OGGETTO: La dinastia Marcos al capolinea
DATA: 04 Dicembre 2025
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Scenari
AREA: Asia
Dopo la fuga a Madrid del faccendiere Zaldy Co, anche la Iglesia ni Christo ritira l’appoggio al Presidente delle Filippine, rendendo il finale di legislatura sempre più teso e problematico.
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Dopo l’imponente manifestazione da un milione di partecipanti contro la corruzione svoltasi a settembre nella simbolica via di Epifanio de los Santos, luogo in cui iniziò la cosiddetta “People Power Revolution” del 1986 che sancì la fine della dittatura di Ferdinand Marcos; un’altra marcia di protesta da mezzo milione di persone s’è svolta in questi giorni a Manila. Se la prima è stata genericamente rivolta contro l’imponente distrazione di soldi pubblici dal fondo per la lotta contro le inondazioni che affliggono la capitale e altri importanti centri urbani, la seconda ha come preciso scopo la richiesta di dimissioni dell’attuale presidente Bongbong Marcos Jr. Richiesta che, in una repubblica presidenziale, difficilmente avrà successo a meno d’un impeachment che condanni esplicitamente il capo dello Stato.

Che il governo Marcos inizi a traballare lo si denota però dal fatto che quest’ultima manifestazione sia stata organizzata dalla potente INC (Iglesia ni Christo), la Chiesa cristiana indigena che raccoglie milioni di fedeli, sancendo di fatto una “sconfessione” ufficiale dell’attuale presidenza. La Chiesa di Cristo, fondata nel 1913 e ormai divenuta internazionale, gode d’un forte peso politico essendo in grado di mobilitare un larga fetta di elettori, risultando determinante per la vittoria alle presidenziali come puntualmente verificatosi negli ultimi decenni; mentre dal palco del raduno anche la senatrice Imee Marcos ha rivolto contro il fratello pesanti accuse, additandolo come un tossicodipendente e denunciando la presenza di losche figure non elette nel suo entourage che ne determinerebbero le scelte politiche.

Per afferrare appieno la crisi politica che si respira nell’arcipelago occorre però comprendere il funzionamento del sistema democratico filippino che si configura apertamente di stampo clientelare; sulla falsariga della Roma antica dove ogni politico gestiva le preferenze dei propri clientes per garantirsi l’elezione alle diverse magistrature per poi formare alleanze con i propri avversari. Durante la campagna elettorale, infatti, è perfettamente legale elargire direttamente denaro e prebende in cambio di voti e ciò ha fatto in modo che fin dall’indipendenza in ogni elezione – dalle municipali, alle regionali fino ovviamente alle nazionali – si creassero delle vere e proprie “dinastie politiche” che si spartiscono piramidalmente il potere secondo alleanze a geometrie variabili. Le famiglie tuttora più influenti sono quelle degli Aquino, eredi del politico assassinato all’aeroporto di Manila nel 1983 – che oggi porta il suo nome – il cui feudo risiede nella provincia di Tarlak nella regione di Luzon e che hanno dato già due presidenti al Paese; quella dei Duterte, forte a Davao e nell’intera isola di Mindanao, la cui figlia Sara è l’attuale vicepresidente; e ovviamente i Marcos, tornati al potere dopo l’esilio dorato alle Hawaii; caso più unico che raro di figlio d’un dittatore eletto democraticamente a presidente dopo una intensa campagna “revisionista” e radicati nella regione di Ilocos Norte. 

