Esiste la Patria?

Che cos'è l'identità? A cosa servono le radici? Esiste il carattere nazionale di un popolo? Alfio Squillaci prova a rispondere a queste domande che da sempre dividono i nostri schieramenti politici, attraverso la lettura dell'ultimo libro di Filippo La Porta.
Che cos'è l'identità? A cosa servono le radici? Esiste il carattere nazionale di un popolo? Alfio Squillaci prova a rispondere a queste domande che da sempre dividono i nostri schieramenti politici, attraverso la lettura dell'ultimo libro di Filippo La Porta.

Si intitola Alla mia patria ovunque essa sia il piccolo e agile pamphlet in cui Filippo La Porta, con una scrittura colta e colloquiale al tempo stesso, discute temi pesanti o sensibili, che agitano il nostro presente e dividono i nostri schieramenti politici: quelli di patria, identità, radici e radicamento, confini, tradizione, italianità, patriottismo e simili. La Porta non giudica deplorevole l’aspirazione a una  patria ma lungi dall’indicare come desiderabile quella nazionalistica “sangue e terra”, rileva che sempre più i soggetti che si muovono sul pianeta terra tendono a inventarsi, rispetto alla patria nativa, una patria “immaginaria”, ossia quella a cui si aderisce  sotto la spinta di affinità elettive e di predilezioni personali. «Le uniche radici – scrive – sono quelle che uno decide di avere, le patrie vere sono solamente quelle immaginarie, la nazionalità è un fatto culturale, svincolato da qualsiasi connotazione etnica e ius sanguinis».

D’altronde, rammenta ancora La Porta con Hobsbawm, le tradizioni sono sempre inventate. Ed è vero: pensate allo stesso Natale o ad Halloween o alle feste nazionali, tradizioni che non hanno nulla di eterno, mentre hanno un momento istitutivo e d’avvio. E le identità oltre che cangianti sono inafferrabili. Se tenti di definirle con esattezza nel loro noumeno, esse sfuggono. Dunque le patrie sono ideali. Oggi sono perlopiù frutto di consumi e di predilezioni culturali, di scelte estetiche,  di condivisioni di sensibilità, di mestiere anche, un ambito di rappresentazione del sé dove il consent conta più del descent. Com’è vero tutto ciò, e non mi è difficile pensarlo, e aggiungo con lieve celia, che un orafo bulgaro in pensione ha certamente  moti di consentaneità con un suo omologo di Valenza Po più che con un filologo romanzo.

E tuttavia ho qualche lieve obiezione, qualche dubbio che mi ha ronzato in testa lungo tutta la lettura del sensato e suggestivo volumetto di La Porta.
Ora, se una recensione è il luogo ideale dove due correligionari si parlano senza testimoni, a me è capitata invece nel corso della rassegna “Libropolis” svoltasi a Pietrasanta il 9-11 di ottobre scorsi, la fortuna di colloquiare  direttamente con La Porta e in presenza di testimoni sul libro che tengo tra le mani. E ho scambiato con lui alcune mie osservazioni che riporto qui a corredo della mia lettura. 

Innanzitutto come non essere d’accordo sulla patria elettiva che io ho chiamato “dativa”, quella che ognuno si dà? Stendhal, per esempio, in Roma, Napoli, Firenze nel 1820  scriveva che «la vera patria è quella dove ci sono più persone che ti somigliano». E Stendhal in questo destino di sentieri  incrociati si considerava in fondo “italiano”. Aveva una mamma che da piccolo gli cantava arie d’opera nella nostra lingua e purtroppo restando orfano di lei ancora bambino, poco più che decenne, ricevette impressa, tramite l’immagine materna italianisante, quasi una fissazione della libido dell’immaginario per il nostro Paese, tanto che qualcuno parlò per lui di una Italia più matrie che patrie. Ma poi occorre vedere cosa esattamente Stendhal vide nel nostro Paese. Michel Crouzet in un suo saggio memorabile (Stendhal et l’italianité: essai de mythologie romantique, 1982)  colse un elemento di proiezione romantica in questo italianismo di Stendhal:  un’ammirazione per un popolo brioso, ma anche fortunatamente primitivo, non piegato e piagato dagli oneri della civiltà, immediato e non mediato, in fondo gaio o addirittura felice, perché non sottoposto al “disagio della civiltà”. Una patria elettiva molto immaginaria questa Italia stendhaliana, un mito appunto, ma era la sua, quella che lui si era scelto e di cui non mette conto rimarcare il grado di corrispondenza alla realtà. E una patria scelta sicuramente secondo le indicazioni di La Porta, per “consumo culturale”.

