La durezza del fatto non resiste innanzi al processo di erosione di cui la narrazione è capace e la nostra stessa postura di cittadini coinvolti in un gioco di portata planetaria non è che il residuo di un’operazione di sgretolamento operata da media e tecnologie digitali. Viviamo in una fase post-geografica dove il reale è stato smantellato e sostituito da una polvere di segni iper-reali. In questo scenario, The Line — una traiettoria specchiata di 170 chilometri che incide il deserto saudita — non va interpretata come un mero progetto urbanistico, ma come il primo simulacro architettonico della storia.
The Line è un monolite di vetro e acciaio lungo 170 chilometri, largo appena 200 metri e alto 500, destinato, secondo i progetti iniziali, ad accogliere circa 9 milioni di abitanti nel cuore del deserto arabico. Un muro specchiante che dovrebbe garantire zero emissioni di carbonio, spostamenti lineari di venti minuti da un capo all’altro della città con treni ad alta velocità, trasporti completamente automatizzati, aria condizionata perpetua a regolare il clima, altrimenti insostenibile, del deserto. Il costo stimato si è detto oscillare tra i 500 miliardi e il trilione di dollari. La data di completamento, inizialmente prevista per il 2030, poi slittata al 2039, rischia di essere rimandata indefinitamente mentre i cantieri si moltiplicano nel deserto.
The Line, tuttavia, nella sua essenza non è un progetto architettonico che aspira a realizzarsi: è più simile a un ideale regolativo kantiano, la cui supposizione trascende la questione della mera esistenza materiale. La sua realizzazione fisica si rivela via via sempre più complessa — le popolazioni beduine della tribù Howeitat sono state espropriate con la forza e i cantieri avanzano a singhiozzo mentre gli annunci ufficiali parlano già di ridimensionamenti sostanziali. Ma poco sembra importare se rimarrà una trincea vuota o una cicatrice di cemento nel deserto. Nel momento in cui il suo loop digitale conquista lo schermo, la città è già ontologicamente compiuta.
I rendering in CGI di The Line circolano sui social network come oggetti estetici perfetti, loop di quindici secondi che mostrano la facciata specchiante riflettere l’alba sul deserto, droni che volano tra grattacieli verticali sospesi nel vuoto, giardini pensili che si ergono in mezzo alla sabbia. Questi video arrivano a milioni di visualizzazioni, generano discussioni, ammirazione, scetticismo, ironia, ma sempre all’interno della grammatica del loop. È l’urbanistica della devianza che James Ballard aveva profetizzato in High-Rise e Running Wild: uno spazio progettato non per essere abitato ma per materializzare una concezione, un set cinematografico iper-tecnologico dove il potere celebra la propria onnipotenza attraverso la levigatura della sua stessa superficie.
Il cardine di questa mutazione è il video breve, di pochi secondi di durata – il TikTok, il Reel – l’unità di misura di un tempo senza storia che richiama direttamente il presente perpetuo di cui parla sempre Ballard in Miti del futuro prossimo. Il loop, per quanto ciò non sia ancora pienamente digerito dal ceto intellettuale, annulla la linearità stessa del pensiero: senza prima né dopo, senza acquisizione del discorso approfondito, questo semplicemente non è più convincente e sopravvive esclusivamente in nicchie ecologiche e museali.
Quando emergono notizie sul ridimensionamento drastico di The Line – che riguardino il cronoprogramma o la sua intrinseca vivibilità – queste informazioni vengono digerite dal sistema e rigettate come curiosità marginali. Appaiono in articoli di approfondimento anche molto dettagliati, in thread su X che si perdono nel flusso, in servizi di telegiornale che si dissolvono nell’anticipazione del preserale. Il simulacro assorbe la smentita e la trasforma in contenuto ulteriore: “The Line non si fa più” diventa esso stesso un loop, un meme, un formato virale che paradossalmente rafforza la presenza del progetto nell’immaginario collettivo.
In sostanza, è il tramonto del discorso convincente; basta invece offrire una chiave di lettura non mediata e istantanea. Un contenuto non deve essere vero, deve essere esteticamente coerente con il flusso o con l’agenda narrativa in cantiere. È l’attuazione definitiva della tesi di Debord per cui il vero è un momento del falso. La verità tecnica (l’impossibilità fisica del progetto, il costo umano delle espropriazioni, l’assurdità di condizionare 170 chilometri di deserto) viene frammentata in informazione snackable che, paradossalmente, rinforzano la solidità del simulacro pur discutendone l’evanescenza.
In questo agone pubblico saturato/snaturato, il pensiero critico versa in uno stato di emergenza respiratoria. È un pensiero tracheotomizzato, dove l’urgenza violenta di comprendere, di lottare, di dare un senso al collasso, per quanto avvertita, cede il passo allo spillover incessante del loop che ha reciso la laringe, e lasciato quello che a tutti gli effetti si può chiamare pubblico, senza voce, al punto che la capacità di previsione che fosse poi confermata dai fatti non acquisisce comunque il prestigio o il merito che solitamente si tributava a un’anticipazione avveratasi.
