Legge numero 18: Il potere ha le sue unità di misura se non le conosci non puoi capire, non puoi operare né agire nel mondo delle ombre. Legge numero 1: il potere deve saper fingere, di lavorare, di lottare, di difendere ciò che rappresenta, anche perché spesso fingere di cambiare le cose più che cambiarle è il vero segreto del successo. Ed infine legge numero 12: bisogna dire dei no, sempre, in alcuni casi, meno, in altri, ma con metodo perché da questi “no” dipenderà il tuo peso se non proprio la tua stessa sopravvivenza.
Sono queste alcune delle leggi auree per “essere il potere” che Alfonso Celotto, costituzionalista, accademico e uomo di governo, già più volte capo di gabinetto e capo ufficio legislativo in vari esecutivi, racconta nel suo ultimo libro “Oligocrazia. Il potere sono io”(Bompiani). Un’opera mandragolesca, a metà strada tra l’Arte della guerra di Sun Tzu e Misteri dei ministeri di Augusto Frassineti, che illumina con un taglio brillante, ironico, ma profondamente lucido e colto il ruolo di tutti gli uomini ombra del Potere: “gabinettisti”, consiglieri, capi legislativi, capi di gabinetto. Lo fa alternando memoria personale, storia costituzionale e consigli strategici in una sintesi tanto ammaliante quanto suggestiva. Celotto, un po’ come Roy Cohn in The Apprentice, racconta infatti i codici e i segreti che tengono in piedi la continuità della Repubblica, mentre governi e ministri passano, dal punto di vista di chi invece resta. Oligocrazia in questo senso è il Boris del Potere italiano, ovvero un testo che con una verve brillante, grottesca e affilata, riesce però a mostrare al lettore le 18 vere leggi auree del Deep State, senza banalizzare il loro mistero, ma anche senza cedere al cinismo, in modo da insegnare come non rinunciare alla passione civile nel servizio alle istituzioni.
-Professor Celotto perché Oligocrazia?
Per capire il titolo del mio testo vale la pena soffermarsi sull’etimologia delle cosiddette parole del potere. Nella tradizione greca, infatti, kràtos indicava una forza che si impone, incontenibile, mentre arkè richiamava un potere più legittimo, riconosciuto, ordinato. Per questo la monarchia, e più in generale il governo dei pochi, si legano di solito al morfema “arkè”: da qui nasce, ad esempio, il termine “oligarchia”.
“Oligocrazia”, invece, suggerisce qualcosa di diverso. Non soltanto il governo di pochi, ma la forza più intensa, più penetrante, più incisiva di quel dominio: un potere che non si limita a essere riconosciuto, ma che agisce, si impone e tramite quei pochi fa funzionare la macchina statale. È il potere concreto degli ingranaggi burocratici, dei capi di gabinetto, dei “gabinettisti”, di coloro che fanno girare lo Stato restando spesso nell’ombra.
-E come nasce questo libro?
Questo libro è figlio della mia esperienza personale: di vent’anni trascorsi nei gabinetti ministeriali, in Parlamento, al governo, nelle regioni. Nasce soprattutto dalla volontà di raccontare com’è fatto il potere, quello che normalmente viene considerato il governo dei pochi, degli oligos. Ma nasce anche come testimonianza personale, non solo su come funziona la macchina, ma anche su come un ragazzo qualunque, un ragazzo di provincia, proveniente da una famiglia di benzinai e meccanici, possa arrivare a Roma, crescere grazie a provvidenze e borse di studio, e giungere nelle stanze del potere. Per capire che tutti possiamo stare dentro esse, perché la Repubblica fondata sul lavoro, è fondata soprattutto sul lavoro di chiunque. Chiunque sia capace, meritevole, disposto a lavorare e a studiare, può arrivarci. Ho insistito molto su questo punto, sull’idea dello studio e dell’impegno, perché secondo me è anche una testimonianza civile del senso di crescere dentro le istituzioni.

-Chi è davvero un capo di gabinetto e perché, per parafrasare un noto testo, è lui il potere?
Il capo di gabinetto è il capo della macchina ministeriale. Perché è vero che c’è il ministro come vertice politico, ma accanto a lui c’è questa figura che in genere è un giurista esperto, un consigliere di Stato, un professore universitario, un avvocato dello Stato, un consigliere della Corte dei conti, che serve sia a organizzare la macchina ministeriale sia il gabinetto stesso. Questa figura è pertanto la cinghia di trasmissione fra il potere politico e il potere della burocrazia, tra politica e amministrazione.
