Il risultato del referendum di marzo ha scatenato un terremoto nella maggioranza di governo che ha ridiscusso vecchi equilibri e la balance of power del centrodestra. Dalle dimissioni di Del Mastro e Santanchè nell’esecutivo alle tensioni interne a Forza Italia culminate nella sostituzione di Gasparri con Stefania Craxi, fino al complesso ruolo degli eredi di Berlusconi in questo equilibrio. Per affrontare questi nodi abbiamo intervistato Fabrizio Cicchitto, storico esponente della tradizione liberalsocialista del Psi, figura chiave delle formazioni berlusconiane alla Camera e uomo chiave della Seconda Repubblica. Autore di saggi come “Storia di Forza Italia 1994-2018” e “L’odissea socialista. Nenni, Lombardi, Craxi. 2 giugno 1946 – 19 gennaio 2000” (entrambi editi Rubbettino), lo abbiamo raggiunto nel suo studio romano per chiedere il suo parere sullo scenario post referendario.
-Come valuta le conseguenze e gli effetti del risultato del referendum del 22 e 23 marzo?
Il risultato, per molti aspetti, è stato una sorpresa per tutti. In primis per i sondaggisti, che hanno sbagliato completamente le loro previsioni. Allo stesso tempo l’esito del referendum induce però un dubbio sistemico che travalica questo risultato.
-Quale?
In un contesto sociale sempre più imprevedibile e polarizzato come il nostro, ritengo che nei futuri referendum sarà estremamente difficile per un eventuale fronte del “sì” ottenere la vittoria. Qualunque esso sia. Questo perché un “sì” rappresenta una proposta precisa, quindi divisiva. Il “no”, invece, è molto più trasversale ed efficace: raccoglie sia chi non vota mai sia le posizioni più estreme, oltre che quelle contrarie sul merito.
Il “no” del referendum di marzo ha avuto una composizione paradossale: dagli anarchici ai centri sociali, fino a figure moderate come Casini, Franceschini e Mastella. Un fronte che è stato aiutato dall’astensionismo e dalle delusioni rispetto al governo. Questa coalizione così ampia e trasversale rende pertanto strutturalmente difficile far passare qualsiasi proposta.
-E sul futuro dell’esecutivo?
Per quanto riguarda i riflessi politici, il governo e Meloni hanno una possibilità di superare questa fase su un nodo fondamentale quale quello economico-sociale. Se riuscissero — cosa molto difficile — a rilanciare una politica minimamente espansiva, potrebbero assorbire questa sconfitta. In caso contrario, rischiano una crisi significativa.
La prima verifica sarà immediata.
-Quale?
La tensione emersa con Confindustria. Se si arriverà ad una distensione, il governo potrà proseguire con forza, pur non risolvendo i propri problemi. Se invece il conflitto persisterà per la miopia di parte dell’esecutivo, si aprirà un ulteriore problema, anche perché Confindustria è stata finora tendenzialmente favorevole all’esecutivo. Oggi quindi Meloni può rilanciare il proprio mandato proprio sui temi economici. Mentre l’ipotesi di elezioni a breve mi sembrerebbe un errore.
-Nel centro-destra, Forza Italia ha registrato alte percentuali di “no” e di astensione. Come valuta la situazione del partito dopo i recenti rimpasti e le difficoltà attuali?
Forza Italia sin dalla sua fondazione ha una impostazione di partito personale che nonostante i tentativi di Tajani di attenuarla continua a persistere.
Berlusconi, a suo tempo, costruì il partito con un imprinting carismatico e impedì, nonostante le vicende giudiziarie, la vittoria totale della sinistra post–Mani Pulite, mantenendo aperto il sistema seppure in un bipolarismo anomalo.
Se questo è stato il merito storico di Berlusconi quello di Tajani, successivamente, è stato quello non scontato di garantire la tenuta del partito. Non ha il carisma di Berlusconi, ma ha assicurato una guida stabile capace di conciliare le proprie anime interne. Oggi però esiste un problema duplice: politico e organizzativo.
-Ovvero?
Tajani è contemporaneamente ministro degli Esteri e vicepresidente del Consiglio, in una fase internazionale molto complessa. Questo limita la sua capacità di seguire il partito. Forza Italia ha quindi un problema di gestione politico-organizzativa e culturale come tale.
Si tratta, di un punto non risolto per ragioni tecnico-operative estremamente cruciale. Tajani può utilizzare la sua guida politica per conciliare le varie anime, ma un partito non può reggersi solo sulla leadership: servono strutture, quadri e una linea culturale definita. Tale questione deve però risolversi senza scatenare correntismi o scissioni. Anche perché, per la sua storia e conformazione, Forza Italia non è strutturata per reggere forti divisioni interne.
-E il rapporto con gli eredi?
L’equilibrio tra la famiglia Berlusconi e Tajani è un punto decisivo. Una rottura comprometterebbe l’intero partito. È necessario trovare una soluzione condivisa tra questi due poli e individuare figure interne capaci di garantire organizzazione e direzione politico-culturale conciliando necessità di rinnovamento con la coesione interna. Credo quindi che serva quindi una maggiore convergenza e un più efficace equilibrio tra Tajani e la famiglia Berlusconi per rafforzare il futuro del partito.
