La Turchia all'assalto dell'Eurasia

La pandemia ha accelerato l'agenda espansionistica di Ankara, che vuole un ruolo di grande protagonista nell'ordine internazionale che verrà.
La pandemia ha accelerato l'agenda espansionistica di Ankara, che vuole un ruolo di grande protagonista nell'ordine internazionale che verrà.

La pandemia si è trasformata in una partita geopolitica di alto livello fra le principali potenze del pianeta e, lungi dall’essere terminata, sta già producendo vincitori e vinti. Lo scontro è monopolizzato dal braccio di ferro fra Cina e Stati Uniti, ma vi sono altre potenze che stanno sfruttando l’emergenza sanitaria per portare avanti le loro agende egemoniche. La piccola Ungheria, ad esempio, sta promuovendo una diplomazia degli aiuti sanitari nell’Europa orientale e nei Balcani e il suo protagonismo ha creato forti malumori in Romania, lo storico rivale, dopo un tentativo fallito di autonomia promosso dalla minoranza magiara in una regione della Transilvania. Tentativo che ha avuto luogo mentre l’attenzione di società civile e classe politica era dedicata al contenimento del virus e che è costato al presidente rumeno, Klaus Iohannis, una multa per discorso d’odio per via delle pesanti invettive lanciate all’indirizzo degli aspiranti secessionisti.

Se un piccolo paese come l’Ungheria è capace di riportare alla luce antichi dissapori e alimentare l’instabilità nella polveriera d’Europa per antonomasia, può e deve realmente incutere timore ciò che sta facendo la Turchia. Il Daily Sabah, il megafono dello stato profondo turco, nei giorni della pandemia, ha pubblicato un lungo editoriale dal titolo emblematico “The dream of Great Turkey reborn” (Il sogno di una grande Turchia è rinato).

L’argomento sostenuto dal Daily Sabah è il seguente: nell’ordine mondiale di domani non si potranno più ignorare le pretese di Ankara, una grande potenza rinata che vuole partecipare ai tavoli negoziali di ogni importante dossier internazionale e che, soprattutto, non vuole più essere subalterna all’Occidente. Emblematico è il riferimento a Necmettin Erbakan, brevemente primo ministro dal 1996 al 1997, quando fu obbligato dalle forze armate a rassegnare le dimissioni per via della sua agenda politica palesemente islamista e antitetica ai valori laici e kemalisti della repubblica. Erbakan, il cui nome può suonare sconosciuto in Europa, è stato un personaggio molto importante nella storia recente turca, trattandosi del più influente pensatore del movimento islamista Millî Görüş, teorico del neo-ottomanesimo e, soprattutto, mentore di Recep Tayyip Erdoğan.

Necmettin Erbakan.
Fonte: Wikipedia

L’allievo ha superato il maestro: Erdoğan ha distrutto lo zoccolo duro dello stato profondo turco, basato sul kemalismo e protetto dalle forze armate, creandone uno nuovo, basato sul neo-ottomanesimo e protetto dai servizi segreti (Milli Istihbarat Teşkilati), e ha saputo sfruttare egregiamente l’avvento nell’Unione Europea di una classe politica miope, scialba e tremendamente e convintamente liberale, ferendola con tutta la forza che una realpolitik muscolarista è capace di sprigionare. L’Ue è sotto scacco del fu malato d’Europa e quel pragmatismo, molto presto, si trasformerà in una minaccia esistenziale, di natura fisica.

Il 21 maggio, un manipolo di soldati turchi ha invaso una striscia di terra sotto sovranità greca, nei pressi di Feres. Si tratta di 1,6 ettari, una dimensione risibile, ma ciò che conta è il semplice gesto: una dichiarazione di guerra, in altri tempi, in altri contesti. Da Atene è stato lanciato l’appello a risolvere il contenzioso territoriale via diplomatica, da Bruxelles nessuna risposta, nessuno intervento, nessun commento, e il motivo è palese: paura. L’Ue è consapevole che la Grecia è la prima vittima dell’espansionismo turco per mere ragioni di contiguità geografica, ma che è l’intero continente ad essere in pericolo. Di nuovo, Bruxelles sta perseguendo la politica dell’accomodamento con una potenza che, invece, capisce soltanto la diplomazia delle cannoniere: un destino già scritto.

