Il pilota automatico

Fascismi immaginari, stato d’emergenza, stampa conformista, la sinistra che assegna patenti di moralità. Sembra di essere tornati agli anni Settanta
Fascismi immaginari, stato d’emergenza, stampa conformista, la sinistra che assegna patenti di moralità. Sembra di essere tornati agli anni Settanta

Alzi la mano a chi piace il nostro tempo. Probabilmente non troveremmo nessuno deciso ad alzarla, perché in fondo il tempo in cui viviamo risulta poco interessante. Già, e si badi che il poco interesse non è dato dalle sfide che si affrontano ma dalle risposte che si danno. Smunte, prive di pathos, arrendevoli, depotenziate, da «pilota automatico», come disse il nostro presidente del Consiglio nel 2013, quando dei giornalisti gli chiesero risposte sugli effetti dell’impasse politico registrato in quei giorni. Non v’è da preoccuparsi, disse l’allora presidente della Bce con fare sardonico, «l’Italia “continuerà sulla strada delle riforme” indipendentemente dall’esito delle elezioni. “Dovete considerare – ha poi continuato – che molto dell’aggiustamento già fatto dal Paese continuerà come se si fosse inserito il pilota automatico”» (Corriere della sera, 7.03.2013).

Effettivamente è proprio quest’atmosfera da “pilota automatico” che sembra nuocere in maniera così deprimente allo status politico, culturale ed esistenziale del nostro Paese. La sovranità, parola magica ormai sottomessa a dinamiche da diatriba elettorale, non appartiene infatti solamente alla politica. Attiene alle nostre vite, alla capacità di “decidere” per “recidere” qualcosa che ostacola il cammino, impedendo alla vita sociale e culturale del nostro tempo di correre verso lidi futuri senza legacci con un passato. Il passato a cui si allude non è quello di Dante, delle radici greco-romane e cristiane dell’Europa, di un ethos definito, bensì alla sua controfigura scialba, inconcludente e retorica attecchita nel dopoguerra. Quella che proviene d’Oltreoceano, e che come in un’alchimia impazzita si è mescolata al ribellismo sconclusionato del ’68. Non ribellione, ma ribellismo in quanto incapace di darsi coordinate autonome, registri linguistici autoctoni, facendosi dettare motivi e sinfonie da culture utilizzate per estendere i confini finto-ribellistici delle trasgressioni consumistiche provenienti dall’Ovest. L’immagine del “Che” ridotta ad icona da t-shirt, che fa sentire rivoluzionario colui che la indossa è altamente significativa in tal senso.

Ebbene, qual è lo stato delle cose ad oggi, nell’ottobre del 2021? Immaginiamoci nei panni di un comune osservatore che utilizzi una macchina del tempo. Perché ricordiamo che dopo la teoria della relatività di Einstein e le ricerche sull’energia nucleare di Enrico Fermi, la scoperta del “flusso canalizzatore” da parte del dott. Emmet “Doc” Brown nel 1955, ha reso possibili i viaggi nel tempo, come ci rammenta “l’epica” trilogia di Zemeckis.

Ebbene, scesi dalla macchina del tempo, la distopia esistenziale ancor prima che politica è ben visibile. Lasciapassare sanitari presentati come nuove frontiere di libertà da giornalisti attempati e giovani cronisti, interiormente più attempati dei primi; cortei e manifestazioni tacciate come “fasciste” in blocco, senza distinzione alcuna; giornali e televisioni che adoperano armi di distrazioni di massa come il “pericolo fascismo”, rigorosamente sotto elezioni. Facendo poi una breve comparazione con la situazione politica e sociale del resto d’Europa e del mondo, l’Italia appare come l’unico Stato in cui la pervasività di misure come la “tessera verde” rende di fatto pressoché impossibile vivere liberamente la propria vita. Salvo poi vedere in televisioni così belle, grandi e definite che l’avverbio “liberamente” è sottoposto all’interpretazione verace da parte dell’epidemiologo di turno, che ricorda come non esista “libertà da” ma “libertà di”, esattamente, “…di non nuocere il prossimo”. Eppure, quando lo dicono i cattolici ci si trova sempre dinanzi ad una pericolosa deriva clericale che attraversa il Paese, e adesso invece… adesso i radicali non vi sono più, o meglio, se vi sono risultano essere più radicali dei censori di una volta.