Un’altra osservazione che mi ha trovato meno d’accordo con l’impianto del discorso del nostro autore è quella che ho veicolato con una fulminante battuta di Madame de Staël: «Tutte le persone intelligenti sono connazionali tra di loro». Infatti, tutti gli esempi addotti da La Porta tra chi si sceglie patrie immaginarie, riguardano intellettuali: Salman Rushdie, Carlo Levi, Elia Suleiman e altri. Assumiamo perciò che siano persone intelligenti (la de Staël dice gens d’esprit). Ora, è noto che chi ha la fortuna di avere un io esibisce una sorta di signoria del volere che lo porta a “scegliere” patrie ideali. Chi non ce l’ha è destinato a subire la tirannia, di seguito e in crescendo, del proprio piccolo io, della propria famiglia, della propria classe, su su, della propria nazione, etnia, della propria “cultura” in senso antropologico. Le persone intelligenti dialogano, e ho fatto l’esempio di David Strauss e Ernest Renan che continuarono a corrispondere per lettera, mentre sopra le loro teste i francesi e i tedeschi si cannoneggiavano: come gli orafi di cui sopra, i due intellettuali avevano in comune la scrittura di una Vita di Gesù. Il problema, se di problema si tratta e a me pare di sì, è il dialogo interculturale della gente comune. Ho fatto l’esempio del mio vicino di box nel mio condominio, un gentilissimo peruviano, da un ventennio in Italia, che ha assunto perfino la “s” liquida padana, mentre io dopo 42 anni di Lombardia mantengo un renitente accento siciliano.

Cos’è successo? Qui ci viene in soccorso la scuola di  sociologia di Chicago di Robert Park, il libro-nozione elaborato insieme a Everett Stonequist del marginal man (1937), ché tale è un immigrato, ossia uno che «non è più, ma non è  ancora», ossia un uomo di frontiera a cavallo tra due mondi e due culture. Condizione critica quasi sempre, ma felice se il soggetto marginale trova la quadra col proprio io. Sia Napoleone, che Stalin o Hitler, furono uomini marginali, a cavallo tra due culture, corso-francese, austro-tedesca, russo-georgiana. Ora, lasciamo perdere gli sfracelli da essi inferti al corpaccione della storia, indubbia è la loro riuscita personale. Ciò che non è detto, invece, riesca alle masse senza un io pronunciato, quelle trascinate dai bagliori ma anche dai freni della cultura di provenienza. Ora, il mio peruviano aveva scelto la strategia di adattamento con forti componenti mimetiche: è assodato che la “s” liquida si assimila col latte materno, ma lui avrà fatto sforzi immani, da doppiatore naturale, per assumerla nella sua parlata di ogni giorno,  tanta sarà stata la voglia di impaesarsi tra i peninsulari. Nessuno chiede simili sforzi, ma se lui ha ritenuto di farli vuol dire che un pezzo forte del suo io li reclamava. E le mille altre culture che si sono installate Italia? Questa è la sfida del nostro futuro, aggiunge di solito il saggista che non ha risposte pronte, come me.

Alla mia patria ovunque essa sia, Filippo La Porta (GOG Edizioni)

