Lo stratega

Dietro l’avvicinamento di Matteo Salvini a Draghi c’è la regia di Giancarlo Giorgetti, consigliere ed eminenza della Lega. Ecco la breve storia del “principe bocconiano” sbarcato nel mondo misconosciuto dei “barbari”.
Dietro l’avvicinamento di Matteo Salvini a Draghi c’è la regia di Giancarlo Giorgetti, consigliere ed eminenza della Lega. Ecco la breve storia del “principe bocconiano” sbarcato nel mondo misconosciuto dei “barbari”.

L’opinione pubblica italiana dovrebbe essere avvezza alle piroette politiche di Matteo Salvini, invece a ogni nuova giravolta siamo inondati da commenti inorriditi per tanta spregiudicatezza del leader della Lega. Del resto “La politica è sangue e merda” come diceva Rino Formica. L’ultima in ordine cronologico è la decisione di appoggiare il premier incaricato Mario Draghi, il quale permette alla Lega di entrare nel governo e gestire direttamente l’ultima parte della legislatura da una posizione di comando (dopo aver staccato la spina con il Movimento 5 Stelle più di un anno fa). Se Salvini è il parafulmine naturale e la figura simbolo del partito nato padano e finito europeo, dietro a tutte le scelte più importanti si intravede la regia di un altro uomo, agli antipodi rispetto al segretario: Giancarlo Giorgetti che, non a caso, nel nascente governo Draghi prenderà posto sulla poltrona del Ministero dello Sviluppo Economico, snodo centrale per gestire i soldi del Recovery Fund. È ormai da qualche mese che il numero 2 della Lega scalda i motori per questa evenienza. Già ad agosto “il Giornale” vociferava di un suo presunto incontro con l’attuale premier incaricato, sottolineando i buoni rapporti che intercorrono tra i due; a inizio dicembre, in un’intervista per il “Corriere della Sera”, sempre Giorgetti raccontava di come aveva intuito da almeno un mese le vicende che fatalmente si sono compiute in queste settimane. La vittoria di Biden negli Stati Uniti, secondo il politico leghista, avrebbe rinvigorito la posizione politica di Renzi, da sempre in buoni rapporti con l’entourage democratico americano, e lo avrebbe spinto a forzare la mano per ottenere più potere decisionale e mandare a casa Conte. Capace di anticipare gli eventi e di leggere meglio dei suoi colleghi la situazione politica, Giorgetti è stato fondamentale nell’orientare Salvini in queste consultazioni, spingendo per un appoggio a Draghi perché convinto che la compagine del centro destra ha ancora bisogno di tempo per maturare l’esperienza necessaria a governare da sola il Paese. Un poco della lungimiranza che contraddistingue le analisi del politico leghista deriva sicuramente dalla sua lunga esperienza nei palazzi di potere romani e lombardi.

Giorgetti nasce a Cazzago Brabbia, un piccolo paesino sulle rive del lago di Varese da padre pescatore e madre operaia. Dopo la laurea in economia e commercio alla Bocconi approda nella società di consulenza e revisioni di conti “Metodo”, fondata da Gianluca Ponzellini e Angelo Provasoli, dove inizia il suo svezzamento agli affari e alla politica. Ponzellini è un parente della famiglia Giorgetti, che nel corso della sua lunga carriera ha lavorato per alcune delle più grandi aziende italiane: da Telecom ad Alitalia passando per Intesa San Paolo e Benetton. La carriera di Provasoli è ancor più brillante e, oltre a numerosi incarichi in Cassa Depositi e Prestiti, Enel e Corriere della Sera, viene suggellata con il rettorato alla Bocconi tra il 2004 e il 2008. In un ambiente così permeabile al potere, il giovane Giorgetti ne comincia a studiare i meccanismi e ad apprendere l’arte del “risolvere i problemi”. Nel 1995 diventa sindaco del suo piccolo paesino e contemporaneamente inizia a militare nei ranghi del nascente partito federalista di Bossi. Il senatùrè a capo di un’armata parlamentare che fatica a gestire le pressioni politiche e le dinamiche che muovono le decisioni nei palazzi romani, e quindi è alla ricerca di una squadra dirigente in grado di imparare in fretta a trattare, soprattutto le questioni economiche. Da questa esigenza nasce il sodalizio tra Bossi e Giorgetti. Il fondatore del partito riconosce nel giovane sindaco la scintilla del politico scaltro e se lo porta con sé a Roma dove, nel 1996 viene eletto per la prima volta alla Camera dei Deputati. Il legame tra i due è sempre stato molto forte: da una parte Giorgetti vede in Bossi il suo padre politico, il leader carismatico capace di scardinare gli equilibri della Prima Repubblica, “barbarizzare Roma”, e con quello stile così poco istituzionale portare nel dibattito nazionale i temi del federalismo e dell’autonomia; dall’altra Bossi vede in Giorgetti il fiore all’occhiello della scuola politica leghista, l’uomo capace di lavorare sottotraccia nelle stanze dei bottoni per portare a casa risultati e influenze. Non è un caso che nei primi anni duemila Bossi soleva presentarlo come il “futuro primo Presidente del Consiglio leghista”.

