In un’epoca segnata dal ritorno degli imperi, gli europei non possono più permettersi di vivere fuori dalla storia. Dalle sfide poste dalla guerra in Ucraina alle tensioni che attraversano il Medio Oriente e l’Asia, il Vecchio Continente non può più rifugiarsi in un limbo politico, aspettando che le crisi si risolvano da sole, ma deve invece ritagliarsi un proprio spazio nell’attuale disordine internazionale. È questa la tesi centrale sostenuta da David Blair, uno dei più acuti ed esperti giornalisti e analisti britannici di politica internazionale, oggi Chief Foreign Affairs Commentator del Daily Telegraph. Già corrispondente estero in Africa, Medio Oriente e Asia, Blair è stato inoltre chief speechwriter di Boris Johnson sia al Foreign Office sia durante il suo mandato da Primo ministro, e ha lavorato come speechwriter per altri due ministri degli Esteri britannici, Jeremy Hunt e James Cleverly.
–Come valuta l’attuale crisi dell’ordine internazionale?
Credo sia la crisi più pericolosa che abbiamo affrontato da molti anni. Ci troviamo in una situazione in cui il Paese che abbiamo sempre dato per scontato fosse il pilastro centrale dell’ordine internazionale, gli Stati Uniti, sotto molti aspetti ha ripudiato quell’ordine e sta perfino cercando di sovvertirlo. Recentemente The Economist ha descritto questa politica come una «palla da demolizione che abbatte la diplomazia». Credo che questa espressione descriva piuttosto bene ciò che l’America sta facendo da quando Donald Trump è tornato alla presidenza. In questo contesto, nessuna delle certezze con cui abbiamo vissuto – la solidità dell’Alleanza Atlantica, la convinzione che l’Occidente fosse più forte dei propri avversari – può più essere data per acquisita. Detto questo, la situazione non è del tutto priva di precedenti. Somiglia alla fine del XIX secolo, all’epoca dell’intensa competizione fra le grandi potenze. E sappiamo naturalmente dove condusse alla fine quella stagione, nel 1914. La sfida di oggi è dunque impedire che l’attuale instabilità ci trascini verso un altro conflitto globale.
–Trump viene spesso descritto come un isolazionista, eppure ha mostrato una notevole disponibilità all’uso della forza. Come interpreta questa apparente contraddizione?
Bisogna distinguere due cose. America First è una policy. Significa giudicare ogni questione internazionale sulla base di ciò che viene considerato l’interesse nazionale americano, spesso definito in termini commerciali, senza preoccuparsi particolarmente delle conseguenze per il sistema internazionale che gli stessi Stati Uniti hanno creato e garantito. MAGA, invece, è un’ideologia. È anti-Unione Europea, anti-globalizzazione, anti-libero commercio, anti-alleanze ed è contraria agli interventi all’estero. È molto efficace nel dire contro cosa si schiera; assai meno nello spiegare cosa effettivamente propone. Trump stesso non segue sempre questa ideologia, perché dal suo ritorno alla presidenza abbiamo assistito a numerosi interventi internazionali. Credo dunque che la politica estera americana possa essere compresa soprattutto attraverso la tensione fra questi due elementi: l’ideologia MAGA e la politica dell’America First. Sono due poli che, come abbiamo visto, non sono né complementari né intercambiabili. Al contrario.
–Come valuta le attuali tensioni all’interno della relazione transatlantica?
È una crisi che spetta soprattutto all’Europa risolvere. Non possiamo aspettarci che sia l’America a risolvere il problema al posto nostro. Gli europei devono assumersi una quota molto maggiore di responsabilità per la propria difesa, e questo significa spendere di più. Polonia, Paesi baltici, Paesi nordici e Germania lo hanno già capito. La Germania possiede ormai il maggiore bilancio militare d’Europa e sta espandendo le proprie forze armate a un ritmo notevole, limitata non dalla disponibilità di denaro, ma dalla capacità industriale. Gran Bretagna, Francia e Italia, invece, a mio avviso non hanno ancora pienamente compreso le implicazioni della fase attuale. Continuano a spendere troppo poco e a sperare che la crisi possa in qualche modo passare. Ma devono capire che non passerà.
