OGGETTO: Frankenstein, o del privilegio della morte
DATA: 23 Novembre 2025
SEZIONE: Postumano
FORMATO: Racconti
AREA: Altrove
Un romanzo scritto due secoli fa, come Frankenstein, può apparire straordinariamente attuale, annullando la distanza tra passato e presente, scavalcando i secoli e illuminando le condizioni della nostra epoca. Vale dunque la pena cogliere l’occasione offerta da Guillermo del Toro nel suo recente adattamento cinematografico per riportare alla luce qualche riflessione.
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Nell’estate del 1816, durante il celebre “anno senza estate”, Mary Shelley soggiornava sul lago di Ginevra con Percy Shelley, Lord Byron e altri intellettuali. Le giornate fredde e piovose, trascorse tra conversazioni scientifiche e racconti gotici, crearono un clima fertile per l’immaginazione. Quando Byron propose di scrivere una storia dell’orrore, Mary sembrava attraversare giorni sterili. Una notte affiorò con chiarezza l’immagine di uno scienziato chino su membra putride, cucite con ossessione per assumere sembianze umane, mentre tentava di usurpare il ruolo di Dio. Da quell’immagine nacque Frankenstein; or, The Modern Prometheus, pubblicato nel 1818.

In un’epoca dominata dall’Illuminismo e dalla fiducia assoluta nella scienza, Mary Shelley intuì, giovanissima, ciò che molti avrebbero compreso solo molto più tardi e che ancora oggi fatichiamo ad accettare. Capì che la scienza, se priva di una bussola morale, può condurre alla disumanizzazione. Era come se avesse intravisto un futuro in cui il progresso tecnico corre più veloce della coscienza etica, e in cui la conoscenza vuole trasformarsi in dominio sulla natura, mentre la creazione degenera in abominio.

Pensiamo a Neuralink, la società fondata da Elon Musk che sviluppa interfacce cervello-computer impiantabili, nate per restituire funzioni motorie a persone paralizzate o con disabilità, ma che mirano anche a potenziare le capacità cognitive e sensoriali dell’uomo. Un perfezionamento tecnologico che, più che emancipare, rischia di sfociare in nuove e ambigue forme di manipolazione del corpo e della mente.

Accanto a questa visione si colloca oggi Preventive, startup californiana sostenuta da figure chiave della Silicon Valley come Sam Altman e Brian Armstrong. Secondo una recente inchiesta del Wall Street Journal, il progetto punta alla creazione di embrioni geneticamente ottimizzati per prevenire malattie e, implicitamente, migliorare la specie umana. Dichiarato come un progetto per “eliminare la sofferenza”, si avvicina in realtà al sogno — o all’incubo — di fabbricare bambini “perfetti”, riportando in primo piano il rischio di nuove forme di eugenetica tecnologica, mascherate da progresso medico.

L’idea di una vita perfetta o prolungata tocca un nodo etico profondo, chi avrà accesso a questa longevità, con quali costi e con quali disuguaglianze. La possibilità che la biologia umana diventi un progetto tecnico puro riecheggia la visione shelleyana di una scienza che tenta di dominare la natura e la vita cancellandone i limiti morali e naturali.

Questi progressi nascono con obiettivi nobili, come eliminare malattie ereditarie, prevenire sofferenze, salvare vite. Ma la linea che separa le buone intenzioni dalle conseguenze ignote è sottile, e basta poco perché la scienza inizi a progettare l’essere umano secondo criteri arbitrari – estetici, cognitivi o sociali. 

È vero che il progresso scientifico non si è mai fermato, con o senza il consenso degli uomini. Spesso la paura delle sue conseguenze o la difesa di un ordine rassicurante hanno portato alla condanna delle menti più visionarie. Basti pensare a Giordano Bruno o a Galileo, puniti per aver osato guardare oltre ciò che il loro tempo riusciva ad accettare. Ma la riflessione davvero fertile non è quella che stabilisce in modo manicheo ciò che è giusto o sbagliato, è quella che si interroga su come progredire mantenendo una bussola etica e morale, e allo stesso tempo seguendo il precetto della giusta misura “μεσότηςmesótes” (Aristotele, Etica Nicomachea).

La domanda che Mary Shelley avrebbe posto e che ancora oggi ci riguarda rimane la stessa: fino a che punto possiamo creare senza distruggere noi stessi e gli altri? Quando la conoscenza smette di essere strumento di amore verso il prossimo e diventa esercizio narcisistico, l’essere umano rischia di dare alla luce la propria ombra, anziché una nuova vita. 

Ma cosa spinge qualcuno a voler rifare il mondo da capo, a piegare la natura al proprio volere? L’adattamento cinematografico di Del Toro ne individua il nesso nel rapporto padre-figlio. Tema archetipico, che incide sulla nostra identità e sul modo in cui affrontiamo i nostri demoni.

Roma, Novembre 2025. XXIX Martedì di Dissipatio

Torniamo a Musk. Cresciuto in un ambiente familiare instabile e violento, il nostro ha imparato troppo presto che l’intelligenza e il controllo potevano diventare strumenti di difesa in un mondo dove l’affetto mancava e la vulnerabilità non era concessa (G. De Ruvo, “Nella testa di Elon Musk”, 2024).

Il padre, figura brillante ma disturbata, oscillava tra genialità e delirio, imponendo al figlio un modello di potere e manipolazione che Elon avrebbe tentato di superare per tutta la vita. Da bambino, costretto in un contesto di solitudine e violenza, trovò rifugio nei libri e nella fantasia, cercando un ordine che nella sua casa non aveva mai conosciuto.

