«In principio era il Verbo»
(Vangelo di Giovanni)
Vi sono potenze la cui forza si misura in divisioni, flotte e poderi. Ve ne sono altre, più difficili da inquadrare e rappresentare nelle statistiche degli imperi, che si fondano sulla conoscenza, sulla durata, sulla capacità di raccogliere informazioni e di fare la storia e il proprio racconto. La Santa Sede, dall’alto dei suoi millenni, appartiene, per singolare continuità, a questa seconda categoria. Un’anomalia che viene indagata nel volume “Il Vaticano e l’intelligence. Osservatore e osservato nella storia politica della Santa Sede”, curato da Mario Caligiuri, presidente della Società italiana di intelligence e docente di pedagogia all’università di Calabria, per Rubbettino con saggi di Paolo Gheda, Giacomo Pacini, Giovanni Fasanella, Valeria Moroni, Domenico Giani, Gianluca Falanga, Cesare Catananti e Sergio Vento. Un libro che affronta una materia esposta, forse più di ogni altra, alle insidie della leggenda, della dietrologia e dell’immaginazione cospirativa, ma che sceglie deliberatamente il terreno più severo della storia politica e dell’analisi delle istituzioni.
Il Vaticano, in queste pagine, non è pertanto la centrale segreta di un invisibile governo mondiale né un ritrovo di anime belle, ma viene inquadrato nella sua natura ibrida e alternativa di potenza spirituale, informativa e cognitiva. Allo stesso tempo l’intelligence al centro del testo non coincide con l’immagine, letterariamente efficace ma storicamente insufficiente, dello spionaggio e della danza delle ombre, ma come spiega il volume converge piuttosto con la capacità di vedere, raccogliere, selezionare, confrontare. E il suo potere si basa sulla capacità di conoscere i fatti prima che essi abbiano assunto una forma definitiva. Da questo punto di vista, la Santa Sede rappresenta un caso quasi unico nella storia delle relazioni internazionali.
Quando Stalin, secondo la celebre formula, domandava quante divisioni avesse il Papa, delineava insieme una battuta e un clamoroso errore di prospettiva. Il papato aveva cessato da tempo di essere una grande potenza territoriale, ma non per questo aveva cessato di essere una potenza. Anzi, la perdita dello Stato pontificio impose alla Chiesa romana una metamorfosi che avrebbe accentuato la sua dimensione diplomatica, spirituale e internazionale. Dopo il XX settembre 1870, liberato, per necessità storica, dalla logica degli Stati italiani preunitari, il papato si avviò progressivamente a esercitare un’influenza fondata su strumenti differenti per sviluppare le proprie reti di intelligence e condizionamento. Dalle nunziature agli episcopati, dalle associazioni cattoliche, fino agli archivi e alle comunità ecclesiali disseminate nei continenti, la Santa Sede seppe sviluppare al meglio il suo soft power terreno e ultraterreno. Lo fece soprattutto grazie ad una rete senza equivalenti nel sistema internazionale.
È precisamente su questa peculiarità che insiste Mario Caligiuri nel contributo destinato a fornire al volume la sua più compiuta cornice interpretativa. Intelligence, nella sua lettura, è intesa innanzitutto quale metodo della conoscenza e non quale accumulo indiscriminato di informazioni. In questo contesto Caligiuri mostra quanto un potere che dispone di moltissime informazioni ma non sa ordinarle rimane, in definitiva, un potere cieco. L’intelligence nasce invece dalla possibilità di ricomporre frammenti dispersi in una rappresentazione coerente della realtà. Sotto questo profilo, la storia della Chiesa romana offre un terreno di comparazione particolarmente fertile. Anche essa vive di memoria, di stratificazione, di continuità. Anche essa attribuisce un valore essenziale all’archivio, al segreto, alla confessione. Anche essa osserva gli avvenimenti del presente alla luce di una durata sine fine che eccede evidentemente quella delle maggioranze parlamentari, dei governi e spesso degli stessi regimi politici.

Roma diventa così un punto terminale e, insieme, un centro di rielaborazione di informazioni provenienti da luoghi lontanissimi capace di riordinare e riorganizzare una trama invisibile che passa per missioni, diocesi, comunità, gruppi e che ne garantisce presenza, influenza e soprattutto potere. La storia contemporanea del Vaticano è, per molti aspetti, la storia di questa ambivalenza: osservatore e osservato, soggetto della conoscenza e oggetto della indagine strategica altrui. Non sorprende quindi che il volume allarghi l’indagine ai rapporti con la CIA e con la STASI, alla Gendarmeria vaticana, all’episcopato italiano, agli archivi britannici, alla Roma dell’occupazione tedesca. Vicende differenti, accomunate da una medesima domanda: che cosa rappresenta, per uno Stato o per un servizio di informazione, un’istituzione che possiede una presenza globale senza essere una potenza globale nel significato tradizionale del termine?