–E la “special relationship” tra Londra e Washington?
Quando si considera la relazione tra Gran Bretagna e America, bisogna esaminare insieme due dimensioni. C’è quella pubblica: i rapporti tra il Primo ministro e il Presidente, i vertici internazionali e le visite di Stato. A quel livello le difficoltà sono evidenti. Basti considerare il fatto che il nostro nuovo Primo ministro non ha ancora incontrato personalmente il Presidente americano da quando è entrato in carica. Rispetto al passato, si tratta di un’anomalia. Poi esiste la dimensione nascosta, privata e segreta, fondata sulla cooperazione nucleare, sulla condivisione dell’intelligence e sugli apparati di sicurezza nazionale. Per quanto possiamo sapere, quella struttura continua a funzionare sostanzialmente come prima. È questo il paradosso della relazione speciale: può apparire fredda in superficie e rimanere straordinariamente profonda al di sotto.
–Abbiamo assistito recentemente al successo dell’AfD di Alice Weidel in Sassonia-Anhalt. Come vede l’ascesa della destra radicale nei maggiori Paesi europei?
Nel senso più ampio, tutto questo ci rende più deboli. Dal punto di vista russo, la possibilità che nei prossimi anni Francia, Germania e Gran Bretagna possano avere governi comprendenti forze più vicine ad alcuni aspetti della visione del mondo di Putin è certamente incoraggiante per il Cremlino. E ciò che incoraggia la Russia generalmente indebolisce il resto di noi. Non sono però sorpreso dal fenomeno. Uno degli errori dell’Europa è stato aprirsi a livelli senza precedenti di immigrazione di massa, con effetti destabilizzanti. Era del tutto prevedibile che vi sarebbe stata una reazione contro questo fenomeno e che ne avrebbero beneficiato i partiti della destra radicale. Ciò non significa, tuttavia, che il loro arrivo al potere sia inevitabile. In Gran Bretagna ritengo improbabile che il partito di destra Reform UK di Nigel Farage riesca a formare un governo. Naturalmente fare previsioni è difficile, ma al momento scommetterei contro questa possibilità. Quanto al resto d’Europa, vedremo. Non dobbiamo dunque abbandonarci alla disperazione. Ma la situazione rimane profondamente preoccupante.
–Quale ruolo può ancora svolgere Londra nell’attuale crisi internazionale?
Prima di lanciarci in grandi dibattiti concettuali, credo che la Gran Bretagna debba ricostruire la propria capacità di esercitare potere e influenza nel mondo. È molto allettante sviluppare una discussione teorica su cosa significhi essere una potenza di medio rango con interessi globali in una fase in cui l’ordine internazionale si frammenta e l’instabilità aumenta. Ma se queste riflessioni non sono accompagnate da proposte e azioni concrete, rimangono sterili. Dobbiamo quindi ricostruire i nostri strumenti di potenza nazionale, a cominciare dalle forze armate. Ogni Paese della NATO si è impegnato a spendere il 3,5 per cento del PIL per la difesa entro il 2035. La Gran Bretagna rimane molto lontana da questo obiettivo. Quest’anno, se saremo fortunati, spenderemo il 2,5 per cento del PIL. Il governo non dispone ancora di un piano per arrivare al 3 per cento del PIL e non ha neppure fissato una data entro la quale intende raggiungerlo. È profondamente insufficiente. Dobbiamo trovare la volontà politica necessaria per ricostruire le capacità di cui abbiamo bisogno per difendere i nostri interessi, lavorando insieme a Paesi che condividono la nostra visione – come l’Italia, per esempio.

–Qual è il suo giudizio sugli anni di Starmer?
Il paradosso di Starmer è che aveva compreso la gravità della situazione, soprattutto la minaccia russa. Ha sostenuto con forza l’Ucraina e pronunciato alcuni discorsi efficaci. Il problema è che non ha stanziato le risorse necessarie per ricostruire le forze armate britanniche. Le parole erano giuste, ma le azioni si sono rivelate profondamente deludenti. Credo che gli anni di Starmer siano stati anni sprecati. Alla fine, gli è mancata la volontà politica necessaria per fare ciò che doveva essere fatto. Se la situazione europea dovesse alla fine deteriorarsi fino a trasformarsi in un conflitto diretto con la Russia, quel tempo perduto potrebbe avere conseguenze tragiche.