Le terre delle tribù Howeitat sono state espropriate, tre membri della tribù sono stati condannati a morte per essersi opposti al progetto. Queste notizie sono emerse, sono state documentate, hanno fatto il giro delle testate internazionali, eppure non hanno scalfito minimamente la circolazione virale dei rendering di The Line. I due flussi informativi — l’atrocità documentata e il glamour architettonico — coesistono senza contraddirsi, perché operano su piani ontologici diversi. Uno appartiene al registro del fatto verificabile, l’altro al registro dell’evento estetico. Nel regime del loop, in un sistema di spettacolo accelerato, è il secondo a determinare ciò che è reale.
La versione ufficiale, pur nelle sue falle evidenti, viene accettata per pura inerzia cognitiva e poi consolidata per la sua capacità di riassorbire le smentite. Non crediamo al potere, o alla narrazione dominante, perché sia giusto, ma perché è l’unico segnale apparentemente decifrabile nel caos.
Il paradigma della sorveglianza si declina ora in un senso specifico. L’umanità contemporanea vive in un perenne gioco di trasparenze e opacità, in una sorta di Anti-Panopticon dove il potere ama rivelare apertamente alcuni dei suoi meccanismi più reconditi, o dare l’impressione di, purché questi rimangano segni sempre manipolabili o revocabili dalla sua stessa logica operativa di superficie. L’obbligo di osservare lo spettacolo, ossia essere aggiornati o frequentare il trend topic del momento o venire sommersi dalla mole spaventosa di informazioni, è la nuova, suprema forma di sottomissione.

The Line incarna perfettamente questo paradosso: tutto del progetto è pubblico, trasparente, ostentato. I piani urbanistici sono disponibili online, le conferenze stampa reperibili, i rendering diffusi gratuitamente per massimizzare la visibilità. Il principe ereditario Mohammed bin Salman parla apertamente di rivoluzionare il concetto stesso di città, di superare i limiti della fisica e dell’ingegneria. Eppure l’ipertrasparenza di questa ambizione megalomane funziona come la forma più efficace di occultamento: rivela così tanto da rendere impossibile, fuori da una precisa vocazione individuale, discernere cosa sia rilevante.
In questo teatro di specchi, ciò che non è nel flusso ed estraibile come loop auto-evidente semplicemente non esiste. L’occultamento avviene tramite l’omissione dal discorso pubblico rilevante. Se il video della violenza contro gli Howeitat non entra nel flusso algoritmico con la stessa potenza virale dei rendering architettonici, esso cade fuori dal perimetro, se non del pensabile, perlomeno del dibattito pubblico.
Le stesse piattaforme che diffondono i rendering utopici di The Line ospitano le denunce sulle violazioni dei diritti umani, che però si risolvono in uno Snuff Power del trauma, dell’incidente o dell’esecuzione, e infatti il primo formato è ottimizzato per la viralità mentre il secondo viene confinato in nicchie di attivismo digitale. Il risultato è che la maggioranza degli utenti conosce The Line come oggetto estetico futuribile, non come teatro di repressione e violenza.
Il pessimismo politico allora nasce dalla consapevolezza di questa impotenza fonetica. Il pensiero che voglia combattere il dominio scopre con orrore che non può usare le armi del nemico. Produrre contro-narrazioni nel formato del video breve significa aver già perso: vuol dire accettare la grammatica del loop che è il terreno di battaglia scelto dall’avversario, contravvenendo a migliaia di anni di pensiero strategico della guerra. Il pensiero critico non può competere con la forma editoriale del glamour del disastro se accetta di farsi comprimere in quindici secondi.
Richiamandoci a un’esperienza ordinaria, basterà fare mente locale alla mole di informazioni che circolano sui social network riguardo a The Line, e a come vengano filtrate dal fattore umano: centinaia di video, migliaia di commenti, decine di prospettive contrastanti. Eppure nessuno si sposta mai dalle convinzioni di partenza. Chi vede il progetto come simbolo di progresso continuerà a celebrarlo nonostante le evidenze del fallimento; chi lo considera una distopia continuerà a denunciarlo senza scalfire la sua circolazione virale. L’informazione è tale, per compattezza, potenza emotiva e volume, da non lasciare spazio a chiavi di lettura alternative.
The Line, che forse non verrà mai completata nella sua forma originaria, ha già vinto. Ha colonizzato l’immaginario, generato infinite ore di contenuto, plasmato il dibattito sull’urbanistica del futuro. La sua esistenza come simulacro è più solida e duratura di qualsiasi struttura fisica avrebbe potuto essere. Quando tra vent’anni i turisti visiteranno i chilometri effettivamente costruiti, lo faranno perché hanno visto i rendering, perché il loop ha creato l’aspettativa, perché la città digitale ha preceduto e determinato qualsiasi possibile città materiale.
Rimaniamo così incastrati in un’estetica della fine, di un pensiero che cerca di uscire da sé fino a diventare esotico per fuggire al soffocamento. The Line è la metafora perfetta del nostro tempo: una linea tracciata nel deserto che non porta da nessuna parte, un muro di specchi che riflette solo se stesso, un’utopia che può anche rinunciare alla propria realizzazione perché ha già ottenuto tutto ciò che cercava — attenzione qualificata, effetto wow, doom scrolling.