Fin dal suo esordio fulminante come comico dalla grande parlantina e dalla spiccata fisicità in programmi di varietà, dopo essere stato scoperto da Pippo Baudo al cabaret La Bullona, Beppe Grillo ha sempre dimostrato una natura camaleontica, un talento innato nell’improvvisazione, riadattando il canovaccio e cambiando pelle a seconda del bersaglio da scalfire a colpi di satira, e un fiuto sopraffino per i temi caldi del presente da cavalcare. In un primo momento, animale da palcoscenico e mattatore televisivo capace di regalare battute corrosive sul gotha politico dell’epoca, dopo un esilio coatto dalle televisioni pubbliche è risorto dalle ceneri nei teatri, ampliando il suo repertorio e reinventandosi fustigatore dei costumi della classe dirigente, portando all’attenzione di tutti tematiche di bruciante attualità come il crac Parmalat.
Dapprima assolutamente contrario ai nuovi media (celebri le sue filippiche contro “Infernet” negli spettacoli) e sul crinale del luddismo in sintonia con i timori della società italiana per gli innovativi cybermedia, incontrando l’esperto di strategie di rete Gianroberto Casaleggio, ha saputo svecchiarsi, presagendo il cambio di passo dettato dai new media, abbracciando così la rivoluzione digitale in atto e facendone il perno dei suoi progetti imprenditoriali e politici. Mettendo in cantiere il blog nel 2005 col supporto tecnico di Casaleggio e contando sulle idee seminali del guru del web già direttore di aziende informatiche come la Webegg, Grillo si vide spalancato davanti a sé un mercato politico nuovo, un bacino di consensi ignorato dalla politica tradizionale che tuttalpiù con il solo Berlusconi aveva creato adesione con i mezzi di comunicazione, suggestionando l’elettorato con l’esca delle televisioni private, dell’infotainment e del “telepopulismo” quella fetta di paese incantata dalla retorica della rivoluzione liberale e nemica delle tasse. Come già Guglielmo Giannini nella Prima Repubblica e Coluche in Francia negli anni ’80, ma meglio di tutti loro perché in linea con i tempi che correvano (la disaffezione crescente verso la classe dirigente scollegata dai bisogni popolari, gli scandali, ecc.) e forte di un know-how digitale percepito come una boccata d’aria fresca nel panorama politico, il garante del neonato catch-all-party seppe portare allo scoperto la crisi istituzionale di quegli anni concitati e farsi espressione del bisogno di novità per l’elettore disilluso verso le vecchie compagini politiche.
Liquido grazie alla rete, decentralizzato grazie all’articolazione in diversi meetup e Vday sfogatoio, rizomatico (ma contraddittoriamente con a capo un leader carismatico facile alle espulsioni di massa), così irriducibile ai cliché della vecchia politica politicante, per alcuni il MoVimento rappresentò il compimento dialettico della personalizzazione e dell’aziendalizzazione partitica di un “grillo qualunque” iniziata con il PDL e il partito-Mediaset per innocuizzare la lotta sociale autentica, per altri ancora un inedito populismo digitale da redditor che anticiperebbe fenomeni come i groyper nordamericani. Su un’unica cosa le opposte interpretazioni convenivano: la politica sarebbe mutata radicalmente e le pratiche spettacolarizzate di filmare gli incontri con i leader politici e le occupazioni di aule parlamentari trasmettendoli in streaming, il rimando alla democrazia diretta sventolata contro la casta, la “guerra civile simulata” cioè l’ipermediatizzazione del conflitto politico come è stato definito, introdotte dalle nuove leve grilline avrebbero fatto scuola da Podemos che sceglie nel 2016 di presentare i propri parlamentari in abiti dimessi per acchiappare consenso fino all’abuso di AI odierno che accomuna i Trump e i Vannacci. Dopodiché il declino della sua figura pubblica, la lenta uscita di scena da presenza ingombrante qual era, la scelta di autoesiliarsi nel blog lasciando la strada libera al suo delfino Di Maio in procinto di siglare un accordo di governo effimero col segretario della Lega, la decisione contestata di appoggiare l’esecutivo di Mario Draghi senza legittimazione popolare per le urne. Un allontanamento progressivo dal suo progetto politico dettato anche dai numerosi dissapori con la base che da sempre gli contesta atteggiamenti autocratici incompatibili con l’utopismo tecnocratico del web libero culminato pochi anni fa nella decisione del nuovo leader in pectore “avvocato del popolo” Giuseppe Conte di rivendicare per sé logo e simbolo del partito e chiudere il contratto di consulenza ancora in vita tra il movimento sempre più avviatosi verso la metamorfosi in partito e il padrino abortito della creatura pentastellata.

