Dopo le minacce che Trump aveva rivolto contro la civiltà iraniana e mentre la tv di Stato israeliana aveva già lanciato un conto alla rovescia in diretta dell’ultimatum statunitense, grazie alla paziente mediazione pakistana, si è arrivati a un cessate il fuoco di due settimane. Ci sono parecchi dubbi se questa tregua reggerà alla prova dei fatti ma nel frattempo il mondo intero e soprattutto l’occidente allargato possono tirare un sospiro di sollievo. L’aggressione israelo-americana infatti, concepita per come la classica campagna “shock and awe” che tramite la decapitazione del governo iraniano avrebbe dovuto portare al rapido crollo della Repubblica Islamica, s’era invece già protratta per quaranta giorni; il termine massimo di sofferenza per le economie dei Paesi coinvolti.
Negli Stati Uniti il prezzo del gasolio – con la quotazione del Brent a 144$ – e le ingenti perdite a Wall Street stavano mandando a picco la popolarità del presidente; l’Unione Europea e l’Australia si apprestavano a un doloroso piano di razionamenti di gas e carburanti per mancanza di scorte mentre Giappone e Filippine stavano trattando direttamente con gli iraniani per il passaggio delle proprie petroliere a Hormuz e, infine, Israele dimostrava la cronica grave scarsità di missili intercettori per proteggere il proprio territorio. Ecco allora spiegata la ”escalation verbale” di Trump che, giorno dopo giorno, usava toni sempre più apocalittici scontrandosi però con la dura realtà della “escalation sul campo”, saldamente nelle mani dei Pasdaran. Non che, ben inteso, i colpi che l’aviazione americana si apprestava a sferrare sulle infrastrutture civili iraniane non si sarebbero rivelati gravi e distruttivi; ma che l’inevitabile rappresaglia, prendendo di mira centrali elettriche, terminali petroliferi e desalinizzatori d’Israele e dei Paesi del Golfo, avrebbe gettato l’intero Medio Oriente in un baratro a lungo termine che solamente le balzane ipotesi di nuovi oleodotti chilometrici da costruire attraverso deserti e montagne alleviava le menti degli “esperti strateghi”.
Trump, infatti, nonostante tutta la retorica sulla “vittoria già conseguita” aveva disperatamente cercato nelle ultime settimane una via d’uscita che gli consentisse di dichiarare vittoria per chiudere il conflitto senza perdere la faccia – il fallito raid su Isfahan mascherato da “missione di salvataggio” ne è prova – come del resto, dopo l’insistenza su una trattativa su una base irricevibile (di fatto una richiesta di resa incondizionata), l’ammissione che i dieci punti proposti dall’Iran siano ora una “buona base su cui negoziare” sta a dimostrarlo. Dieci punti su cui, tra l’altro, si parla di fine delle sanzioni; controllo iraniano sullo Stretto, risarcimenti, arricchimento dell’uranio e ritiro delle forze statunitensi dal Golfo. Proposte diametralmente opposte a tutto ciò che Witkoff e Kushner avevano recapitato a Teheran prima delle ostilità. D’altronde la strategia iraniana di colpire nella prima fase le basi americane e Israele per poi estendere i bersagli a gli impianti di raffinazione, risparmiando pozzi petroliferi e terminali come ultimo grado dell’escalation, segue la logica che la minaccia funziona finché resta tale, fattibile ma potenziale, perché una volta che Trump avesse raso al suolo South Pars e l’isola di Kharg, condannando assieme all’economia iraniana quella globale e la residua immagine sua e degli Stati Uniti, cosa gli sarebbe rimasto d’altro da fare? Lo Stretto a quel punto, aperto o chiuso, non avrebbe fatto più molta differenza.

