Aldo Moro è vivo

Vent’anni dopo l'ultima volta, Marco Bellocchio torna a parlare del rapimento del leader DC in Esterno Notte, cambiando prospettive e finale della storia.
Vent’anni dopo l'ultima volta, Marco Bellocchio torna a parlare del rapimento del leader DC in Esterno Notte, cambiando prospettive e finale della storia.

Roma 9 maggio 1978. Un telefono squilla al Viminale. Francesco Cossiga, ministro degli Interni dell’esecutivo guidato da Giulio Andreotti, trasalisce. I due, accompagnati da Amintore Fanfani, si precipitano in un blindatissimo ospedale dove, esterrefatti, trovano un Aldo Moro provato dai cinquantacinque giorni di prigionia, ma vivo. Le Brigate Rosse hanno, infine, deciso di rilasciarlo nel bagagliaio della famigerata Renault 4 rossa; graziato grazie all’appello del suo amico Papa Paolo VI o, forse, perfino assolto dal tribunale rivoluzionario secondo il quale, in fondo, il cinque volte presidente del Consiglio risulta scagionato dalle sue “colpe”, in quanto ritenuto non responsabile del posizionamento politico dell’Italia, stabilito durante la conferenza di Yalta.

L’inaspettata clemenza dei terroristi e la postura mantenuta dal governo durante il sequestro lo portano a pronunciare, con il suo sommesso e meticoloso eloquio, che:

«Dopo quello che è accaduto non mi resta che constatare la mia completa incompatibilità con il partito della Democrazia Cristiana. Rinuncio a tutte le cariche e candidature future; mi dimetto dalla DC».

Gli ormai ex-compagni democristiani ascoltano in silenzio, lividi, tremanti e preoccupati. La stampa deve esserne tenuta il più a lungo possibile all’oscuro. Paiono più preoccupati che sollevati. Sono consapevoli dello smottamento politico conseguente alla sua liberazione. Le BR, dopo la prima ondata di arresti che ha colpito il nucleo storico, hanno brillantemente portato a termine un attacco contro lo Stato, guadagnando in popolarità e consenso. L’Andreotti IV cade di schianto; il “compromesso storico” sembra già realtà. Materiale perfetto per uno di quei romanzi ucronici che tanto spopolano Oltreoceano. Si apre così Esterno Notte, il film di Bellocchio trasmesso dalla Rai sotto forma di miniserie televisiva.

Il regista piacentino torna così sull’omicidio di Aldo Moro, dopo il film del 2003 (Buongiorno, Notte), cambiando però la prospettiva attraverso cui seguire la drammatica evoluzione dei fatti. Se, infatti, quel film era completamente incentrato sul nucleo dei rapitori, ispirato dal libro della Braghetti e dalla crisi di coscienza sua e della Faranda; Esterno Notte, invece, amplia il raggio, puntando i riflettori su altri attori, meno visibili ma altrettanto decisivi, della complicata vicenda. La pellicola ripercorre quei due drammatici mesi con maniacale attenzione ai dettagli. I sei capitoli (episodi in televisione) ricalcano esattamente i nuclei attorno cui si svolgono le trame e le azioni (o, nel caso del governo, inazione) dei protagonisti della vicenda: Moro, il ministro degli Interni, il Papa, i Terroristi, la moglie Eleonora e La Fine

Uno straordinario Fabrizio Gifuni interpreta lo statista democristiano senza far rimpiangere perfino il Moro di Gian Maria Volonté: le movenze posate, lo sguardo malinconico, il tono dimesso, lieve eppure preciso e puntuale, lo rendono una vittima perfetta; un martire della Repubblica che scioglie inni alla sua memoria, mentre da vivo non lo si amava né da destra che da sinistra. Gli si rimproverava alternativamente il suo profondo cattolicesimo e la “neutralità” politica; la sua mellifluità e l’abitudine a sfumare,  evitando forti prese di posizione. Eppure Moro era tutt’altro che un politico che agiva nell’ombra, anzi, prendeva di petto ogni responsabilità: dal discorso a Montecitorio, davanti alle Camere riunite sull’affaire Lockheed, a quello decisivo del 13 aprile 1977, a Firenze, dove invocava una convergenza più ampia tra la DC e i partiti dell’astensione, prefigurando il passaggio dal governo della “non sfiducia” all’ingresso dei comunisti nella maggioranza. Papa Paolo VI (Toni Servillo) lo avvisa che gli “amici americani” non avrebbero apprezzato questa apertura come, del resto, anche a Mosca vedevano come fumo negli occhi la possibile collaborazione del PCI a un governo atlantista. È in questo clima, falcidiato dagli omicidi politici e dagli scontri di piazza, che i fatti improvvisamente precipitano.

Esterno Notte è anche la storia di un tradimento; di una melodrammatica premonizione di lutto; di un necrologio evitabile. L’ostinazione con cui lo Stato stabilisce, sotto diretto suggerimento della Cia, l’assoluta indisponibilità a negoziare con i brigatisti (con l’isolata eccezione di Bettino Craxi), rende ogni trattativa vana. Gli sforzi del Vaticano, della famiglia e le lettere che Moro indirizza al presidente della Dc Zaccagnini, a Cossiga e ad Andreotti, restano inascoltate o, peggio, finiscono screditate come fossero scritte sotto costrizione. Le ultime settimane diventano praticamente un grande j’accuse nei confronti del partito e degli ex-amici dai “volti gesuitici” che, nel momento del bisogno, l’hanno abbandonato voltandogli le spalle. In primis Giulio Andreotti:

«Il regista di tutta la vicenda, mentre gli altri non sono che obbedienti esecutori di ordini. Un uomo freddo e impenetrabile, senza un dubbio, senza un palpito, senza mai un momento di pietà umana. […] Un uomo che ha fatto il male verso cui ha sempre avuto un’irreducibile diffidenza che, però, non ho voluto vedere».

Così anche Cossiga verso il quale, sebbene come ministro dell’Interno fosse più direttamente coinvolto, c’è maggiore indulgenza, tratteggiandolo come bipolare e pavido, dipendente dai consigli della Cia che impone la strategia e consegna i due piani da seguire, sigillati in busta chiusa, nel caso in cui venga rilasciato o sia invece ucciso.

La famiglia Moro non ha del resto dubbi: la scelta di rifiutare i funerali di Stato, appare ancor più evidente quando, il 13 maggio in San Giovanni in Laterano, viene celebrata una commemorazione funebre senza il feretro; proprio per negare l’ipocrita ultimo saluto da parte degli stessi esponenti politici ritenuti gravemente corresponsabili del tragico epilogo. Con sintomatica coincidenza in America, la settimana scorsa, viene desegretato – con alcuni omissis – un documento dell’allora direttore della Cia Stanfield Turner, in cui lamentava di non aver potuto aiutare gli italiani a salvare Moro perché il Congresso aveva negato l’iscrizione delle Brigate Rosse tra i gruppi terroristici internazionali, impedendo loro d’agire e aiutare gli inquirenti. Una scusa importante.

Un film da guardare.            

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