–Falkland e Chagos sono tornate ancora una volta al centro del dibattito politico britannico. Come valuta le sfide che riguardano questi due importanti Territori britannici d’oltremare?
Non credo che esista attualmente una seria minaccia militare alle Falkland. L’Argentina non dispone delle capacità necessarie per conquistarle con la forza. Ricorderà che nel 1982 Buenos Aires invase e occupò le isole, dopo di che la Gran Bretagna entrò in guerra e riuscì a riconquistarle. Non credo che oggi qualcosa del genere sia possibile. Il pericolo per le Falkland consiste piuttosto nella capacità dell’Argentina di mobilitare l’opinione pubblica internazionale contro la Gran Bretagna e di persuadere altri Paesi, in particolare all’interno delle Nazioni Unite, ad assumere posizioni ostili alla sovranità britannica sulle isole. Il governo argentino spererà di ottenere il sostegno e l’assistenza di Donald Trump e degli americani. Non credo tuttavia che ciò sia particolarmente probabile, proprio per ciò di cui parlavamo prima: la forza nascosta della relazione speciale tra Stati Uniti e Gran Bretagna probabilmente impedirà che ciò accada. Tuttavia, la pressione sulle Falkland è collegata anche al caso Chagos. La disponibilità britannica a rinunciare alla sovranità sul Territorio britannico dell’Oceano Indiano, dove si trova la base di Diego Garcia, è stata interpretata come un segno di debolezza. In un mondo sempre più pericoloso è imprudente dare l’impressione di essere pronti a rinunciare a un asset strategico.
–Lei ha scritto che Washington potrebbe aver trovato una strategia più efficace contro l’Iran: meno attacchi aerei, più blocco navale e pressione economica. Questa strategia può porre fine al conflitto in Medio Oriente?
Il regime iraniano dipende dalle entrate petrolifere. Bloccando i porti iraniani, gli Stati Uniti hanno strangolato le esportazioni di petrolio dell’Iran. Naturalmente, un regime può sopravvivere sotto questo genere di pressione per un certo periodo di tempo, ma non indefinitamente. In questo senso, la strategia di Trump possiede una sua logica. È una strategia immorale per le conseguenze che produce sulla popolazione iraniana, e l’obiettivo finale rimane poco chiaro perché Trump cambia frequentemente i propri obiettivi. Ma potrebbe spezzare la capacità dell’Iran di esercitare pressione, oppure la volontà del regime di resistere, e costringerlo a un accordo. Ci vorrà tempo, ma se il blocco verrà mantenuto non vedo come l’Iran possa riuscire a resistergli con successo.
–La guerra ha cambiato anche il rapporto tra Israele e Stati Uniti?
All’inizio, la cooperazione era più stretta che mai. Soltanto sotto Donald Trump le forze americane e israeliane sono effettivamente entrate in azione insieme e hanno combattuto fianco a fianco nelle stesse guerre. Naturalmente i precedenti presidenti americani fornivano a Israele armi e ogni genere di sostegno militare, ma America e Israele non erano mai realmente entrati in guerra l’una al fianco dell’altro. All’inizio di questa guerra, quindi, esistevano livelli straordinari di fiducia e cooperazione tra Stati Uniti e Israele che, credo, non erano mai esistiti prima. Poi è emerso il problema fondamentale: è quasi impossibile essere alleati di un presidente tanto imprevedibile e che cambia continuamente i propri obiettivi. Trump ha avviato un processo diplomatico con l’Iran senza consultare Israele e ha concluso un Memorandum of Understanding al quale Netanyahu era contrario. Israele oggi rimane fuori dalla nuova fase della guerra. Credo che ciò rifletta il riconoscimento, da parte di Netanyahu, del fatto che, nonostante il successo iniziale, l’influenza che oggi riesce a esercitare su Donald Trump sia molto limitata.
