al gas sono stati inoltre firmati 15 documenti tra accordi, memorandum di intese, protocolli di cooperazione e dichiarazioni di intese. 

Il consolidamento della cooperazione italo-algerina potrà costituire un’occasione in più per soffermarsi sulla figura di Enrico Mattei e sul suo pensiero. Probabilmente, il messaggio più iconico che lascia lo storico fondatore e presidente dell’Eni assomiglia alla figura di uno dei numerosi ingegneri che oggi fanno parte dell’azienda con il logo del cane a sei zampe. Sempre pronto ad esplorare territori e a macinare chilometri, con la tuta e il casco da lavoro indosso o in giacca e cravatta; alla guida di un pick-up, solcando le dune del Sahara, o a bordo di un jet privato. Questo dicono “le sei zampe”. Mobilità e prontezza unite a diplomazia, indipendenza ed efficienza. Questo dice il fuoco “estratto” da questa esplosiva simbiosi. Attraverso questi elementi si ridisegna la geopolitica italiana: avendo sullo sfondo il Mediterraneo e come fonti d’interlocuzione privilegiate la storia e gli interessi in comune.

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