L’Iran può quindi a ragione, per il momento, dichiararsi vincitore: è il primo Paese dopo la fine della Guerra Fredda a resistere a un attacco diretto degli Stati Uniti. Ha dimostrato che il suo Stato ha delle istituzioni solide che possono sopperire alla perdita d’importanti leader e alti funzionari. Il suo arsenale è ancora in grado di colpire e minacciare l’intera regione; dopo quaranta giorni di bombardamenti la sua antiaerea rimane attiva come del resto le città missilistiche, alcune forze navali e l’esercito, sufficienti a esercitare una deterrenza contro qualsiasi invasione del suo territorio. I danni subiti sono senza dubbio ingenti ma la dirigenza può legittimamente sfruttare questo temporaneo successo per rinnovare la Rivoluzione del ‘79, dimostrando alla popolazione che i soldi spesi per sostenere l’Asse della Resistenza e il programma missilistico non sono stati spesi invano. Alla prova dei fatti, nel momento più difficile, Hezbollah ha agito e agli Houthi è bastato solamente minacciare la chiusura dello stretto di Bab el Mandeb per mandare in crisi l’unica valvola di sfogo saudita, il terminale di Yanbu sul Mar Rosso. La nazione ha retto, il popolo è sceso in piazza a manifestare contro l’aggressore e perfino dissidenti come il famoso regista Jafar Panahi, su cui pendeva una condanna, è tornato a Teheran ricevendo la grazia e dimostrando che – a differenza di ciò che i media occidentali facevano vedere sulla diaspora – è possibile essere in disaccordo con l’autorità senza tradire la Patria. Dal punto di vista comunicativo inoltre l’Iran ha dimostrato di sapersi muovere con estrema abilità: appiccicando la definizione di “coalizione Epstein” a Washington e Tel Aviv e descrivendo questo conflitto come una “guerra d’Israele” ha saputo colpire al cuore del movimento Maga, ampliando la frattura tra la base e l’esecutivo.
Ora però arriva il momento più difficile: dopo avere “vinto” la guerra – perché la condizione di vittoria iraniana era semplicemente quella di resistere e continuare a esistere come Stato – occorre vincere la pace. Per rimettere in piedi l’economia e le infrastrutture danneggiate servirebbe una sorta di “piano Marshall” in salsa Brics, dove Cina e Russia forniscano al più presto aiuti economici e militari per evitare un’ennesima crisi interna e dissuadere da ulteriori minacce esterne.
La tregua però – come del resto si è visto dopo la “Guerra dei dodici giorni” – avvantaggia l’aggressore. Una pausa che Stati Uniti e Israele potranno sfruttare per portare al fronte nuovi uomini e mezzi, fare manutenzione agli aerei, studiare nuove strategie e redistribuire missili da difesa aerei in vista di un nuovo round. Il ritmo di produzione di nuovi radar e degli intercettori è certo più lenta rispetto a quella di nuovi droni o missili iraniani ma il potenziale bellico statunitense è ancora immenso. L’attuale cessate il fuoco è fragile: Netanyahu difficilmente può accettare un Iran che libero da sanzioni diventi potenza regionale e le monarchie del Golfo a loro volta, colpite nei loro interessi economici, covano vendetta e vedranno un ipotetico dazio per il passaggio da Hormuz come un premio a un’aggressione; d’altronde basterebbe un “false flag” per far saltare ogni accordo. Tel Aviv di certo non smetterà di combattere in Libano, di assediare Gaza e di tentare d’annettersi la West Bank e parti di Siria e gli Stati Uniti difficilmente saranno disposti ad abbandonare la regione.
Di certo però questo conflitto dovrebbe far riflettere quanti nel mondo si affidano esclusivamente (o in larga parte) al petrolio e gas mediorientale. E tutti coloro che, avendo un fornitore sicuro e affidabile vicino casa, per motivi ideologici si rivolgono lontano in regioni tutt’altro che stabili. Nel frattempo a Pechino attendono la visita di Trump come quella dell’imperatore Enrico IV a Canossa. Un ruolo che il presidente americano difficilmente vorrà interpretare.