Intervista

Sir David Omand: «L'intelligence deve illuminare le decisioni, non sostituirsi alla politica»

«Le capacità più avanzate dell'intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il controllo umano. Tradizionalmente una persona era dentro il processo decisionale, coinvolta in ogni scelta e nella valutazione delle informazioni. Nei combattimenti più rapidi, invece, tende a trovarsi sopra il processo: stabilisce in anticipo regole e limiti per reti di sensori elettronici, sorveglia il sistema che opera autonomamente e interviene se qualcosa cambia o va storto. La responsabilità umana rimane, ma assume la forma della supervisione. La questione etica non è più soltanto come tenere l'uomo dentro ogni decisione, bensì come garantire che i sistemi valutino correttamente le informazioni e operino secondo i criteri morali che vogliamo, anche quando cambiano le circostanze»
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Nei romanzi di Graham Greene e John le Carré, le spie abitano un mondo di ombre, mezze verità e fedeltà incerte, dove il confine tra conoscenza e illusione è sottile quanto quello tra amico e nemico. Sir David Omand quel mondo lo ha conosciuto dall’interno, attraversandone per decenni i corridoi più riservati. Già direttore del GCHQ (Quartier Generale delle Comunicazioni del Governo) e coordinatore dell’intelligence del governo britannico, oggi professore al King’s College di Londra, Omand è uno dei migliori interpreti della tradizione britannica del segreto. Dalla Guerra fredda alla Russia di Putin, dalle ossessioni del Cremlino ai fantasmi dell’intelligenza artificiale, nei suoi libri si trova la migliore lezione sull’incertezza del potere e sulla fragilità delle nostre certezze nella nuova era delle spie. Perché, come avrebbe potuto scrivere le Carré, il peggior inganno non è sempre quello orchestrato dal nemico, ma quello che gli uomini costruiscono per convincere sé stessi.

— È stato direttore del GCHQ e coordinatore per la sicurezza e l’intelligence del governo britannico. Che cosa le hanno insegnato queste esperienze? E quale è il centro del suo libro su come pensano davvero le spie?

Ho intitolato il mio libro How Spies Think, con il sottotitolo Dieci lezioni di intelligence, per condividere quanto avevo imparato sia all’interno dei servizi sia come responsabile politico destinatario delle loro valutazioni. La lezione:  la nostra conoscenza del mondo è frammentaria, incompleta e talvolta sbagliata. Vale tanto per l’enorme quantità di informazioni pubblicamente disponibili quanto per quelle ottenute da fonti segrete. non possiamo presumere di disporre di un quadro affidabile prima di prendere decisioni cruciali. E non possiamo costruire una politica di sicurezza sull’aspettativa che i servizi ci avvertano in tempo di ogni minaccia.

— Come valutare, allora, le informazioni che riceviamo prima di agire?

Nel libro riassumo il metodo con la sigla SEES: consapevolezza della situazione, spiegazione, stima e preavviso strategico. Anzitutto dobbiamo capire che cosa sta accadendo, dove e quando, verificando l’affidabilità delle fonti e facendo attenzione agli inganni deliberati. Poi dobbiamo spiegare perché riteniamo di trovarci davanti a quella situazione. È difficile, soprattutto quando si tratta di attribuire azioni che l’avversario vuole nascondere, come i sabotaggi russi nella zona grigia o gli attacchi informatici criminali. Spiegazioni differenti producono stime differenti sugli sviluppi possibili e sulla reazione dell’avversario alle nostre mosse. Infine, i responsabili politici devono ricevere quanto prima un preavviso sui cambiamenti di lungo periodo e sulle minacce emergenti. Spesso questo deriva dallo studio attento delle fonti aperte, più che da una particolare informazione segreta.

— Mi colpisce l’importanza che attribuisce alla spiegazione nell’analisi d’intelligence. Perché la distingue dalle altre fasi?

La spiegazione dovrebbe nascere dalla valutazione di tutte le fonti disponibili, compresa la storia dei gruppi e dei Paesi coinvolti. Nel 2018 il Joint Intelligence Committee britannico concluse che l’attacco con l’agente nervino Novichok a Salisbury, contro Sergei Skripal e sua figlia, era un’operazione clandestina di ufficiali dell’intelligence militare russa. L’attacco causò la morte di una cittadina britannica. Furono esaminate ed escluse le spiegazioni alternative, comprese quelle diffuse dalle autorità russe per confondere le acque. Il primo ministro espulse 23 diplomatici russi; altri venti Paesi seguirono l’esempio. Le conseguenze di una spiegazione possono dunque essere enormi. Lo sarebbero anche quelle di una spiegazione sbagliata: pensi a quando interpretammo gli ostacoli posti da Saddam Hussein agli ispettori internazionali come un’ulteriore prova del tentativo di nascondere armi proibite.