La diplomazia degli aiuti sanitari di Ankara è stata disegnata seguendo le quattro direttrici ideologiche che compongono l’agenda estera del Partito della Giustizia e dello Sviluppo di Erdoğan: neo-ottomanesimo, pan-turchismo, solidarismo islamico, turanismo. Di conseguenza, l’Europa ex ottomana e l’Asia turcofona sono state interessate dal dinamismo di Ankara, che è seconda soltanto a Pechino per numero di paesi aiutati durante la pandemia.

I risultati di un simile protagonismo, però, potrebbero essere nocivi per i rivali storici della Turchia (Europa, Russia) e quelli di ultimo arrivo (Cina). Per quanto riguarda l’Europa, è altamente probabile che l’agenda turca aumenti le divisioni interetniche e interreligiose nei Balcani. Per capire il motivo di questo assunto, si pensi alla Bosnia: Ankara ha inviato aiuti alla parte bosgnacca, lasciando che Mosca si occupasse della repubblica serba. Una semplice e coerente divisione dei ruoli che, però, non è piaciuta ai bosgnacchi, che a inizio maggio hanno bloccato al confine un carico di aiuti umanitari del Cremlino destinato alla repubblica serba. Risulta difficile credere che dietro la mossa di Sarajevo non si celassero secondi fini di altri attori, ossia della Turchia, il custode del paese ex iugoslavo.

In Moldavia, invece, la Turchia ha inviato aiuti nella regione autonoma della Gagauzia, luogo di un tentativo secessionista nei primi anni ’90 e casa dei gagauzi, un popolo turcico. L’esposizione turca nel paese è aumentata drammaticamente a partire dal collasso dell’Unione Sovietica ed Ankara ha destinato alla Gagauzia gran parte dei 24 milioni di dollari in aiuti allo sviluppo ivi devoluti fra il 1990 ed il 2012. Una politica che, negli anni recenti, ha iniziato a produrre frutti: il nazionalismo gagauzo è risorto, i dissapori con il governo centrale sono in aumento, ed Erdoğan stesso, durante una recente visita di stato a Comrat, il capoluogo della regone, ha dichiarato pieno supporto ai reclami autonomisti dei gagauzi. Ad emergenza sanitaria rientrata, a Comrat verrà aperto un consolato turco, per ringraziare Ankara del supporto dato durante la pandemia, e sia l’Ue che Chișinău sono in allarme.

L’esplosione di un secondo conflitto nel paese non rappresenterebbe un problema per la Russia, che già dispone di un proprio bastione nella Transnistria, ma per l’Ue, poiché una Moldavia instabile è un impedimento al percorso d’adesione. La Turchia è consapevole di quest’ultimo fatto, ma il neo-ottomanesimo non contempla alcuna coesistenza o rapporto di pari ordine con l’Europa: egemonia od egemonia. Europa a parte, gli altri due obiettivi della “grande potenza rinata” sono Russia e Cina. La prima perché è semplicemente un rivale storico, con interessi su aree geopolitiche che Ankara vorrebbe per sé, la seconda per via di un’eterogenesi dei fini che ha le proprie radici nel panturchismo.

La Turchia, non gli Stati Uniti, è il primo e principale sponsor mondiale del separatismo uiguro, sebbene se ne parli e se ne scriva poco. Ad Ankara è sepolto il teorico del Turkestan orientale indipendente, Īsa Yūsuf Alptekin, turco parla il Congresso Mondiale Uiguro, ed è sempre da Ankara che è partito l’ordine di commettere uno dei più gravi attentati contro obiettivi cinesi della storia recente: l’attentato dei Lupi grigi a Bangkok, 20 morti e 125 feriti. A metà maggio è avvenuto un fatto molto significativo: ad un aereo cinese, carico di 36 tonnellate di aiuti umanitari destinato a Cipro, è stato impedito il sorvolo nello spazio aereo turco all’ultimo momento, costringendo i piloti a fare rotta su Mosca per rifornimento. Un gesto forte, carico di messaggi da decodificare che parlano del futuro della Sublime Porte in Eurasia.

Ed è proprio per capire meglio questo futuro che abbiamo invitato Mark Sweha a prendere parte a Confini. Sweha è un ricercatore egiziano, attualmente residente al prestigioso istituto Max Planck di Monaco di Baviera, che si occupa di relazioni internazionali nella regione Medio Oriente e Nord Africa e di terrorismo islamista, con un particolare focus sui Fratelli Musulmani.

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