OGGETTO: "Rivogliamo i colonnelli"
DATA: 06 Luglio 2022
SEZIONE: Politica
FORMATO: Visioni
AREA: Asia
Il figlio di un dittatore fuggito negli Stati Uniti per salvarsi la pelle è stato rieletto dai figli di coloro che l’hanno cacciato. Sarà il fascino della divisa o solo l’eterno mito del nostos?
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C’è uno spettro che sembra aggirarsi tra le rovine della globalizzazione; un fantasma che può assumere le sembianze populiste di caudillo sudamericano oppure, alternativamente, di fascistissimo presidente autoritario. Una sorta di anacronistica passione per “l’uomo forte”, specialmente se in divisa, declinata a seconda dell’ambiente e delle circostanze. In questi mesi, d’altronde, ci siamo così abituati a vedere il presidente ucraino in mimetica difendere la democrazia europea contrapposto al cesaropapista russo in giacca e cravatta all’assalto dell’ordine mondiale, tanto da scordarci di colpo quarantacinque lunghi anni di Guerra Fredda. Una notevole inversione non solo cromatica rispetto al tempo in cui medaglie e nappe colorate venivano riservate a dittatori-eroi rivoluzionari mentre l’abito borghese era indizio di libero mercato e diritti umani. Che l’aria sia cambiata, infondo, lo si poteva già facilmente intuire dalle ultime uscite elettorali di un Macron senza cravatta con il colletto sbottonato o dall’ultima foto di gruppo del G7, dove, abbandonate le giacche, i capi di Stato sembrano cresciuti scolaretti in gita che sgomitano per la foto vicino alla maestra VDL.

Appena fuori dall’Europa la tradizionale dicotomia d’abito militare/dittatura vs. civile/democrazia sembra anacronisticamente reggere ancora: giunta soldatesca in Birmania; dittatura del sorriso in Thailandia; l’ex sandinista Ortega presidente in Nicaragua e, perfino Gustavo Petro, un ex-membro del M-19 eletto capo dello Stato in Colombia. Gli ultimi due, però, si guardano bene dall’indossarla dal momento che non gli serve affatto. C’è un caso, però, che spariglia le carte e, non a caso, ha gettato (fugace) sgomento nelle belle anime occidentali: il plebiscito con cui è stato eletto nelle Filippine Ferdinand Marcos Junior. Come è possibile che il figlio di un dittatore fuggito negli Stati Uniti per salvarsi la pelle venga rieletto dai figli di coloro che l’hanno cacciato? Trent’anni dopo, in fondo, è il battito di ciglia d’una sola generazione. Come possono dimenticarsi una dittatura così violenta da arrivare perfino a freddare il leader dell’opposizione mentre scendeva dalla scaletta dell’aereo davanti alle telecamere in diretta televisiva? Un regime cleptocratico che durò dal 1965 al 1986, torturando e incarcerando migliaia di dissidenti.

I filippini non vogliono certo emulare il celebre Giuseppe Tritoni, che tramava maldestramente per rovesciare la Repubblica con un gruppo di fantomatici colonelli. Il deputato di destra impersonato da Ugo Tognazzi nell’ironico Vogliamo i colonnelli! (1973), infatti, credeva fermamente che il Paese bisognasse di due laicissime trinità: “briglia, morso, frusta” e “ordine, obbedienza, disciplina”. La congiura scalcagnata e maldestra, messa in scena da Monicelli, d’altronde necessitava, prima di abbattere la libertà, d’un clima adatto all’impresa. Occorreva che per le strade circolasse pubblica indignazione, un’atmosfera da guerra civile per preparare il terreno al “ritorno all’ordine”. Secondo i giornalisti, invece, il ritorno di “Bongbong” Marcos pare dovuto alla sistematica manipolazione delle menti dei più giovani tramite i social per indurre loro una “nostalgia da regime”; un regime, per altro, da loro nemmeno conosciuto se non attraverso i difformi racconti dei parenti, di cui solo una minima parte godeva di privilegi, come in ogni dittatura accade. Teoria affascinante quando strampalata. Innanzitutto, è praticamente impossibile cancellare gli eccessi della presidentessa Imelda che, innamorata dello sfarzo e dell’alta società, possedeva più di 3.000 paia di scarpe e si calcola trafugò assieme ai boiardi di Stato più di dieci miliardi di dollari. L’ex first lady oggi, diventata perfino una specie di icona-pop dei sostenitori del figlio, è stata ben visibile e spesso citata durante la campagna elettorale. Presenza ingombrante e difficilmente nascondibile, anche per la causa di risarcimento che ancora pende sulla sua testa negli Stati Uniti.

Semmai si può ritrovare la ragione di una tale scelta sempre nelle parole dell’ultimo comizio di Tritoni prima del fallimentare colpo di Stato: “basta con l’antistorica eguaglianza… perché un muratore deve essere uguale a un ingegnere? È questa la democrazia? Evviva l’obbedienza!”. Concetto che seppure in maniera strisciante inizia a farsi strada anche nelle nostre stanche e ingovernabili democrazie tecnocratiche; ma perfino più comprensibile in un Paese che, uscito dalla feroce dittatura anti-comunista, ha visto la corruzione e la violenza della polizia perfino peggiorare durante il ventennio liberale, prima di sterzare con la presidenza Duterte. Forse che la “rude” presidenza The Punisher – che dopo aver scatenato una spietata guerra contro i drug lords e gli spacciatori, ha perfino apostrofato Obama come “n…o di m…a”, minacciando la chiusura delle basi e contemporaneamente difendo le acque territoriali dai cinesi facendoli speronare – non è stata evidentemente considerata sufficientemente dura? Lo stesso Paese dove, a causa del grande sovraffollamento carcerario è stato introdotto nel 2007 il ballo come riabilitazione dei detenuti  costretti a imparare elaborate coreografie e mandati in onda perfino su Netflix con l’orwelliano titolo di Happy Jail. Difficile da credere. Per quale ragione allora le masse tornate massicciamente al voto proprio per l’amore nei confronti del presidente autoritario hanno scelto il ritorno dell’educato figlio di Marcos, proprio colui a cui Duterte si oppose in gioventù? La ragione è da ritrovarsi nell’alchimia politica che, essendo impossibilitato a un terzo mandato, ha creato, tramite un vero e proprio ticket elettorale tra sua figlia Sara Duterte e Marcos Jr., un’alleanza fondata su una sorta di “populismo bipartisan” necessario a condividere il potere mantenendosi in equilibrio tra Washington e Beijing, mantenendo gli investimenti sociali della precedente amministrazione (sanità ed educazione pubblica in primis e sussidi per i più poveri). Un governo quindi di “continuità” e in linea con il precedente, garantito dalla vice-presidentessa, che fa dell’equidistanza e della neutralità il grimaldello per ottenere il massimo per i filippini che, timorosi di un ritorno del vecchio establishment, hanno sonoramente bocciato Leni Robledo, temendo giustamente un ritorno alla politica filo-americana di stampo neoliberista. Nel programma “Bongbong” ha perfino promesso, con grande scorno del Pentagono, di firmare un bilaterale con la Cina per risolvere le dispute marittime. Sarà forse, allora, questa la “nostalgia” che ne ha sancito la vittoria?                     

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