Politicamente però le cose saranno un tantino migliorate, si chiede l’ignaro visitatore. Apprende che dai tempi di un tale di nome Giuliano Amato, passando per Ciampi e poi giù ancora per Mario Monti sino ad arrivare al nostro Mario Draghi la moda del “pilota automatico” ha contagiato la classe politica italiana, soprattutto quella affezionata all’Unione Europea più che all’Europa. La seconda, a differenza della prima, è esistita ed esiste ancora, soltanto che ad oggi risulta “occultata”, come il dodicesimo Imam per la tradizione musulmana sciita (chiedo venia per la comparazione). L’Unione Europea risulta essere invece il nuovo Moloch dei tempi moderni, basata su quella che l’allora cardinale Ratzinger a Subiaco, nel 2005, definiva come un’«autolimitazione della ragione tipica di una determinata situazione culturale – quella dell’Occidente moderno». Nonostante il fatto che i teoremi e le ragioni che l’Ue e i suoi corifei nostrani adducono, sembrano dettate da raziocinio, spesso risultano in realtà «ancorate culturalmente, vincolate cioè alla situazione dell’Occidente di oggi». Alla base di questa “autolimitazione” vi è una concezione castrata di libertà; così la descriveva Ratzinger:

«Essa parte dalla libertà come un valore fondamentale che misura tutto: la libertà della scelta religiosa, che include la neutralità religiosa dello Stato; la libertà di esprimere la propria opinione, a condizione che non metta in dubbio questo canone; l’ordinamento democratico dello Stato, e cioè il controllo parlamentare sugli organismi statali; la libertà di formazione dei partiti; l’indipendenza della magistratura; e infine la tutela dei diritti dell’uomo ed il divieto di discriminazioni. Qui il canone è ancora in via di formazione […] Il concetto di discriminazione viene sempre più allargato, e così il divieto di discriminazione può trasformarsi sempre di più in una limitazione della libertà di opinione e della libertà religiosa […]»

Il card. Ratzinger aggiungeva poi profeticamente: «Ben presto non si potrà più affermare che l’omosessualità, come insegna la Chiesa cattolica, costituisce un obiettivo disordine nello strutturarsi dell’esistenza umana». Il ddl Zan presentato in Parlamento qualche mese fa mira proprio a restringere sempre più tale facoltà, in ragione di tale visione limitata della nozione di libertà.

Il clima culturale ed ideologico del Paese sarà però inevitabilmente cambiato rispetto agli anni di piombo, si dice quasi convinto il nostro osservatore venuto dal passato. Eppure questo scorcio di ottobre testimonia semmai l’esatto contrario. Il vicesegretario del Partito Democratico addirittura si cala nelle vesti di un dipendente della motorizzazione, che rilascia patenti di democrazia, come ai “bei tempi”, appellandosi ad un termine preistorico («arco democratico e repubblicano») e denunciando esponenti e partiti politici che non prendono le distanze dalla matrice ideologica del gesto violento perpetrato ai danni della sede nazionale della Cgil. «Ieri Meloni aveva un’occasione: tagliare i ponti con il mondo vicino al neofascismo, anche in Fdi. Ma non l’ha fatto. Il luogo scelto (il palco neofranchista di Vox) e le parole usate sulla matrice perpetuano l’ambiguità che la pone fuori dall’arco democratico e repubblicano».

Che fine hanno fatto i tribunali, i processi, le garanzie per gli imputati, le sentenze? Insomma, esiste ancora lo stato di diritto? La politica è davvero in grado di anticipare il responso della magistratura, di accertare dei fatti, di giudicare responsabilità e, infine, di emettere condanne? Esemplificando: se una persona inneggia al ventennio fascista e cinquanta persone provenienti da mondi ideologici e culturali ad esso estranei, assediano e devastano una sede sindacale, ebbene è fascista la matrice di quel gesto violento? Cosa significa poi fascista? Attiene alle modalità impiegate o all’ideologia richiamata? Alla politica dei partiti non interessa individuare responsabilità, le basta colpevolizzare. Essa è costitutivamente miope, le basta inforcare delle lenti che le consentano di vedere sino al prossimo appuntamento elettorale. Fine. Punto.