Ultimo punto del nostro dibattito ha riguardato la nozione di identità. La Porta mi è sembrato molto d’accordo con le posizioni di Francesco Remotti, e nel suo saggio lo conferma, citando benevolmente lo studio di quest’ultimo Contro l’identità (Laterza 1996). Leggo infatti: «Remotti ci ricorda  come ogni identità sia fatta di alterità. E anzi ogni identità dovrebbe prevedere forme di scambio  con l’alterità  nella  propria  costruzione, anche attraverso inevitabili compromessi. Il sé, o io, è sempre molteplice, discontinuo, relazionale, come ci mostrò il filosofo David  Hume». Nello studio di Remotti come in quello dallo stesso titolo di Christian Raimo (che ha l’impudenza di attaccare scriteriatamente il patriottismo democratico di Carlo Azeglio Ciampi) si legge in verità una preoccupazione mirata a rintuzzare l’identità degli accipienti in favore dei dislocati che arrivano, in funzione di un meticciato che sarà  fatale ma che per adesso, tale è la complessità  della questione, spesso si risolve in una “coesistenza”  giustapposta di culture piuttosto che di effettiva “convivenza” di soggetti che liberamente si integrano. Anche perché ciò che Remotti chiama “alterità” cos’altro è se non un’altra identità? E come fa ad essere egli “contro l’identità” se poi perora che l’una si scambi nell’altra? Io so che il sottotesto di simili argomentazioni è la cosiddetta ossessione identitaria singolarmente rintracciata e indicata con riprovazione solo nella comunità accipiente e non in quelle dislocate.

Per parte mia, a seguito degli studi che ho condotto in tema, sarei orientato a rifiutare il termine e il concetto, di identità nell’accezione aristotelica. Propenderei, parlando di popoli o di civilizzazioni culturali, per il termine “genio” (cfr. Chateaubriand Le génie du Christianisme, mentre di English genius parla Orwell nel sottotitolo al suo suo studio sugli inglesi The Lion and the Unicorn), oppure preferirei  la vecchia locuzione, approntata anch’essa da Hume e poi diffusasi perlopiù in tutta la pubblicistica francese, di carattere nazionale. Questa locuzione a differenza del monolite identità consente  il “tratteggio” del carattere, ossia,  proprio come per le persone, l’evidenziazione di “tratti” dominanti e di altri secondari. Tuttavia anche a voler tenere fermo il termine/concetto di “identità” io aggiungevo, non opponevo, la patria nativa, in cui la memoria collettiva è elemento costituente, soprattutto nella lunga  durata (Braudel). Rientrato a casa da Pietrasanta  leggo un brano illuminante di Marco Revelli in Sinistra e Destra. L’identità smarrita (Laterza,  2009), riferito a quella identità parziale e particolare che è la propria ideologia politica, ma non solo, che riporto in questa disamina: «All’origine dell’identità, di ogni identità, vi è sempre una certa quantità di tempo esperito, un’accumulazione temporale. Il che implica la possibilità di estrapolare, tra le infinite discontinuità delle storie individuali e collettive, tratti di durata, frammenti di tempo continuo e omogeneo cui si può affermare di ‘appartenere’». Splendido Revelli.

Per concludere: è vero quel che dice Hume e che La Porta riferisce: l’identità è un flusso inafferrabile, ma come per la nave di Teseo, i pezzi della nave/personalità possono anche essere sostituiti, ma permanere il concetto di  nave anche se non è più quella nave. Tra l’altro Hume per indicare quella che noi chiamiamo identità usò il termine sameness che potremmo tradurre letteralmente sestessità. Ora è vero che questa sameness è inafferrabile, ma lo è fino a quando non si aziona la memoria.  Solo con la memoria, argomentò Locke, l’io trova unità. È la memoria il collante delle parti sparte dell’io.

Nel finale del dibattito a Pietrasanta ho ricordato a tal proposito l’ode patriottica di Manzoni, Marzo 1821, dedicata a uno studente… tedesco, caduto per la sua patria. Qui Manzoni ricordava i sei elementi dell’unità identitaria nazionale. «Una d’arme, d’altare, di lingua, di sangue, di memoria, di cor». Si butti tutto il resto e si tenga la lingua, la memoria e il cor. È la memoria collettiva che fa la sameness collettiva: in questa memoria il soggetto trova se stesso come facente parte di una comunità, non certo di destino, ma dal patrimonio di memorie condivise col cor e veicolate con la lingua, patrimonio che può essere costituito dai propri morti caduti sul Carso nella guerra 15-18, dalle canzoni di Mina, dal buon piatto di pasta al pesto, dalla visita della Porziuncola, dalle Pievi del Dugento, dalle Madonne del Quattrocento, dalla bellissima piazza di Pietrasanta, dalle nostre estati balneari, da tutti i ricordi collettivi calcistici o canori,  da tutto ciò che ci ha mossi e commossi come comunità, e in cui di recente è entrato anche il sorriso di Willy.

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