Quel vuoto, mai colmato, si è trasformato nel tempo nella spinta del suo agire. Dietro i suoi progetti non si nasconde solo l’ambizione, ma il tentativo di guarire attraverso la creazione, sublimando il dolore nella téchne, nel gesto che prova a dare forma a ciò che dentro di sé resta irrisolto.

La tecnologia diventa per lui ciò che la scienza rappresentava per Victor Frankenstein, un modo per rispondere alla perdita e riscattare la propria impotenza. Entrambi nascono dal dolore e lo trasformano in impulso creativo, entrambi cercano di riparare il mondo perché non hanno mai potuto riparare sé stessi.

Ma ogni volta che l’essere umano, ferito, trasforma il proprio dolore in un credo dogmatico e cerca la salvezza inseguendo ambizioni gonfiate da passioni smisurate, finisce per imbattersi nella stessa condanna da cui tenta disperatamente di fuggire.

Il laboratorio di Victor è lo spazio in cui il figlio prova a rifare il mondo per riscattare il proprio passato. Ma, non avendo conosciuto l’amore, egli genera la sua creatura nello stesso modo in cui è stato generato lui: senza tenerezza, senza accoglienza, senza responsabilità.

La Creatura nasce allora come un riflesso, come una ferita che prende forma. È il volto del rifiuto, l’immagine del dolore che Victor non ha mai saputo affrontare. Quando LCreatura cerca amore e viene respinta, si ripete la stessa scena di sempre: un figlio che tende la mano e un padre incapace di rispondergli.

Eppure, nel recente adattamento, questa catena non resta chiusa. Là dove il romanzo si arrestava nella disperazione, Del Toro apre uno spiraglio di quiete. Nel momento in cui la Creatura guarda Victor e gli dice «Io ti perdono», tutto il dolore si scioglie: Victor smette di essere “dio” e torna a essere figlio e, insieme, padre. La Creatura, a sua volta, cessa di essere il mostro e diventa il figlio che perdona il padre, colui che finalmente concede quella pace che nasce solo dal perdono, una pace che soltanto coloro che sono dentro il trauma possono offrirsi, perdonando e perdonandosi vicendevolmente.

Gesto all’apparenza semplice, eppure paradossale. In un presente dominato dall’orgoglio personale e dall’affermazione di sé, il perdono appare paradossalmente più complesso che infondere vita a un corpo morto — metafora iperbolica ma tremendamente efficace.

Tra i temi più profondi del romanzo c’è quello della responsabilità morale del sapere e dei suoi limiti.

Victor, inizialmente preda di un impulso quasi dionisiaco di generare vita, giunge lentamente a intuire le implicazioni etiche della propria impresa. Quando si appresta a creare la compagna del mostro, sfiora per un attimo una forma di empatia, riconoscendo la solitudine della sua creatura e il suo bisogno d’amore. Proprio in quell’istante, tuttavia, matura in lui una consapevolezza più profonda: comprendere che dare la vita significa anche assumersi fino in fondo la responsabilità delle conseguenze, persino quelle imprevedibili.

L’eventualità che i due esseri possano un giorno generare una nuova razza tanto distruttiva lo costringe infine a fare ciò che aveva sempre evitato. Per la prima volta si arresta, riflette, rinuncia. In questo gesto si intravede una forma autentica di saggezza, la stessa che dovrebbe guidare ogni uomo di scienza nel maneggiare il sapere e le sue inevitabili conseguenze.

Nel pensare alle conseguenze, Victor immagina lo scenario peggiore. La tragedia è sempre vicina, pronta a riaffiorare quando l’uomo dimentica di interrogarsi sui propri limiti. Pensare il peggio non è pessimismo, ma consapevolezza. È la capacità di imparare dagli errori, di andare oltre l’immediato per proiettarsi nel futuro, di comprendere che ogni progresso, se privo di misura, può trasformarsi in rovina.

L’opera si rivela estremamente utile per chi traffica di geopolitica, per il suo mirabile tentativo di costringerci ad un rovesciamento di sguardo, mettendoci nei panni di chi consideriamo un mostro. Victor rappresenta il nostro modo di agire nella presunzione di operare per il bene, servendoci esclusivamente dei nostri codici e bollando come sofismi le prospettive altrui, perché incapaci di dialogo e di mettere in discussione le nostre certezze senza andare incontro a una crisi d’identità.

In Frankenstein i punti di vista non sono mai fissati definitivamente e non esistono assoluti perché le cose umane non lo sono mai. Siamo costretti costantemente dentro l’ambiguità.

Quando si discute in modo dicotomico tra un Occidente “buono” contrapposto ad “altri” elevati a incarnazione del male, si finisce per riprodurre la tragedia cui Victor è ineluttabilmente condannato ad andare incontro.

In un mondo in cui l’umanità non ha ancora accettato il limite della morte e continua a cercare nell’immortalità una soluzione, il classico resta tale perché attuale. Ancora oggi ci arrovelliamo sul desiderio di sconfiggere il tempo, di correggere ciò che percepiamo come imperfezione, di ricostruire in continuazione il nostro corpo per darci infinite seconde possibilità, perché non accettiamo che le cose della vita vadano come vadano, continuamente ossessionati da una perfezione che non troveremo mai.

Veniamo al mondo senza averlo chiesto e la nostra unica fortunaforse, è sapere che un giorno potremo morire. La morte diventa la chiusura gentile di tutte le sofferenze patite in vita. La Creatura invece non ha nemmeno questo privilegio, nata per sottrarre l’essere umano alla morte, è condannata a sopportare un dolore senza soluzione di continuità. In questa condanna eterna si svela la vera tragedia, non nella morte ma nella sua assenza. Frankenstein è la metafora attraverso cui ci viene offerta una chiave per ri-pensare e affrontare ciò che la nostra epoca tende a rimuovere più di ogni altra cosa, il tabù della morte e la sua necessità come parte del vivere.

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