-Quali sono i veri poteri di un capo di gabinetto? E che tipo di rapporti ha con i membri degli apparati?
Il capo di gabinetto è una sorta di cuscinetto, perché non ha poteri specifici se non quello di organizzare l’ufficio stampa, la segreteria, l’ufficio legislativo. Ma il suo compito essenziale è quello di tenere i rapporti: con gli altri ministeri, con il Parlamento, con le regioni, con le istituzioni, con le aziende. È dunque uno snodo che diventa fondamentale per il buon funzionamento e il buon andamento del governo. Molto spesso si dice che il capo di gabinetto sia una sorta di ministro ombra, perché lavora un passo indietro pur svolgendo un ruolo cruciale.
-Come si è avvicinato al mondo del Deep State e quando iniziò a vivere quel mondo?
Io sono arrivato al Deep State un po’ per caso, perché sono diventato professore di diritto costituzionale, quindi di quello che in spagnolo si chiama anche derecho político: le regole del potere accanto a ciò che è il potere politico. Così, un po’ alla Candide di Voltaire, mi sono avvicinato attraverso una serie di primi incarichi, che il libro racconta, e poi sono cresciuto fino a ruoli apicali come capo di un ufficio legislativo e capo di gabinetto.
-Quale fu la sua esperienza nei gangli del Potere e che ricordi e aneddoti ne ha?
Per quanto mi riguarda ho tanti ricordi, tanti aneddoti. Il libro è anche un libro aneddotico, perché prova a raccontare quello che mi è successo. Vi racconto volentieri, anche se non c’è nel libro, questo episodio: al Ministero dello Sviluppo economico, durante il governo Renzi, il mio ministro mi affidò un fascicolo cifrato “SBI”, che riguardava la revoca del titolo di Cavaliere del lavoro a Silvio Berlusconi. Era un momento molto delicato, perché Berlusconi era stato condannato in via definitiva in Cassazione ed era comunque leader di un partito che si trovava in quella posizione, dovendo anche subire sanzioni accessorie. E quindi un capo dell’ufficio legislativo — quale ero allora — deve cercare di capire i modi, i percorsi, studiare se si possa revocare un titolo del genere, che nel caso di Berlusconi era davvero quasi onomastico, perché lui era “il Cavaliere”. Quindi lo Stato poteva, doveva togliergli questo titolo? Un capo di gabinetto quindi deve affrontare anche nodi di questo tipo e saperli sciogliere.
-Il libro si articola su 18 leggi ferree del Potere. Quali sono secondo lei le più indispensabili e quali vengono taciute e sottovalutate nell’effettivo governo del Paese?
Nel testo racconto la struttura del potere attraverso queste leggi, perché il potere ha leggi scritte e non scritte, è fatto di riti, è fatto di gerghi, è fatto anche di conoscenza e di partecipazione. In fondo il potere non ha forma: è come l’acqua, prende la forma di ciò che incontra. E quindi c’è sempre qualcuno che decide. Per esempio, nei giorni del Covid, quando bisognava decidere di chiudere l’Italia, quando si doveva fare la lista dei negozi da lasciare aperti e di quelli da lasciare chiusi, non era un momento facile: serviva qualcuno che decidesse. E se non decidi tu, c’è sempre qualcun altro che decide, perché il potere funziona così. Per questo il potere è come l’acqua, in quanto si insinua, entra nei gangli, nelle pieghe che trova, e in quel modo poi arriva a decidere, arriva a fare.

-A cosa serve il potere?
Serve a organizzare lo Stato, a organizzare la vita repubblicana, a gestire la macchina pubblica. Quindi il potere serve per fare, ma serve anche per istruire bene e per capire come fare.