— Quanto considera significativo il rischio che gli analisti pieghino le proprie conclusioni alle aspettative dei responsabili politici?

È un pericolo costante quando i governi non rispettano il diritto dei professionisti a formulare giudizi indipendenti e a presentarli senza timore. I governi non sono obbligati a seguire il parere degli esperti, ma devono prenderlo seriamente in considerazione e saper spiegare perché lo respingono. È ciò che ci aspettiamo da una democrazia, non da un’autocrazia. Il problema sembra essersi manifestato nelle valutazioni consegnate a Putin prima dell’invasione dell’Ucraina. È difficile immaginare che FSB e SVR non avessero compreso che gli ucraini avrebbero resistito e che Zelensky non sarebbe fuggito da Kiev, lasciando il potere a un dirigente scelto da Mosca.

— Esistono dunque pericoli quando i governi pretendono lealtà politica dai capi dell’intelligence, come sembra richiedere il presidente Trump?

Il presidente degli Stati Uniti ha il potere legale di nominare gli alti funzionari, secondo le procedure di conferma previste. Ma è stato insolito destituire dirigenti di massimo livello dei servizi, della sicurezza e delle forze armate semplicemente perché nominati dall’amministrazione precedente. È accaduto al direttore della NSA, che comandava il Cyber Command, e al suo vice. È una perdita considerevole di competenze per la sicurezza americana e per la cooperazione dei Five Eyes, . Quando i leader screditano il parere professionale e oppongono ai fatti convinzioni personali, incoraggiano valutazioni distorte. Il rischio aumenta se i funzionari ritengono che il loro posto dipenda dal compiacere i superiori.

— Quali sono, oltre alla pressione politica, le altre fonti di distorsione nelle valutazioni?

Nell’ultima lezione del libro sostengo che sono i nostri demoni interiori a trarci più facilmente in inganno. Tutti soffriamo di pregiudizi inconsci: il bias di conferma ci porta a privilegiare ciò che rafforza le nostre convinzioni; l’ancoraggio ci fa attribuire troppo peso alla prima informazione ricevuta; la perseveranza ci induce a mantenere un giudizio di fronte a prove contrarie. Proprio perché sono inconsci, abbiamo bisogno che altri ce li facciano notare. Per questo dico che l’analisi d’intelligence è uno sport di squadra.

— Dopo gli errori sulle armi di distruzione di massa in Iraq, quanto soffre ancora l’Occidente di queste distorsioni?

Ne sono derivati cambiamenti concreti: l’analisi è diventata una professione specialistica nell’amministrazione, con una formazione più intensa, un College of Analysis coordinato dal Cabinet Office e maggiori possibilità di scambio tra analisti. Ma gli eventi del 2002-2003 proiettano una lunga ombra. Nel 2022 i servizi britannici e americani individuarono correttamente l’intenzione di Putin di usare la forza contro il governo ucraino e di costruire un pretesto con un’operazione sotto falsa bandiera. Alcuni partner non credevano che Putin avesse mentito loro.

Roma, Ottobre 2026. XXXVI Martedì di Dissipatio

— Come capire il potere russo?

Dobbiamo anzitutto capire come i servizi russi concepiscono il loro compito. Le agenzie occidentali raccolgono informazioni per rispondere alle esigenze dei governi in materia di difesa, politica estera e sicurezza interna. Le agenzie russe, come quelle sovietiche, considerano invece la propria missione una forma segreta di lotta politica condotta per conto dello Stato. Devono adottare «misure attive» per influenzare gli avversari e indebolirne le capacità politiche, economiche, scientifiche, tecnologiche e militari. Regno Unito, Germania, Polonia e altri alleati sono considerati avversari, per il sostegno all’indipendenza dell’Ucraina. Oggi queste misure comprendono sovversione, disinformazione, incendi dolosi e sabotaggi, concepiti per danneggiare il nostro sostegno a Kiev rimanendo al di sotto della soglia di guerra aperta prevista dall’articolo 5 della NATO.

— È in questo senso che definisce i dirigenti dei servizi russi «cekisti»?

