Roberto Vannacci non è che la cuspide della crisi d’identità della Lega. Un partito che, dopo aver reciso le radici federaliste e anti-centraliste, si ritrova oggi schiacciato in spazi elettorali che non gli appartengono. Pressata a destra dall’egemonia di Fratelli d’Italia e svuotata al centro dall’attivismo di Forza Italia, la creatura di Matteo Salvini appare oggi una forza politica senza bussola che ha smarrito i dogmi delle origini. Nel tentativo di rincorrere l’elettorato più radicale, in diretta concorrenza di coalizione, Salvini non ha considerato un limite strutturale: la difficoltà di mantenere posizioni estremiste dall’interno del “palazzo”, dove la retorica deve piegarsi al compromesso di governo. Il risultato è un elettorato scontento e la proliferazione di franchi tiratori pronti a offrire alternative più coerenti fintanto che non sono al governo.
Quale figura potrebbe incarnare meglio questa spaccatura se non un generale dell’Esercito? Quella di Vannacci nasce come un’operazione di marketing e come tale si esaurirà, ma il prezzo per via Bellerio è altissimo. Sdoganando un militare dalle idee radicali, la Lega non ha solo spostato il proprio baricentro a destra, ma ha offerto a Vannacci i palchi e la visibilità necessari per costruire un proprio feudo personale. Senza contare le fratture interne che ha creato visto che alcuni suoi storici uomini si sono visti gerarchicamente sorpassare.
Il Generale ha capitalizzato il dissenso, erodendo consensi proprio nell’area più “calda” dei conservatori. Le sue preferenze non sono voti nuovi o astenuti recuperati: sono travasi da FDI, Lega e da quella galassia di sigle minori che predilige i punti esclamativi e le lettere maiuscole alla mediazione politica. Bacino elettorale che è sì in crescita ma che ora con “Futuro nazionale” sarà abbastanza saturo. Dove la domanda di conservatorismo incontrerà una vasta offerta di sigle da sfumature diverse ma essenzialmente simili.
In questa partita, il segretario leghista sembra aver ignorato una regola fondamentale: i soldati obbediscono, ma i generali comandano. E Salvini ha fallito tatticamente contro un graduato decisamente più scaltro che ha dimostrato un’ars oratoria di altra levatura. Emblematici sono i suoi discorsi all’Europarlamento o i suoi duelli televisivi dove mostra tutta la deformazione professionale che ha, rimanendo sempre incredibilmente calmo e scandendo le parole in modo perentorio dando pochissimo spazio a interpretazioni.

Ma non tutto il male vien per nuocere e oggi la Lega ha una nuova chance per una ricollocazione istituzionale. Sorpassare Vannacci a destra sarebbe un suicidio politico per un partito di governo. La chiave potrebbe essere nel ritorno al territorio, la vera forza storica del movimento. Con la fine del mandato di Luca Zaia in Veneto, il cambio di leadership e un’operazione di “centro-washing” potrebbero veder tramontare definitivamente il potere salviniano — una parabola che, nonostante il picco del 30% pre-Covid, non ha portato a casa obiettivi storici come l’autonomia, la flat tax e un completo federalismo fiscale. La Lega, almeno al Nord, può ancora contare su una rete capillare dove le persone vedono ancora una continuità storica mai sopita.
Ma ogni medaglia ha un’altra faccia e mentre il marasma leghista è solo all’inizio, Giorgia Meloni può dormire sonni tranquilli. La sua tattica di circondarsi di un nucleo granitico di fedelissimi si è rivelata vincente: dopo tre anni di Palazzo Chigi, Fratelli d’Italia non mostra segni di cedimento interno. Se anche Vannacci dovesse sottrarre qualche punto percentuale, la solidità della sua “corte” resta indiscutibile. D’altronde la Meloni non ha una storia esplosiva di crescita esponenziale ma di costanza, mantenimento della posizione e pressione distribuita.
Dopotutto, la “Generazione Tolkien” sa bene che ne “Lo Hobbit” Bilbo Beggins canterà: «Dietro abbiamo la casa e davanti a noi il mondo». Mentre Vannacci oggi si trova ad affrontare il problema opposto: «Davanti è la casa, e dietro a sé il mondo (al contrario)». Perché correre da solo, per un uomo che non ha mai fatto politica e che non ha dietro di sé un partito con storia e conoscenza approfondita del “mondo di mezzo” (quello dei palazzi), non sarà per nulla facile, soprattutto in prospettiva di una futura e quantomai necessaria coalizione.