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Una volta conquistato lo scranno parlamentare Giorgetti non lo lascerà più, deputato per sei legislature è tutt’ora uno dei massimi conoscitori delle procedure e dei processi che costituiscono il tortuoso iter legislativo. Come sottolineano molti parlamentari non romani, uno dei primi problemi concreti che tutti devono risolvere appena eletti è l’annosa ricerca di un’abitazione che sia allo stesso tempo confortevole e non troppo costosa. Giorgetti non ha mai avuto di questi problemi perché risiede in un immobile a piazza della Pigna, a due passi dal Pantheon, di proprietà dell’Opera Romana pellegrinaggi, ente vaticano gestito fino a 3 anni fa da monsignor Liberio Andreatta, uno dei prelati più ricchi d’Italia. Tra monsignor Andreatta e Giorgetti nasce una bella amicizia, un rapporto a cui si lega anche un altro inquilino importante degli appartamenti di piazza della Pigna, Luca Parnasi. Astro nascente dei nuovi palazzinari romani, Parnasi è salito agli onori delle cronache per la vicenda legata alla realizzazione del nuovo stadio della Roma in cui è stato accusato di corruzione e fondi illeciti. Prima che scoppiasse lo scandalo, Giorgetti aveva organizzato un incontro tra Parnasi e la dirigenza milanista per intavolare una discussione sul progetto di un nuovo stadio della squadra di Berlusconi, ma poi per divergenze all’interno dell’amministrazione del club non si fece più nulla. E così, sull’uscio di casa, Giorgetti inizia a stringere quelle alleanze che ogni buon politico deve saper coltivare se vuole diventare incisivo nelle dinamiche romane: grandi imprenditori e Vaticano.

Durante la sua carriera parlamentare Giorgetti ricopre caselle importantissime come quella di presidente della commissione Bilancio della Camera per due mandati dal 2001 al 2006 e dal 2008 al 2013, posizione strategica in cui si possono gestire e architettare le leggi finanziarie. Nel 2004 Giorgetti diventa protagonista della prima mazzetta conosciuta recapitata addirittura dentro Montecitorio. Si tratta di 100.000 euro nascosti in un foglio di giornale che vengono inviati al politico leghista per non essersi messo di traverso alla gestione dell’operazione Antonveneta della Banca d’Italia di Antonio Fazio. Giorgetti alla vista della stecca non reagisce, poi a sera, chiama il corruttore e gli chiede di venirsi a riprendere i soldi o, se proprio vuole, di usarli per una sponsorizzazione alla polisportiva Varese che si trova in cattive acque. Nessuna denuncia, sponsorizzazione che va a buon fine e Giorgetti immacolato. 