Sì. La tradizione risale alla Ceka, la polizia segreta creata dopo la rivoluzione del 1917, che Lenin considerava lo scudo e la spada del regime. Questa cultura è passata attraverso le successive organizzazioni sovietiche fino al KGB e ai servizi odierni. Putin ha fatto erigere presso la nuova sede dell’SVR una statua di Feliks Dzeržinskij, fondatore della Ceka, dopo che la sua precedente statua davanti alla sede del KGB era stata abbattuta dai manifestanti alla fine della Guerra fredda. Non è un dettaglio irrilevante: indica una continuità di cultura e di missione.

— Ritiene che queste misure russe stiano ottenendo qualche successo?

Finora no. Sabotaggi e attacchi informatici, pur pericolosi singolarmente, sono stati sporadici e hanno avuto effetti limitati. Sul piano politico tendono anzi a rafforzare la determinazione delle popolazioni a non lasciarsi intimidire. Dobbiamo comunicare chiaramente al Cremlino quanto sia pericolosa la strada che sta seguendo.

— Per comprendere la Russia di Putin dobbiamo dunque tornare a dedicarle uno sforzo analitico comparabile a quello rivolto all’Unione Sovietica? Quali categorie occidentali non ci aiutano a interpretare il Cremlino?

Non esattamente. L’Unione Sovietica era animata da un’ideologia ostile, dalla convinzione che lo scontro finale tra comunismo e capitalismo fosse inevitabile e dall’impegno a diffondere il comunismo internazionale. Con le forze del Patto di Varsavia costituiva un avversario militare formidabile. Lo circonda un ristretto gruppo di siloviki.

— Dalla fine della Guerra fredda, come sono cambiati il ruolo e la vita quotidiana degli uomini dell’intelligence?

Propongo ai miei studenti del King’s College di immaginare tre forze che tirano i servizi in direzioni diverse. La prima è il mutamento delle minacce. Dopo l’11 settembre il baricentro si spostò sul contrasto al terrorismo: occorreva individuare persone, nomi falsi, contatti, spostamenti, finanziamenti e intenzioni. Il lavoro divenne più simile all’indagine di un detective, con scambi continui tra chi raccoglie informazioni e chi conduce le operazioni. La seconda forza è la tecnologia digitale. Telefoni, internet e reti globali hanno reso disponibili enormi quantità di dati: l’analisi dei metadati delle comunicazioni ha permesso di ricostruire reti terroristiche e sventare gravi attentati. Ma proprio il potere di questi strumenti ha sollevato interrogativi sulla privacy e sui limiti dell’intervento dello Stato. La terza forza è costituita dai vincoli giuridici ed etici imposti dalle società democratiche.

— Quale risposta ha dato il Regno Unito a questa tensione tra sicurezza e libertà?

Nel 2016, dopo un intenso dibattito parlamentare, il Regno Unito ha approvato una legge per disciplinare i poteri investigativi dei servizi e della polizia. I parlamentari di tutti i partiti riconobbero che strumenti digitali potenti erano necessari per proteggere i cittadini, ma che dovevano accompagnarsi a controlli molto più rigorosi, parlamentari e giudiziari. Riassumo questo sistema in tre R: Rule of law, cioè poteri fondati su leggi pubbliche; Regulation, autorizzazioni e supervisione; Restraint, l’obbligo per ciascun funzionario di giustificare le misure come necessarie e proporzionate. Lavorare sotto controllo democratico è una differenza fondamentale rispetto agli avversari autoritari e, nel lungo periodo, rappresenta un vantaggio anche per il tipo di persone che i servizi possono reclutare. L’intelligence deve ridurre la nostra ignoranza, non promettere certezze impossibili.

— La rivoluzione digitale ha reso superflue le fonti umane tradizionali?

Sì e no. La digitalizzazione ha rivoluzionato il lavoro di tutti i servizi. Transazioni finanziarie, catene logistiche, semafori, reti elettriche: quasi ogni aspetto della vita dipende da dati digitali. Possiamo conservarli, condividerli e proteggerli con la crittografia, ma un avversario può anche falsificarli, manipolarli o renderli indisponibili con attacchi informatici. Il malware non rispetta i confini nazionali. Anche lo spionaggio e il controspionaggio sono ormai profondamente digitali. Eppure, agenti umani ben collocati, compresi quelli che hanno accesso ai sistemi informatici dell’avversario, restano preziosissimi. E la capacità umana di persuadere qualcuno a collaborare non è cambiata.

— L’intelligenza artificiale cambia anche la supervisione delle operazioni militari?