L’egemonia culturale gramsciana del resto è ancora lì intatta; il trinariciuto colore rosso è stato schiarito dal più liberal e progressista fucsia, ma modificando gli addendi il risultato non cambia. Il conformismo dei giornali e delle televisioni è asfissiante ed omologante. “Non può essere”, esclama stranito il nostro caro viaggiatore. Eppure la locandina enorme esposta fuori dal cinema per la prima è estremamente chiara. Il significato simbolico di associare il nome e la storia di Angelo Izzo, uno dei “massacratori del Circeo”, ad un titolo così rassicurante, La scuola cattolica, è immediato. Il messaggio è già dato, senza fronzoli, senza alcuno spazio per la mediazione. Il regista Stefano Mordini deve aver ben studiato le opere del sociologo statunitense Marshall McLuhan, secondo cui il medium è già messaggio. Eppure lo stesso è stato capace di conseguire un risultato da guinness dei primati, soprattutto nel 2021. Ovvero, risvegliare i pubblici censori che hanno vietato il film ai minori di diciott’anni, e, dulcis in fundo, riuscire a far apparire equilibrate e degne di nota addirittura le dichiarazioni dell’autore di uno dei fatti del Circeo, il quale ha affermato: è «ripugnante cercare di attribuire ai preti della mia ex scuola San Leone Magno le mie colpe o quelle dei miei sodali». «Bisogna essere accecati da un pregiudizio anticattolico per affermare simili sciocchezze: i fratelli maristi li ricordo come ottime persone e non ne ho un ricordo negativo manco a sforzarmi» (Il Mattino, 7.10.2021)

Mordini invece evidentemente ha necessità di collegare, di simbolizzare, di fornire registri pregni di senso sino in fondo. Non poteva dunque esimersi di dare come colonna sonora al film la canzone di Lucio Battisti, La collina dei ciliegi. Giocando in particolare su alcune frasi da sempre al centro delle dispute circa il significato di fondo del brano. Si allude ad esempio al «volando intorno la tradizione», ma soprattutto al celebre ritornello: «planando sopra boschi di braccia tese». Narrare eventi così tragici e repellenti con una colonna sonora come quella del cantautore romano, così significativa, intende con una certa spavalderia di cattivo gusto collegare e radicare in quell’evento terribile una matrice ideologica, un immaginario che coinvolge l’uomo di una certa parte politica sino in fondo: dall’educazione cattolica (che è l’opposto dell’educazione borghese, il problema semmai attiene al tentare di assaporarla sino in fondo) sino all’ascolto di canzoni “non impegnate” (era questa la terribile accusa che la sinistra muoveva a Lucio Battisti).

Questo breve spaccato intende far riflettere sulla terribile distopia che oggi coinvolge la società italiana. I temi e gli argomenti sono pressoché identici a quelli di quarant’anni fa. Con una non banale differenza: insieme alle ideologie è morta anche la riflessione critica e lo spazio per dissentire. Laddove con il termine spazio non si intende soltanto il luogo fisico ma il luogo ontologico, quello che ha a che fare con la dignità di poter esprimere ed esercitare il dissenso, cosa che sembra negata.

«Siamo in uno stato d’emergenza che sta diventando stato d’eccezione – avverte Massimo Cacciari – (…) speriamo che non sia così, perché (…) si verificherebbe il passaggio da uno stato d’emergenza, in cui si dispone di determinati strumenti normativi per combattere una situazione emergenziale, a uno stato d’eccezione, che in questo caso si configurerebbe nel senso di un governo che ci vuole schedati».

Non resta allora che tornare nella macchina del tempo e scappare, fuggire a gambe levate da un futuro così minaccioso e oscuro, da un futuro che si credeva passato.

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