OGGETTO: Contro la tossicità
DATA: 19 Dicembre 2025
SEZIONE: Società
Un percorso tra etimologie fraintese, teorie psicologiche dimenticate e categorie morali usate come strumenti diagnostici. Per comprendere come la parola “tossicità” abbia contaminato il discorso pubblico fino a dissolvere la distinzione tra aggressività e violenza, lasciando il maschile senza orientamento e la cultura senza una grammatica capace di leggere le proprie forze.
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Abbiamo iniziato a usare la parola tossico per descrivere tutto ciò che nel maschile non è docile. È il sintomo più evidente di un collasso del linguaggio: quando non si distinguono più le forze, si trasformano in colpe. L’aggressività viene scambiata per violenza, la separazione per abbandono, la fermezza per dominio. Ogni impulso che non rientra nella grammatica dell’emotività diventa sospetto. Questa confusione non nasce da un eccesso di brutalità nel reale, ma da un deficit di categorie. Abbiamo perso la capacità di leggere l’energia maschile senza giudicarla. Prima ancora che degeneri, la dichiariamo pericolosa. Prima ancora che trovi una forma, la nominiamo come un veleno. Il risultato è un maschile privato della sua funzione primaria: non più una forza da orientare, ma un difetto da contenere.

La cultura non osserva più ciò che accade: lo corregge prima di comprenderlo, producendo proprio l’ambiguità che teme. È in questa torsione che si misura la crisi attuale: non nella violenza degli uomini, ma nel linguaggio che dovrebbe descrivere ciò che non riusciamo più a distinguere. La cultura occidentale contemporanea ha smarrito le sfumature con cui interpretava l’energia maschile. Ha ridotto il maschile a un insieme di tratti da monitorare, come se ogni gesto fosse la versione in miniatura di una possibile violenza. Ciò che un tempo era riconosciuto come irruenza, iniziativa, desiderio di misura e confronto, oggi viene registrato come indizio di un malfunzionamento.

Questa riduzione non nasce da un aumento della violenza reale, ma dall’impoverimento delle categorie con cui leggiamo la differenza. Le società che non distinguono più tra slancio e aggressione, tra assertività e sopraffazione, producono una moralizzazione continua dell’esperienza. La psicologia pop e la comunicazione pubblica si alimentano di etichette rapide, trasformando processi evolutivi in difetti caratteriali. Il risultato è un clima in cui ogni forma di energia non mediata dall’emotività viene classificata come problema: un eccesso, una deviazione, un potenziale pericolo. Non sappiamo più riconoscere la forza se non attraverso il filtro della paura, né interpretare la tensione senza ricondurla a una patologia. È in questa semplificazione che la parola “tossico” trova spazio: non come descrizione, ma come scorciatoia. La cultura non tenta di capire l’aggressività: tenta di neutralizzarla. E così facendo, la rende irriconoscibile.

La deriva contemporanea emerge con chiarezza quando la parola tossicità viene usata per descrivere ciò che, per la psicologia analitica, appartiene alla fisiologia maschile. In molti discorsi pubblici è diventata un contenitore indifferenziato: vi finiscono dentro l’irruenza, l’invadenza iniziale, la tensione al limite, la spinta a emergere dalla simbiosi. È un’operazione di semplificazione morale: non distingue tra processo e deviazione, tra ciò che orienta e ciò che ferisce. In un’intervista recente, Stefania Andreoli arriva a introdurre la distinzione tra “tossicità buona” e “tossicità cattiva”. È un ossimoro. La tossicità non è un tratto psicologico graduabile: è un giudizio. È ciò che avvelena, ciò che corrompe, ciò che produce danno. Per attribuirle una polarità positiva bisogna piegare il significato, o cercare di rilegittimarlo con un appoggio etimologico. Non a caso, nel tentativo di farlo, Andreoli afferma che in greco tossico avrebbe avuto un duplice valore, poi si interrompe e si corregge: la parola che aveva in mente non era tòxikon, ma pharmakon. Il lapsus è rivelatore. Tòxikon significa solo veleno: era il veleno delle frecce. Non contiene alcuna ambivalenza. Pharmakon, invece, è la sostanza che può curare o uccidere, a seconda della dose. Ma per descrivere l’aggressività primaria non serve ricorrere a pharmakon: basta chiamarla con il suo nome. L’aggressività non è tossica: è una forza neutra di separazione. È ciò che permette di uscire dalla simbiosi, di prendere distanza, di differenziarsi.

Chiamarla “tossicità” significa trasformare un processo evolutivo in una colpa, e patologizzare il maschile attraverso il linguaggio. La tossicità non ha una forma buona; l’aggressività sì. Confondere i due piani non chiarisce: intossica la lettura del reale e rende impossibile orientare ciò che si finge di descrivere. La psicologia analitica ha descritto l’aggressività molto prima che il discorso pubblico la trasformasse in un reato preliminare. Per Neumann, l’aggressività primaria non è una minaccia: è una struttura di nascita. È la forza che permette al bambino – soprattutto al bambino maschio – di uscire dalla simbiosi originaria, quella fusione totale con la madre che precede ogni identità. Separarsi non è un atto gentile: è un taglio. E ogni taglio richiede energia, tensione, irruenza. La psicoterapeuta Merete Amann Gainotti lo formula con precisione: il maschio deve disidentificarsi dalla madre per accedere alla propria identità. La femmina può riconoscersi nella continuità con chi la genera; il maschio deve costruirsi attraverso una rottura. È un processo strutturalmente più faticoso, più carico di ambivalenza, più vulnerabile agli scarti. In questo spazio incerto, l’aggressività non è un residuo patologico: è il linguaggio della separazione.