Le capacità più avanzate dell’intelligenza artificiale stanno modificando profondamente il controllo umano. Tradizionalmente una persona era dentro il processo decisionale, coinvolta in ogni scelta e nella valutazione delle informazioni. Nei combattimenti più rapidi, invece, tende a trovarsi sopra il processo: stabilisce in anticipo regole e limiti per reti di sensori elettronici, sorveglia il sistema che opera autonomamente e interviene se qualcosa cambia o va storto. La responsabilità umana rimane, ma assume la forma della supervisione. La questione etica non è più soltanto come tenere l’uomo dentro ogni decisione, bensì come garantire che i sistemi valutino correttamente le informazioni e operino secondo i criteri morali che vogliamo, anche quando cambiano le circostanze.

— Come combattere la disinformazione senza trasformare la difesa dello spazio pubblico in un’amministrazione della verità?

Il miglior disinfettante è la luce del sole. Quando la disinformazione viene diffusa apertamente, come accade con le emittenti statali russe sulla guerra in Ucraina, la risposta deve essere un dibattito pubblico aperto, guidato dai politici e capace di coinvolgere il maggior numero possibile di voci. Questo è il significato della libertà di espressione. Quando invece si usano mezzi occulti per amplificare le falsità, come reti di bot, video deepfake e documenti falsificati, spetta ai servizi accertare i fatti e attribuire le responsabilità. Tocca poi ai governi decidere quali azioni autorizzare per proteggere lo spazio informativo. Possono comprendere operazioni informatiche offensive per interrompere le attività avversarie, come avvenuto contro la diffusione online di materiale estremista violento da parte dell’ISIS.

— Molti osservatori hanno parlato di una presunta crisi dell’alleanza Five Eyes a causa dell’amministrazione Trump. Crede che una crisi sia possibile? E come cambiano le priorità strategiche di Londra e Washington?

I Five Eyes sono nati da circostanze storiche uniche nella cooperazione sulle comunicazioni. Decenni di lavoro comune hanno prodotto rispetto professionale, amicizie personali e familiari e una fiducia che richiede moltissimo tempo per essere costruita. John Brennan, già direttore della CIA, ha ricordato durante una nostra audizione parlamentare che tra i servizi esiste un’autentica convergenza di valori e principi. Ha aggiunto che i venti politici a Washington soffiano continuamente e sono particolarmente forti, ma molti professionisti sanno evitare di esserne travolti. Non è la prima volta che i governi dei Five Eyes sono in disaccordo. Nel 1956 Eisenhower ed Eden entrarono in grave conflitto sulla crisi di Suez; nello stesso periodo GCHQ e NSA lavoravano fianco a fianco per seguire l’intervento sovietico in Ungheria. Parallelamente, ciascun Paese approfondirà i rapporti di intelligence e sicurezza informatica con altri partner.

— Nel sistema multipolare emergente, i servizi sembrano assumere funzioni diplomatiche, preventive e persino narrative. Stiamo entrando in un’epoca in cui l’intelligence orienta la politica estera quanto, o più, della diplomazia tradizionale?

L’intelligence deve informare la politica estera, non dirigerla. Le informazioni segrete sono importanti quando abbiamo a che fare con società chiuse e governi che perseguono clandestinamente obiettivi illegittimi, come l’Iran con i programmi di arricchimento nucleare e il sostegno a Hezbollah e agli Houthi. I dirigenti dei servizi intrattengono rapporti con colleghi di molti Paesi. A volte questi contatti diventano canali riservati per esplorare possibili cambiamenti di politica estera che sarebbero difficili da sondare attraverso la diplomazia ufficiale, sotto gli occhi dei media. Non è una novità: si pensi al canale con Aleksandr Feklisov, responsabile della stazione del KGB a Washington, che contribuì ad attenuare la crisi dei missili di Cuba. Ma la responsabilità della scelta politica deve restare ai governi.

— Lei insiste sulla necessità di distinguere ciò che sappiamo da ciò che crediamo di sapere. Qual è oggi il maggiore rischio che le élite occidentali trascurano o interpretano attraverso categorie sbagliate? Con quali conseguenze strategiche?

È difficile liberarsi dell’abitudine di guardare al mondo attraverso la distinzione tra pace e guerra, considerando la guerra un’eccezione e la pace la condizione normale. In molte regioni del pianeta esistono invece guerre permanenti, che spesso chiamiamo «conflitti» benché le armi moderne conferiscano loro tutta l’intensità mortale della guerra. È una minaccia che non possiamo permetterci di sottovalutare.

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