-Spesso è anche illusionismo…
A volte si. Ma occorre precisare un altro aspetto. I vecchi gruppi di lavoro, le riunioni, le organizzazioni non sono soltanto una strategia illusionistica, ma alle volte anche una vera strategia politica. Racconto qui un altro aneddoto che non ho vissuto direttamente: quando arrivò, dopo il tragico 8 settembre, la Repubblica Sociale, essa diede l’ordine ai ministeri di trasferirsi, perché Roma era occupata dai nazisti e dai fascisti e quindi venne imposto di spostarsi al Nord. Lì un burocrate si inventò una soluzione: disse “certo che ci trasferiamo”, perché in quella situazione non poteva dire di no, però poi aggiunse “ma prima faremo l’inventario”. Peccato che per fare l’inventario ci misero diciotto mesi, e così non si trasferì quasi nessuno. Quindi il potere è anche illusionismo, e si misura talvolta anche sulla propria capacità di elaborare strategie illusionistiche.
-Ed è anche per questo che il Paese, sui grandi temi, è in una condizione di “riformismo immobile”, per dirla con Guglielmo Negri? O ci sono altri motivi?
I grandi temi, le grandi riforme, sono argomenti difficilissimi. Lo sono perché per farle veramente bisogna lavorare tutti insieme. Quando poi porti le riforme nel portafoglio politico, ti accorgi che non c’è più spazio, perché la riforma non può essere di destra o di sinistra: la riforma deve essere superiore. In fondo la nostra forza è proprio la Costituzione: una Costituzione forte, voluta da tutti, che fu approvata da Togliatti, Nenni, De Gasperi, Croce, Nitti, Orlando. Dunque una Costituzione condivisa. In quel senso diventa una norma superiore. Ad esempio quando vai a riformare la giustizia non puoi fare una riforma di destra o di sinistra, altrimenti la svilisci, abbassi la stessa Costituzione.
-Cene, club, circoli: quanto influenzano le reti e i circuiti degli apparati?
Ovviamente il potere è anche la vita che può fare un capo di gabinetto, un capo legislativo, che vive dentro il potere romano: i salotti, gli eventi, la partita di calcio, il tennis, il circolo, gli incontri. Perché poi il potere è fatto anche di pettegolezzi, è finire subito su Dagospia, o è essere imitati da Crozza. Per esempio, uno dei ministri con cui lavoravo mi disse: “Se fossi imitato da Crozza sarei arrivato”. Perché a quel punto certi personaggi — pensiamo a Vincenzo De Luca — sono diventati, proprio grazie all’imitazione di Crozza o di altri comici, veri personaggi di risonanza nazionale. Ecco allora che il potere è anche immagine, ed è anche molte altre cose non tutte immediatamente riconoscibili.
-Come si dovrebbe comportare un bravo capo di gabinetto? Quali errori dovrebbe evitare e quali consigli accettare?
È difficile dare una ricetta su come dovrebbe comportarsi un bravo capo di gabinetto. Certo, ci sono alcune regole: deve essere il primo a entrare e l’ultimo a uscire, deve essere molto presente, deve cercare di ascoltare, tutti e sempre. Un buon capo di gabinetto deve confrontarsi, deve scrivere per ricordarsi le cose, e deve poi cercare di distribuirle con temperanza e con pazienza.
-In alcuni casi cambiavano i ministri e i governi ma restavano i capi di gabinetto, o contavano più questi ultimi che i ministri.
Tante volte i capi di gabinetto sopravvivono ai ministri, perché è capitato anche a me di restare nello stesso ministero pur cambiando il ministro. Perché il capo di gabinetto sa, conosce, e se arriva un ministro che sa poco o che deve pensare anche agli altri portafogli politici, la continuità del tutto è garantita proprio dal capo di gabinetto. Ecco allora che il capo di gabinetto assicura anche la continuità del potere nell’interesse dello Stato.
-Che cos’è il potere in definitiva, secondo lei?
Dire che cos’è il potere è quasi impossibile. È stata la sfida di Montesquieu, di Machiavelli, e ancora prima di Platone. Il potere è organizzazione, è gestione della vita umana, ma è anche — come racconto — quello dell’arbitro di calcio, quello del controllore del treno. Mentre il potere, inteso come potere pubblico, è l’organizzazione di uno Stato per il buon funzionamento di una Repubblica. Ci sono pertanto tanti poteri, ma il potere, per sua natura, è indefinibile. Dopo tanti anni io non riesco ancora ad avere una ricetta per dire che cosa sia. Ma il potere lo senti addosso, il potere lo trovi nei posti più incredibili, il potere in fondo è far funzionare uno Stato secondo le regole, le regole costituzionali.