-Come ottenere questo?
In passato, Berlusconi integrò figure con esperienza politica anche provenienti da ambiti diversi — Scajola sul piano organizzativo, Bondi, Verdini, il sottoscritto e altri su quello politico-culturale. Oggi serve una soluzione analoga, con persone diverse ma con funzioni equivalenti.
-Ad alcuni le posizioni recenti degli eredi del Cavaliere sono apparse eccentriche rispetto alla linea del centrodestra meloniano. Lei che ne pensa?
Gli interventi di Marina Berlusconi sono interessanti specie quando si concentrano sul piano culturale del pensiero liberale e in parte li condivido o ritengo condivisibili. Tuttavia, tra elaborazione culturale e gestione politica non esiste una traduzione automatica e meccanica. Staremo a vedere.
Il problema resta quello già indicato: trovare un punto di equilibrio e costruire una struttura organizzativa e culturale solida, evitando divisioni interne nel centrodestra. È quindi necessaria una convergenza tra leadership della maggioranza e i Berlusconi senza conflittualità interne nell’interesse di entrambi.
-Quale è il vero problema del centrodestra?
A mio avviso, il rapporto e il radicamento con il Sud. Forza Italia, come la Lega, ha infatti un problema strutturale nel Mezzogiorno. Il referendum lo ha evidenziato chiaramente: Sicilia, Calabria e Campania sono rimaste sostanzialmente immobili. Ed anche nel centro Italia dalle Marche al Molise il risultato è stato deludente.
Nel Sud, il centro-sinistra è dominato da cacicchi locali forti, mentre nel centro-destra prevalgono figure con forte radicamento locale, ma meno incisive e spesso in conflitto tra loro. Durante il referendum, queste divisioni hanno impedito una gestione efficace, confermata dal fatto che i governatori di Forza Italia del Sud (in primis Occhiuto e Schifani) non si siano sostanzialmente impegnati in questa battaglia. Il centrodestra ha quindi un problema di classe politica nel Sud. Fanno eccezione figure di indubbie capacità, come Adriana Poli Bortone a Lecce, purtroppo minoritarie.
Al contrario, la Lega, pur assente in molte aree, ha mostrato forza nelle regioni dove governa, grazie all’impegno di Zaia, Fontana e Fedriga, segno di una classe dirigente locale solida, seppure con una leadership nazionale con problemi analoghi alle altre forze.
Ne emerge un problema strutturale: il centro-destra è debole al Sud, mentre il centro-sinistra lo è al Nord, sintomo di un Paese spaccato.
-Giuseppe Conte sta rafforzando la sua posizione nel Sud e come leader in pectore del centro-sinistra. Come valuta questo suo nuovo protagonismo?
È un tema distinto, con implicazioni anche internazionali. Conte non è affidabile: ha avuto ambiguità evidenti con Putin e con la Cina, come dimostrano la Via della Seta e la missione russa durante il Covid.
È un abilissimo trasformista, capace di adattarsi per conquistare consenso. Lo abbiamo visto di recente con le sue repentine giravolte su Ucraina e Medio Oriente. Questo rappresenta un problema enorme non solo per il centro-sinistra, ma per l’intero sistema politico, specie per i pericoli strategici che porterebbe un suo eventuale ritorno a Palazzo Chigi.
All’interno del PD esiste inoltre una corrente — da Bettini a D’Alema — che lo preferisce a Schlein. Il centro-sinistra appare quindi attraversato da contraddizioni profonde, non risolte, bensì mascherate, dai recenti successi elettorali.
-Nel suo libro “L’Odissea Socialista” ricostruisce la storia del socialismo riformista. Cosa resta oggi di quella tradizione?
La situazione è paradossale. Il PSI è finito con Craxi e la diaspora socialista ha prodotto risultati limitati, per lo più locali.
Tuttavia, esiste ancora una cultura socialista diffusa grazie all’azione di individualità di livello, fondazioni e riviste. La classe dirigente del PD del passato ha contribuito alla distruzione del PSI per prenderne il posto, ma questa operazione ha avuto conseguenze fallimentari. Oggi si il PD si trova, infatti, a confrontarsi con forze massimaliste come Avs e con il trasformismo inquietante e pericoloso di Conte. Anche se, in questo caso, verrebbe da dire che chi è causa del proprio male pianga sé stesso…
Si avverte, però, l’assenza di un partito socialista riformista, elemento fisiologico nelle democrazie occidentali. Tuttavia, non esistono oggi le condizioni per ricostruirlo. Le strutture attuali non hanno peso politico sufficiente. Il salto verso una forza politica organizzata è molto ampio e, allo stato attuale, non si intravedono le condizioni per compierlo. Mi auguro che le nuove generazioni per vie imprevedibili possano fare rinascere un vero e solido partito socialista e riformista di impostazione occidentale.
-Esiste un insegnamento di quella tradizione valido per le forze politiche di oggi?
L’esempio resta l’azione politica e culturale di Craxi. Dopo la sua scomparsa, i tentativi di ricostruzione sono stati deboli e restano solo esperienze culturali e prepolitiche. Forse l’unico consiglio che posso dare è di imparare da lui come riferimento politico e internazionale.