Della rivoluzionaria “politica dell’algoritmo” oltre la destra e la sinistra oramai superate incardinata sulle rapide tecnologie digitali e sulle loro “verità veloci” e del tentativo di legare a sé formazioni sociali composite della società italiana dal popolo delle partite iva all’elettorato giovane attraverso quelle che la filosofia politica contemporanea definisce “catene equivalenziali” in funzione di un significante vuoto come “l’onestà” o “uno vale uno” rimanevano solo alcune buone intuizioni. Il resto si era perso lungo la strada routinizzandosi e assumendo, dopo aver consumato vari step, la fisionomia matura di un partito tra gli altri, passando da quello che alcuni giornalisti avevano definito un “esperimento” di gestione dei consensi sfruttando il sistema delle reti informatiche studiato dal vulcanico Casaleggio ad una struttura più organica orbitante attorno ad un presidente eletto nel 2021, archiviando definitivamente la piattaforma Rousseau e segnando un cambio di passo volto all’integrazione nel sistema politico istituzionale.
Tornando ai nostri giorni, dopo questa breve moviola della scena politica del paese, le ultime uscite dell’ex vate del grillismo, la polemica con Conte sulla promozione del governo Draghi e la pubblicazione a mezzo del blog di un j’accuse sul tradimento ideologico del nuovo M5S ridisegnato dall’avvocato del popolo nascondono una sottotrama: potrebbero indicare una mossa di riposizionamento strategica per ringiovanire un movimento fossilizzatosi in forma di partito tra le braccia del PD. Più che rappresentare uno stratagemma per cercare di riappropriarsi del controllo del partito riciclando vecchi cavalli di battaglia, come suggerito in un articolo di Tobia De Stefano, il conflitto da remoto con i nuovi vertici grillini potrebbe avere il senso di una call-to-action ai militanti di lunga data per tentare un ennesimo coup de théâtre, rifacendosi a una verginità violata dal contatto con la realtà politica italiana. Si tratterebbe allora di uccidere il partito contiano appena strutturatosi per farne risorgere la vena eretica originaria protestataria e post-ideologica difficilmente inquadrabile entro i binari del centrosinistra a cui si è condannato oggi l’ex movimento. In un ritorno impossibile alle radici anarcoidi e confusionarie pentastellate votate alla disintermediazione, in un tripudio futuristico dove si mitologizza l’automazione, l’AI, l’imprenditoria delle Big Tech californiane.
Analogamente al caso di Umberto Bossi con la Lega salviniana, per non parlare della guerra interna al Front National francese dei Le Pen, si ha a che fare con fondatori scomodi e padri politici che minacciano di divorare i propri figli sentendosi rinnegati. Se il movimento degli esordi pagava in termini di realismo politico il guazzabuglio ideologico di riferimento, mescolando indifferentemente posizioni di centro, di destra e di sinistra perché sorto in risposta alla crisi istituzionale e specchio dei malumori della società italiana verso le falle di ogni schieramento, le critiche di Grillo sono un campanello d’allarme sull’operazione di inserimento pentastellato nell’alveo della sinistra, nel Campo Largo italiano e nel gruppo The Left a livello europeo, pur conservando dei margini di libertà.
Lo zoccolo d’oro di elettori cinque stelle, difatti, era attratto dalla cifra antideologica del nuovo soggetto politico, incantato dalla sua somiglianza ad un partito radicale di massa orientato al pragmatismo più che a visioni bolse in bianco e nero che parevano cozzare con la complessità di determinati temi d’interesse pubblico e molti di questi ancora oggi presumibilmente non digeriscono la normalizzazione in atto. Preso atto che, diversamente da come è stato raccontato, il grillismo non è stato un fenomeno apparentabile con l’estrema destra: si pensi soltanto alla candidatura di Grillo come segretario del Partito Democratico, malgrado i patti con Salvini resi anche necessari dal momento politico in cui ci si trovava con la minaccia dell’ennesimo governo tecnico e il PD a guida renziana non collaborativo. I rimbrotti dell’ex leader, infatti, per quanto contestabili alla luce della gestione verticistica disastrosa precedente all’era contiana quando il duo Grillo-Casaleggio spadroneggiava, colgono nel segno soprattutto in riferimento alla lunga marcia dentro le istituzioni che ha finito per sbianchettare gli assi portanti del movimento, in primis il limite dei due mandati. Coerente con la sua indole funambolica, Grillo, con le sue sferzate, sembra consigliare implicitamente di decostruire le fondamenta dell’intero progetto per recuperarne i tratti più innovativi, cambiando copione per condurre all’altezza delle aspettative lo spettacolo. Il neopresidente di questo ircocervo politico un po’ partito vecchia maniera e un po’ piattaforma telematica di libera discussione si trova ad uno snodo cruciale: se esternamente i rimproveri di Grillo gli sono rimbalzati addosso e prosegue nell’interlocuzione, con il campo progressista Conte deve capire come tutelarne l’identità senza stringersi in un abbraccio mortale con la vecchia politica, puntellando gli ideali di una democrazia tecnologica avanzata senza cedere l’egemonia culturale al PD e AVS.