Anche nella nuova legislatura, che vede la luce nel 2013, Giorgetti riveste un ruolo importante: fa parte dei 10 saggi chiamati da Napolitano a redigere il programma di riforme che avrebbe dovuto risollevare il Paese. Pochi mesi dopo però si abbatte la tempesta che stravolgerà la Lega Nord. Con l’ascesa a segretario di Matteo Salvini e i sondaggi al 4 per cento, tutti si aspetterebbero un lento declino del partito federalista, invece gli anni all’opposizione sono caratterizzati da un ribaltamentodegli assi cartesiani, che fino ad allora avevano guidato le politiche leghiste. Da partito del Nord la Lega si trasforma in partito nazional-populista, “Roma ladrona” si tramuta in Italexit, Matteo Salvini da “Masaniello padano” diventa vicepremier e ministro dell’Interno. In questi anni si radica il binomio Salvini-Giorgetti che riesce a equilibrare gli eccessi e a esaltare le qualità della compagine. Salvini l’uomo delle copertine e dei tweet, Giorgetti il manovratore e lo stratega. Non è un caso che nel Conte I si sceglie come ruolo quello di Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei ministri, vero dominus di tutte le pratiche che arrivano alla scrivania di Conte e decisore dell’agenda politica del governo.

Eppure Giancarlo Giorgetti, detto “Sua Eminenza”, è tutt’altro che infallibile. Si oppone all’alleanza di governo con il Movimento 5 Stelle, poi cede, e subito dopo la formazione del Governo Conte I, si mette in disparte pur accettando l’incarico di Sottosegretario alla presidenza del Consiglio. E sarà proprio lui, molto prima del Papeete, a chiedere la rottura. Matteo Salvini però decide di non ascoltarlo e va avanti. Con Luigi Di Maio c’è un rapporto straordinario, i due, della stessa generazione, parlano la stessa lingua. Ma a un certo punto la cosiddetta “Bestia” orchestrata da Luca Morisi, il filosofo prestato ai social network, prende in ostaggio il leader della Lega. La bolla algoritmica del narcisismo è una prigione virtuale che ti fa sentire invincibile. È l’ora dei “pieni poteri”, ovvero la fine. Pertanto non è Giancarlo Giorgetti l’artefice, infatti non esiste un piano di salvataggio, nessuno ha avvertito il Quirinale. E il Quirinale si vendica con i soliti toni e metodi istituzionali, in conformità con la Costituzione italiana.  

Con la fine dell’alleanza gialloverde, Giorgetti si concentra a rafforzare le relazioni internazionali della Lega, per preparare la strada a un futuro governo a trazione centro destra. Viene nominato responsabile politico degli Esteri del partito e inizia a tessere la sua tela di conoscenze e influenze. Amico dell’ambasciatore italiano a Washington, Armando Varricchio, non disdegna neanche qualche visita a villa Taverna dal suo corrispettivo in Italia Lewis Eisenberg. In Europa è molto vicino alla Germania della Merkel e vede nel partito bavarese CSU un punto di riferimento per la Lega. Negli ultimi anni coltiva importanti amicizie anche con Israele, a partire dal primo viaggio nel 2016 insieme a Salvini, in cui cerca di sdoganare l’impronta geopoliticamente ribellistica del Segretario. In Vaticano, oltre alla sopracitata amicizia con monsignor Andreatta, vanta diversi estimatori, soprattutto all’interno della CEI, che vedono di buon occhio la nascita di un centro destra moderato in grado di supportare le battaglie storiche del cattolicesimo italiano. Gli analisti più attenti possono intravedere un progetto politico ben preciso: abbandonare la casacca del partito anti-establishment e populista per vestire i panni puliti di un polo moderato e liberale. In questa situazione caotica in cui i “Cinque Occidenti” dialogano tra loro, a volte collaborando altre volte sfidandosi, la capacità di saper tenere le fila dei vari interlocutori è merce rara. Giancarlo Giorgetti sicuramente non ne difetta e, con il suo profilo taciturno e schivo, con vocazione e visione anche internazionale, ascolta, consiglia, costruisce e disfa contemporaneamente, forse intravedendo prima degli altri che la profezia del suo amico Bossi potrebbe essere non del tutto infondata.


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