–Sull’Ucraina, invece, lei sembra vedere un’Europa divenuta più capace di agire.
Sì. Il pericolo era che Stati Uniti e Russia potessero imporre a Kiev un accordo di pace molto favorevole a Putin, compresa la cessione di aree del Donbass che la Russia non aveva mai conquistato militarmente e che sono essenziali per la difesa dell’Ucraina. Quel pericolo è diminuito grazie all’intervento europeo. Trump ha quindi interrotto il sostegno finanziario diretto americano all’Ucraina e trasformato le forniture militari in quelli che, nella sostanza, sono rapporti commerciali. L’Europa ha colmato il vuoto lasciato dall’America, consentendo a Zelensky di resistere alle pressioni affinché accettasse un accordo che avrebbe potuto semplicemente preparare il terreno per la guerra successiva. Questo è stato fondamentale perché ha dimostrato che l’Europa è perfettamente in grado di avere successo nella politica di potenza. Credo quindi che questo episodio rappresenti un esempio di come l’Europa dovrebbe comportarsi in futuro. L’Europa, collettivamente, deve sentirsi molto più a proprio agio con l’idea di affermare i propri interessi in un mondo nel quale la potenza nazionale conta più di quasi ogni altra cosa.
–È in questo contesto che dobbiamo interpretare l’ascesa dei BRICS+ e nuovi allineamenti regionali come l’intesa turco-pakistano-saudita?
Sono fenomeni diversi. I BRICS+ sono principalmente un raggruppamento economico, mentre gli accordi che stanno emergendo tra Pakistan, Turchia e Arabia Saudita, qualora si consolidassero, hanno un carattere maggiormente militare. Entrambi, tuttavia, dimostrano come la distribuzione della potenza economica globale sia diventata più equilibrata. I Paesi del G7 un tempo presiedevano collettivamente il «consiglio di amministrazione» dell’intero ordine internazionale. Oggi non sono più nemmeno gli azionisti di maggioranza. È dunque inevitabile che altri Paesi esercitino un potere maggiore. Non è necessariamente qualcosa di negativo, ma obbliga l’Europa a reimparare l’arte della competizione internazionale.
–Quale ruolo svolge Pechino in questo quadro più ampio?
Rappresenta una sfida estremamente seria e temo che non abbiamo ancora compreso fino in fondo quanto siano pericolose le ambizioni economiche della Cina. Quando Xi Jinping porta avanti il Made in China – in altre parole, l’ambizione di produrre in Cina tutto ciò di cui il Paese ha bisogno – l’obiettivo è raggiungere una condizione nella quale Pechino non abbia più bisogno di acquistare nulla dall’Europa. È quindi difficile immaginare come si possa commerciare con successo con un Paese gigantesco il cui obiettivo ultimo è non comprare nulla da noi. La politica industriale cinese consiste nel sostituire ciò che importa, imparare a produrlo autonomamente e poi rivendercelo a prezzi inferiori. Questa è una strategia predatoria estremamente pericolosa e destabilizzante, perché non è concepita soltanto per rafforzare la Cina; rischia di devastare interi settori delle economie europee. Le soluzioni tradizionali – chiedere alla Cina, per esempio, di consentire l’apprezzamento della propria valuta o di limitare volontariamente le proprie esportazioni – hanno scarsissime possibilità di successo. Sono un sostenitore del libero commercio, ma temo che, per proteggere le nostre industrie, dovremo prendere in considerazione barriere commerciali dirette.
–Infine, come valuta il ruolo di Giorgia Meloni sulla scena internazionale?
Molto positivamente, soprattutto sull’Ucraina. Credo che Meloni comprenda alcune realtà dell’attuale scenario internazionale meglio di diversi altri leader europei, in particolare gli effetti destabilizzanti dell’immigrazione di massa. Ma anche l’Italia, come la Gran Bretagna e la Francia, deve spendere di più per la difesa. Comprendo i vincoli politici e finanziari, ma l’Europa ha bisogno che l’Italia partecipi pienamente allo sforzo compiuto dalle maggiori potenze del continente. Questo significa rafforzare concretamente la propria capacità militare.