OGGETTO: La trappola orwelliana
DATA: 19 Ottobre 2026
SEZIONE: Storie
FORMATO: Racconti
Il nuovo film di Aaron Sorkin - The Social Reckoning - divide il mondo tra Buoni e Cattivi, ma dimentica le pressioni esercitate dalle amministrazioni americane durante la pandemia. Frances Haugen invoca lo Stato contro i social come si fece con il tabacco, ma regolare un prodotto e regolare le idee sono due cose diverse. Orwell lo aveva intuito: il controllo sociale non ha bisogno di violenza, gli basta il conformismo morale.
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​The Social Reckoning fa parte del grande ciclo della narrazione epica: l’eterna lotta tra i Buoni e i Cattivi, una giovane Davide contro il Golia della Big Tech. Un film dal ritmo incalzante, sorretto da un’ottima regia e da brillanti interpretazioni, che ci fa sentire tutti più coraggiosi e più buoni, almeno fino al primo contatto con l’umanità e col mondo esterno. Anche se tratto da una storia vera, però, il cinema rimane una finzione, un atto creativo che sottrae inevitabilmente l’opera – soprattutto se ben riuscita – al dominio della storia e la proietta al confine col pensiero magico, in quel regno illusorio in cui il probabile abbraccia l’impossibile e il possibile incontra l’inverosimile.

​Per questo il messaggio salvifico del film, plasticamente rappresentato dal pugno alzato della timida protagonista mentre scende le scale del Congresso, andrebbe ricondotto ad una più attenta ricostruzione del triennio 2020-2022, periodo tra i più controversi della storia recente. Eventi complessi come la pandemia o l’assalto a Capitol Hill vengono filtrati nel film dall’iperbole woke, tracciando una linea netta tra Bene e Male e dimenticando ciò che la storia ha iniziato a restituirci: ovvero un periodo di paure e di isterie, di conformismi e di manipolazioni, da cui né le istituzioni né i movimenti antagonisti escono vincitori di fronte al severo tribunale della Verità.

L’epifania del messaggio salvifico di Frances Haugen – ex ingegnere di Facebook – si ha nella scena della testimonianza davanti al Congresso. La whistleblower, nel tentativo di smontare la frizione tra “regolamentazione dei social” e “libertà di espressione”, auspica l’intervento dello Stato, così come avvenuto per l’industria del tabacco. Ma è proprio qui che si consuma una clamorosa omissione storica, filosofica e giuridica. Il film lascia intendere che il cattivo Zuckerberg, nonostante le rivelazioni del Wall Street Journal, avrebbe deciso di passare da una “moderazione tendenziosa” ispirata dai profitti e dalla promozione dei contenuti con maggiore interattività sociale – anche se estremisti – ad una “assenza totale di moderazione”, in barba alle anomalie portate alla luce dai “Facebook files”.

In realtà, la svolta libertaria di Facebook e di Instagram, con cui la holding Meta decise di allentare i criteri di moderazione, è arrivata al culmine di uno dei periodi di maggiore pressione di un’amministrazione americana, così come ha rivelato lo stesso Zuckerberg a Joe Rogan e poi al Congresso. Soprattutto durante la pandemia, funzionari governativi non si limitavano infatti a suggerire, ma pretendevano la rimozione di contenuti che, seppur contrari alla linea istituzionale, in alcuni casi facevano riferimento a dati e problematiche reali. Riprendendo l’esempio della Haugen, quando lo Stato regolamentò il mercato del tabacco, intervenne a ripristinare la consapevolezza del cittadino consumatore, non adeguatamente edotto dei rischi e del danno eziologico diretto. Nella moderazione dei contenuti online, invece, lo Stato non interverrebbe sull’utilizzo dei social – di cui la stessa Haugen si dice anzi convinta sostenitrice – ma per neutralizzare l’espressione di determinate idee e contenuti, in quanto difformi da una certa idea di Bene.

Con il pretesto di proteggere il cittadino e la società dall’altrui offesa, si vorrebbe dunque sancire un monopolio sul Bene e sulla Verità: tentazione onnipresente nel variegato mondo dei censori, dalla politica alla scienza, dall’arte alla pedagogia.
​George Orwell, nelle sue riflessioni su potere e linguaggio, aveva previsto questo cortocircuito: il controllo sociale non necessita della violenza fisica, ma dell’uniformazione semantica e del conformismo morale. Il “Bene” proclamato dalla Haugen — democratizzare e pacificare il mondo attraverso i social — rischierebbe di rivelarsi l’incubatore di un incubo orwelliano, dove la verità diventa un’invenzione ministeriale o algoritmica. Attribuire la presunta degenerazione democratica degli ultimi anni – la Haugen non ha evidentemente frequentato gli anni settanta e ottanta – alla “mancata moderazione” di Facebook significa occultare una scomoda verità emersa proprio dalle audizioni di Mark Zuckerberg: le preoccupanti pressioni censorie esercitate dalle amministrazioni politiche – persino in Occidente – per silenziare il dissenso non conformista.

La vera minaccia per le società libere non è dunque il caos dell’espressione, ma l’imposizione di un’ortodossia di Stato sotto forma di tutela collettiva. Come diceva Syme, solerte funzionario del Ministero della Verità di Orwell: «Non capisci che lo scopo principale della neolingua è quello di restringere l’ambito del pensiero? Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole per esprimerlo.» Nella mortificazione del pluralismo operata da chi siede per ore dietro uno schermo – anche se convinto di operare a fin di bene – si realizza il vero “Nerd Reich”: un inferno di solitudini e algoritmi che finirà per renderci seriali come le macchine.

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