Roma, Dicembre 2025. XXX Martedì di Dissipatio

Fromm aveva già indicato il dilemma: appartenere o diventare. Il bambino non sceglie consapevolmente; è trascinato da un impulso che lo spinge fuori dal cerchio della fusione. Senza quella spinta, non esiste soggetto. Ma la spinta non possiede ancora una forma: va riconosciuta, accolta, orientata. È qui che la cultura dovrebbe intervenire. Quando la società demonizza questa energia, non elimina il bisogno di separazione: lo rende opaco. Un maschio che non può usare la propria aggressività per differenziarsi la userà per difendersi, o per imporsi, o per sparire. Non perché sia violento per natura, ma perché il processo di individuazione è rimasto senza il suo motore. È questo che la psicologia analitica ha sempre saputo e che oggi, nella retorica della “tossicità”, non sappiamo più nominare. Se l’aggressività primaria è la forza che permette la separazione, ciò che accade quando non trova una cornice è semplice: non scompare, devia. Una società che la demonizza produce due tipologie di soggetti. La prima è quella dell’implosione: ragazzi che imparano presto a non disturbare, a non chiedere, a non affermarsi. Evitano il conflitto perché non sanno usarlo, e confondono la rinuncia con la calma. Costruiscono identità leggere, reversibili, incapaci di sostenere persino la propria presenza. Sono maschi senza contorno: non violenti, ma inerti. La seconda tipologia è l’opposto speculare: l’esplosione. Se la spinta di separazione non trova forma, si trasforma in ostilità diffusa, in irritazione permanente, in sfuriate che non hanno un bersaglio ma una saturazione. È la violenza che non nasce da eccesso di forza, ma da mancanza di direzione. In assenza di adulti che riconoscano la funzione dell’aggressività, il ragazzo non impara a distinguerla dal dominio. Non impara a misurare la propria intensità, né a trasformarla in limite, scelta, autonomia. Fra questi due estremi non c’è un terzo spazio. La cultura ha cancellato le scale intermedie, le forme adulte dell’energia, i riti che la incanalavano. Senza una grammatica della separazione, ogni tensione viene letta come minaccia e ogni fermezza come arroganza.

È così che si genera paradossalmente ciò che il discorso pubblico teme: giovani che non possiedono la forza necessaria per affermarsi, oppure che la esercitano senza alcun criterio. Non è l’aggressività il problema: è il vuoto che la circonda. L’idea che il maschile possieda una “tossicità di base” nasce da un fraintendimento. Non descrive un tratto evolutivo: sostituisce l’aggressività con una categoria morale, come se la fisiologia fosse già una colpa. È una scorciatoia che consente di evitare la complessità del processo di separazione e di liquidare l’energia maschile come una predisposizione al danno. Ma ciò che viene chiamato “tossico” è in realtà solo ciò che resta dell’aggressività quando nessuno le dà un orientamento. Dire che il maschile è “ontologicamente più problematico” significa confondere il rischio con la natura, la tensione con la patologia. È un modo per anticipare il giudizio prima dell’osservazione, per trattare un processo psichico come un’incriminazione preventiva. In questo schema, l’aggressività non è più una forza che apre distanza: diventa un vizio che va contenuto. E così la cultura finisce per produrre proprio ciò che teme. Il maschile non diventa pericoloso perché possiede troppa energia, ma perché viene educato a non riconoscerla. Non esistono società pacificate che abbiano neutralizzato la spinta aggressiva: esistono solo società che l’hanno trasformata in misura, responsabilità, protezione. Dove la si demonizza, marcisce; dove la si ignora, esplode.

Chiamarla “tossicità” non aiuta a comprenderla: la rende invisibile. Il punto non è correggere gli uomini, ma restituire al linguaggio la capacità di distinguere. Perché senza quella distinzione, il maschile non è tossico: è semplicemente lasciato solo, privo di cornice, privo di direzione. E ciò che non ha forma trova sempre la sua via nel peggiore dei modi. La questione non riguarda il maschile, ma l’apparato concettuale che pretendiamo di usare per decifrarlo. Abbiamo svuotato l’aggressività della sua funzione originaria e l’abbiamo riempita di giudizi. Ogni energia che non rientra nei codici della sensibilità viene registrata come anomalia, come traccia di un rischio imminente. Il linguaggio procede per interdizioni, non per comprensione: segnala prima ancora di distinguere. In questa torsione semantica si consuma il fallimento culturale. Non è la forza a essere cambiata, è lo sguardo che la osserva.

La separazione diventa abbandono, la misura diventa sospetto, la tensione diventa sintomo. Il maschile non è più un processo, ma un problema; non più un movimento, ma un difetto preliminare. E un’energia trattata come difetto finisce per assumere la forma del difetto che le viene attribuito. Le società non eliminano mai ciò che non sanno nominare: lo spingono ai margini, dove prende la forma più opaca. L’aggressività negata non scompare: si ritrae o si accumula, fino a mostrarsi come residuo incontrollabile. Non è la natura maschile a generare la deriva, ma la mancanza di una grammatica che ne riconosca il percorso. La tossicità non è una qualità dell’uomo: è l’effetto del vuoto che si crea quando una cultura smette di leggere le proprie forze vitali. Finché il linguaggio continuerà a confondere ciò che separa da ciò che ferisce, resteremo prigionieri della stessa distorsione: chiameremo pericoloso ciò che è solo non assimilato, e pacifico ciò che è semplicemente privo di forma. È in questo scarto che si misura l’instabilità del presente.

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