OGGETTO: Il poliziotto del mondo va in pensione
DATA: 01 Aprile 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Le conseguenze dell'aggressione all'Iran conducono inevitabilmente a scelte dolorose per Washington, nessuna delle quali pare sostenibile per la sopravvivenza dell'amministrazione Trump, che ora si trova in una situazione d'impasse, dove ogni mossa sembra non avere più senso. La questione iraniana rischia così di rivelarsi l'errore strategico in grado di accelerare il tramonto di un impero già in crisi.
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Con l’attacco all’Iran si può ritenere definitivamente conclusa la “pax americana” e con essa il dominio unipolare e incontrastato che imponeva a Washington di recitare la parte di “poliziotto del mondo”. Il trentennio frettolosamente celebrato come termine stesso della Storia è stato in effetti un inesauribile susseguirsi di “interventi umanitari”, “esportazione di democrazia” e “lotta al terrore”; tutto pur di non pronunciare quel termine – guerra – che, non solo era stato universalmente ripudiato come metodo di risoluzione delle controversie internazionali in seguito agli orrori della Seconda Guerra Mondiale ma, soprattutto, mal si conciliava con l’essenza d’una governance mondiale basata sulla globalizzazione e il conseguente controllo finanziario sul resto del mondo. Le poche nazioni che restavano ostinatamente al di fuori da questo ordine mondiale “basato sulle regole” – i cosiddetti “Stati canaglia” – venivano fiaccati tramite sanzioni, isolati sul piano internazionale e sempre sull’orlo del baratro in procinto di cadere sotto il peso di rivoluzioni colorate, colpi di Stato e attacchi terroristici.

Il XXI° secolo sarebbe stato statunitense e poco importava se per realizzarlo era necessario combattere letteralmente una battaglia dopo l’altra; conflitti periferici lontani dal cuore dell’Impero il cui onere si condivideva con alleati disponibili e proxy sacrificabili. La grande strategia americana era funzionale al progetto e poco importava se queste guerre – riuscite o meno secondo standard militari – costavano miliardi ai contribuenti perché finanziavano il Sistema; non soltanto il complesso militar-industriale con tutte le sue ramificazioni e ricadute sulla politica interna agli Stati Uniti, ma anche ad aziende private, società appaltatrici e contractor – dalla celeberrima Halliburton di Dick Cheney fino all’odierna Black Rock di Larry Fink – secondo la consolidata prassi di socializzare le spese privatizzando i profitti. Un sanguinoso meccanismo di “distruzione per ricostruzione” che ha però iniziato a incepparsi in Ucraina per finire a sbattere contro il “muro” di Hormuz.

La più grande critica che Donald Trump rimproverava a Biden  – e in senso lato a tutta l’agenda trasversale neocon – era proprio quella di dissipare miliardi di tasse dei contribuenti americani letteralmente regalando armi e intelligence a Zelensky; dollari che, fallita la spallata per far crollare il Cremlino, si capiva non sarebbero mai stati recuperati. Da qui la fretta di strappare accordi di sfruttamento minerari per poi scaricare l’onere sui “volenterosi”; per farsi del Venezuela un boccone e passare all’Iran. Così appena Teheran si rivela essere un osso troppo duro – un errore strategico così grande da far impallidire quello ucraino – ecco subito le richieste-diktat agli alleati della Nato e il “pizzo” da far pagare agli Stati del Golfo per il proseguire delle operazioni. Entrati nella quinta settimana di bombardamenti la portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha infatti dichiarato che la Casa Bianca «chiede ai Paesi arabi di finanziare la guerra in Iran». Si affaccia lo spettro dei “boots on the ground” e così la “guerra” cessa di essere tabù ritornando ad essere chiamata con il proprio nome e a manifestarsi per ciò che è: sangue in cambio di denaro. L’esercito degli Stati Uniti trasformato alla stregua d’una compagnia di ventura, d’una banda di lanzichenecchi a disposizione del miglior offerente; pena l’abbandono degli alleati del Golfo alla mercé dei terribili persiani mentre i media occidentali presentano Bin Salman e gli altri sceicchi come veri e propri sobillatori del conflitto; tesi che loro cercano in ogni modo di negare, smentendo.

La loro situazione d’altronde diventa ogni giorno più tragica stretti come sono tra interesse nazionale e mercati internazionali; connessi a doppio filo tramite il petrodollaro alla finanza americana e ben consapevoli – dopo il precedente del blocco del fondo sovrano russo – di quanto i loro capitali siano a rischio nel nuovo mondo in cui anche il “diritto di proprietà” non è più legalmente sancito; ritrovandosi quindi ostaggio della stessa architettura difensiva, composta di basi e armi made in Usa, che invece di garantirne la sicurezza li riduce a bersaglio legittimo della rappresaglia iraniana non potendo né rifiutare il proprio spazio aereo e logistico a Washington e neppure continuare a perdere quotidianamente miliardi a causa d’una guerra che non hanno voluto ma che, a conti fatti, non hanno fatto nulla per evitare. Posizione scomoda di colui non può allontanare dalla casa che brucia il cugino piromane. Del resto neppure Trump – il “king” d’una repubblica che non vuole più saperne d’essere impero – dichiara ogni giorno una vittoria che gli sfugge dalle mani, maledicendo in cuor suo quel diavolo di Netanyahu che l’ha condotto tra le forche caudine dello Stretto di Hormuz.