Nonostante la Costituzione del 1987 preveda una legge “anti-dinastie”, queste ricche famiglie in lotta fra loro si alternano al potere garantendo investimenti alle proprie “contee” e favori ai propri sostenitori ma, come in una moderna parodia del Trono di Spade, per poter governare e ascendere alla presidenza devono prima mediare un accordo con i propri avversari, ed è qui che il “blocco di voti” della INC riesce a fare la differenza. La Chiesa, infatti, se nel 2010 appoggiò proprio Benigno Aquino III e il partito liberale; nel 2016 garantì per Rodrigo Duterte e il partito democratico, mentre nel 2022 scelse proprio Marcos Jr e il partito federale dimostrando la sua netta propensione al più classico “trasformismo”

Sebbene la presidenza Marcos sia stata finora caratterizzata da gravi inefficienze, scandali di corruzione e scarsa capacità diplomatica, il vero punto di rottura dell’equilibrio è iniziato con l’estradizione di Rodrigo Duterte alla Corte Penale Internazionale per violazione dei Diritti umani a causa delle sue violente campagne contro i cosiddetti drug-lord. L’arresto dell’ex-presidente l’11 marzo 2025 all’aeroporto di Manila è stato uno shock nazionale; un atto in effetti neppure dovuto dal momento che il Paese s’era da tempo ritirato dal Trattato di Roma; ma il voltafaccia del governo ha distrutto completamente la fiducia faticosamente costruita dal “ticket” che spartiva la presidenza tra i Marcos e i Duterte a cui è seguito il tentativo di destituire la figlia dalla vicepresidenza attraverso delle dubbie accuse su un piano per assassinare il presidente stesso. L’impeachment è stato però rigettato e nelle successive elezioni suppletive tutti i candidati di Marcos al Senato sono stati sconfitti, rendendo la sua posizione ancora più fragile. 

La scommessa dei Marcos, sul quale pende un mandato d’arresto americano per mancato pagamento della multa da 353 milioni di dollari come risarcimento alle vittime della dittatura, è quella di riguadagnare quell’appoggio statunitense mai mancato da tempi di Kissinger e Nixon. Eppure, nonostante aver fatto riaprire diverse basi americane sul territorio e aver stretto un’alleanza difensiva in chiave anti-cinese, il viaggio di Bongbong a Washington – garantito dall’immunità presidenziale – è stato un completo fallimento. Trump, sebbene abbia incassato nuove commesse in armamenti e lo svolgimento di diverse esercitazioni congiunte nelle quali è stata dislocata permanentemente una batteria di Typhoon in grado di colpire il sud della Cina, ha ridotto i dazi solamente dell’uno percento – fissandoli al 19% – e l’intenzione di riportare in America il lavoro esternalizzato soprattutto nel campo dei call-center, minaccia il lavoro di centinaia di migliaia di filippini.

Alla fuga in Spagna del politico e uomo d’affari Zaldy Co, accusato di appropriazione indebita per 1,5 miliardi di pesos, che da Madrid minaccia di fare i nomi e di presentare le prove sui budget gonfiati dal presidente; si aggiungono le accuse di Greenpeace che stima che siano spariti due miliardi e mezzo di dollari solo nel 2025  sottratti ai progetti anti-alluvioni che, a causa del massiccio boom edilizio nella capitale, si manifestano in maniera sempre più violenta, facendo vittime e spazzando via interi quartieri. Con una età mediana relativamente bassa (26 anni), una popolazione di circa 116 milioni d’abitanti, grosse comunità negli stati Uniti e in Europa e un reddito pro capite inferiore a tutti i Paesi vicini del sud-est asiatico, un sistema politico discreditato e un territorio composto da più di 7mila isole con lingue, dialetti e perfino religioni differenti, le Filippine affronteranno i prossimi due anni fino alle prossime presidenziali con il concreto rischio che i movimenti di protesta giovanili aumentino d’intensità – come del resto già visto in Indonesia e Nepal – e possano sfociare in gravi scontri di piazza che mettano a rischio la stessa integrità territoriale; soprattutto nelle zone del Paese dove, accanto a una numerosa comunità mussulmana, sono presenti cellule affiliate all’Isis (Abu Sayyaf), resistono piccoli gruppi di guerriglieri comunisti, e nel sud dove non è insolito imbattersi in enormi manifesti che invocano il ritorno a casa di Rodrigo Duterte. Una situazione che avrebbe ripercussioni destabilizzanti per l’intera regione e sul sempre più fragile equilibrio attorno a Taiwan.                          

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