Il denaro è tutto

L'ultimo film di Ridley Scott, "Tutti i soldi del mondo", riesce nella fantasmagorica impresa di fare l'elogio del denaro e svelare che per professarsi idealisti bisogna averne molto
L'ultimo film di Ridley Scott, "Tutti i soldi del mondo", riesce nella fantasmagorica impresa di fare l'elogio del denaro e svelare che per professarsi idealisti bisogna averne molto

Hollywood è sempre stata un covo di incalliti scaramantici, dove il successo o il fallimento d’un film potevano dipendere dai capricci della diva di turno, dall’infortunio di un attore o dall’incapacità (o anche semplice sfiga) di un regista nel gestire le tre fasi di produzione. “Meglio avere un regista fortunato, che uno bravo” affermerebbe, infatti, qualsiasi scafato produttore al riparo da orecchie indiscrete; soprattutto oggi, che si sono aggiunti altri letali fattori esogeni a condizionare la vita di una pellicola.

Tutti i soldi del mondo era, infatti, partito con il piede giusto: diretto e co-prodotto da Ridley Scott, tratto dall’accurata biografia di John Person – Painful rich: the outrageous fortune and misfortunes of heirs J. Paul Getty  – che ricostruisce fedelmente il sequestro, avvenuto a Roma, di John Paul Getty III, nipote dell’allora uomo più ricco al mondo. Una vicenda “nera” ricca di colpi di scena, girata da uno dei più acclamati registi ancora in attività con un cast tagliato su misura dove, accanto ai divi Mark Wahlberg e Michelle Williams, figurano gli italiani Nicolas Vaporidis, Andrea Piedimonte e Maurizio Lombardi. I problemi, però, iniziano appena terminate le riprese.

Per All the Money in the World, infatti, Ridley Scott aveva scelto Kevin Spacey a interpretare la parte del vecchio taccagno Jean Paul Getty, nonno dell’ingenuo sequestrato. Così, appena terminato il montaggio a un mese dalla prima, l’onda lunga del caso Weinstein travolge l’attore che, accusato di molestie, viene immediatamente ostracizzato dall’olimpo hollywoodiano. Il movimento “Me too” terrorizza così tanto la casa di produzione che, per non correre rischi, decide di cancellare il film costato la bellezza di 40 milioni di dollari. Ed è allora che il regista inglese de Il gladiatore fa il miracolo: trova 10 altri milioni  – un quarto del budget iniziale – per una sessione aggiuntiva di nove giorni di riprese con Christopher Plummer al posto dell’attore “incriminato”. L’operazione riesce in tempo per l’uscita prevista nelle sale e la pellicola merita tutto il salvataggio in extremis.

L’accurata trasposizione del rapimento avvenuto il 10 luglio 1973 inizia a piazza Navona per trasferirsi subito nei selvaggi territori dell’Aspromonte. L’Ndrangheta chiede 17 milioni di dollari di riscatto; il magnate del petrolio risponde 100.000 e butta giù il telefono. È tutto in questo scambio verbale il fulcro del film; una contrattazione come tante altre. La madre disperata, invece, di una valigetta piena di denaro, si vede arrivare un grezzo negoziatore d’affari (ovviamente interpretato da Wahlberg), ex-agente della Cia, che è perfino convinto si tratti d’una messinscena del sedicenne.

Ridley Scott dipinge l’inflessibile Jean Paul Getty come la perfetta incarnazione del baron robber cinico e spietato; il monopolista chiuso nel proprio inaccessibile castello che si è “costruito da solo”; seduto su quel tipo di ricchezza che non si accumula senza avere una pietra al posto del cuore. Nulla di nuovo, insomma, se pensiamo ai grandi e terrifici ritratti di miliardari che il Cinema americano ci ha insegnato a riconoscere: dal Citizen Kane di Orson Welles all’Howard Hughes di The Aviator, passando da Il petroliere di Paul Thomas Anderson. Quel tipo di persone per cui anche il riscatto del “nipote prediletto” è solo un affare come un altro, solo più fastidioso; anche perché, come fa subito notare il nonno senza scrupoli, pagare metterebbe a rischio tutti gli altri quattrodici. Inutile aggiungere che la caparbietà di Getty a mercanteggiare, dopo l’iniziale disorientamento degli stessi rapitori, non fa che prolungare e peggiorare notevolmente la situazione della vittima. Insomma, un miliardario “vecchio stile”, tale a quello più “ricco del mondo” che da piccoli conoscevamo attraverso i fumetti di Walt Disney e Carl Barks; così terribilmente diverso da quelli di oggi, tutti filantropi dalla faccia buona e desiderosi di elargire le loro fortune attraverso benefiche fondazioni.

Ma Tutti i soldi del mondo ha anche un’altra gustosa appendice figlia dei nostri tempi, quando Michelle Williams scopre di essere stata convinta a lavorare per soli 800 dollari – giusto il rimborso spese – durante la sessione aggiuntiva di riprese, mentre Mark Wahlberg si è intascato un milione e mezzo. Così all’attore maschio alfa, nonché presidente della stessa agenzia di attori della Williams, non resta che devolvere il cachet aggiuntivo a Time’s Up, associazione fondata in quattro e quattr’otto per difendere ça va sans dire la parità di genere. Le magnifiche sorti progressive passano ormai tutte dalla California.        

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