Roma, Febbraio 2026. XXXII Martedì di Dissipatio

Il presidente statunitense si ritrova infatti in un classico zugzwang: non può dichiarare vittoria – come al termine della Guerra dei 12 giorni – e andarsene via lasciando all’Iran il controllo su Hormuz e neppure proseguire i bombardamenti ad oltranza, non soltanto per la scarsità di munizionamento ma soprattutto per la sofferenza dei mercati mondiali e le ripercussioni su Wall Street. Non può procedere all’invasione territorio iraniano – non ne ha l’autorizzazione e le forze – e nemmeno distruggere gli impianti petroliferi e le centrali elettriche iraniane senza subirne il letale contraccolpo su quelle dei propri “alleati” del Golfo e su Israele stesso; non può infine che tentare l’ennesimo “colpo ad effetto” inviando forze speciali per qualche rischiosissima operazione aviotrasportata su un’isola o centrale nucleare con il serio rischio di ritrovarsi nella stessa posizione di Carter nel 1979; oppure può attendere che allo scadere dei canonici 60 giorni il Congresso revochi l’autorizzazione per il prosieguo delle operazioni, scaricando la colpa della mancata vittoria sui vigliacchi senatori della sua stessa maggioranza. Ma, a quel punto, che ne sarebbe d’Israele?

La posizione di Tel Aviv, nonostante riceva ogni notte i colpi sempre più precisi su obiettivi strategici da parte dei missili balistici iraniani a cui si sono aggiunti quelli di Hezbollah, paradossalmente è più salda. Lo scopo principale d’Israele fin dall’inizio è stato quello di coinvolgere gli Stati Uniti nel conflitto in modo da obbligarli a restare invischiati; rendendo di fatto impossibile il loro disimpegno. Un progetto a cui Netanyahu lavora da più di vent’anni con le continue e ripetute audizioni al Campidoglio dove dimostrava con sicumera e grafici alla mano come il regime degli ayatollah fosse sempre in procinto d’ottenere l’arma nucleare. L’accordo di Obama in questo senso era stato il suo più clamoroso smacco.

A ben vedere è dall’indomani dell’11 Settembre che Israele da partner privilegiato da difendere a ogni costo si tramuta in “punta di lancia” nella Guerra al Terrore. L’esperienza sul campo, l’intelligence infiltrata ai più alti livelli negli Stati mediorientali e la spietatezza sono ciò che difettava all’esercito americano. Bush non ha ancora chiuso la campagna afghana che già si appresta a invadere l’Iraq. Saddam, Gheddafi e Assad finiscono nel mirino. Tutti grandi nemici dello Stato ebraico dai tempi di Carlos e del FPLP; tutti eliminati dagli Stati Uniti che non ricavano nulla da questi interventi. I talebani ritornano al potere; l’Iraq finisce sotto l’influenza iraniana; la Libia divisa tra turchi e russi; la Siria stessa in bilico tra Ankara e Tel Aviv con ancora le due grandi basi russe attive nel Mediterraneo mentre, nel frattempo, cade Mubarak e le “primavere arabe” sfiorano il Bahrain innervosendo le monarchie sunnite. L’alleato appare sempre più come la proverbiale “coda che muove il cane”. L’Iran però deve essere a ogni costo distrutto.

A Washington qualcuno credeva ingenuamente che gli Accordi di Abramo avrebbero rimesso ordine in nome del sacro business; che la Via del Cotone sarebbe stata il viatico per una nuova stabilità regionale sottovalutando che nessuna delle due ipotesi, per quanto allettante, fosse davvero necessaria a coloro che teorizzano nient’altro che il Grande Israele. Per procedere all’annessione dei territori occupati Tel Aviv ha bisogno dell’instabilità regionale, dell’indebolimento d’ogni vicino e il blocco di Hormuz e perfino dello stretto di Bab el Mandeb possono perfino favorire il suo progetto di diventare hub energetico di gas e terminale petrolifero per la UE.

Dal punto di vista americano invece l’attacco all’Iran si sta invece rivelando un disastro strategico a trecentosessanta gradi: dall’incapacità nel difendere gli alleati e le proprie basi alla probabile stagflazione mondiale; dall’indebolimento del suo apparato militare nel Pacifico alla manifestazione del limite della dottrina operativa basata sulle portaerei come proiezione di potenza; per non parlare della crisi del “patto del petrodollaro” e della vulnerabilità delle proprie superarmi (F35, Patriot, radar d’allerta precoce). Come spesso capita agli Imperi in crisi si moltiplicano gli sforzi febbrili per rimediare al declino, compiendo errori che spesso si rivelano fatali. Gli Stati Uniti posseggono ancora le forze per cambiare forse non destino ma di certo rotta; ma rimane ancora qualcuno a Washington in grado d’avvertire il pericolo e afferrare il timone?        

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