La risposta attraversa implicitamente l’intero libro. Il Vaticano, del resto, è difficile da classificare proprio perché non corrisponde alle categorie ordinarie della potenza. Non dispone delle risorse coercitive dei grandi Stati, ma possiede una continuità diplomatica che pochi Stati possono vantare; non domina territori estesi, ma mantiene rapporti con comunità presenti in quasi ogni area del pianeta; non controlla le società nelle quali opera, ma può comprenderne e indirizzarne trasformazioni profonde attraverso una rete che penetra talvolta là dove la diplomazia tradizionale arriva con maggiore difficoltà.
In questo contesto il saggio di Sergio Vento, tra i maggiori diplomatici italiani, dedicato alla dissoluzione della Jugoslavia, è tra i contributi più rilevanti del libro perché sposta l’attenzione dalla raccolta delle informazioni alla loro traduzione in azione diplomatica. Vento legge le guerre balcaniche come una frattura europea prima ancora che balcanica. Alla fine degli anni Ottanta la Federazione è uno degli ultimi edifici dell’ordine nato dalle due guerre mondiali e custodito, per quasi mezzo secolo, dalla disciplina della guerra fredda. Quando quell’ordine cede, con il Muro, la riunificazione tedesca e il dissolvimento sovietico, vengono meno anche le cautele che avevano consentito alla complessa costruzione jugoslava di sopravvivere.
È in questo vuoto che si inserisce l’azione della Santa Sede. Non secondo le forme di una potenza tradizionale, ma attraverso quella trama di diplomazia, rapporti ecclesiastici, solidarietà confessionali e relazioni politiche che costituisce da secoli una delle forme più sottili della sua presenza internazionale. Fra Vienna, Monaco, Lubiana e Zagabria si ricompone così, all’inizio degli anni Novanta, una geografia quasi mitteleuropea dove il cattolicesimo politico bavarese e austriaco, si innesta con network neoasburgici, gli episcopati sloveno e croato, le nuove classi dirigenti nazionaliste rinnovando nel Risiko europeo la vecchia schermaglia tra “papato” e “impero”, clericali e laici. Mentre Slovenia e Croazia cercano nell’Europa cattolica una sponda alla loro emancipazione da Belgrado il Vaticano, inizialmente più prudente, finisce per accompagnarne e favorirne il riconoscimento internazionale. Una posizione che genererà un cortocircuito che darà vita alle guerre balcaniche. Il caso jugoslavo chiarisce, inoltre, che parlare di «intelligence vaticana» non significa immaginare un servizio segreto pontificio modellato sugli apparati statali. Significa piuttosto riconoscere una particolare forma di potenza informativa, nata dalla natura stessa della Chiesa e dalla sua presenza nel mondo. Le armate invisibili del Vaticano non sono articolazioni di un servizio d’informazione, ma vivono immersi nelle società, ne conoscono gli uomini, ne registrano trasformazioni e crisi.
È questa zona di confine fra diplomazia, conoscenza e influenza a costituire uno dei motivi più originali del volume. Il Vaticano osserva perché dispone da secoli di una rete mondiale; viene osservato perché una simile rete ha inevitabilmente attirato l’attenzione delle grandi potenze. Servizi britannici e americani, Germania orientale e Unione Sovietica hanno cercato, in stagioni differenti, di comprenderne le intenzioni e misurarne l’influenza. Si comprende allora perché l’espressione «potenza informativa» raccolga bene il senso complessivo dell’opera. La forza della Santa Sede non deriva soltanto dalla quantità delle informazioni possedute, ma dalla loro sedimentazione.
Il volume di Caligiuri si presenta pertanto come una testimonianza mirabile dei veri nodi e modi dell’intelligence vaticana, illuminandone i misteri senza cadere in facili stereotipi. Ne deriva un affresco capace di mostrare come la Santa Sede ha osservato il mondo mentre il mondo la osservava per condizionarla o anticiparla. È in questo gioco di specchi la storia dell’intelligence non si presenta soltanto quale la storia dei segreti custoditi, ma anche come quella di chi ha saputo riconoscere il valore delle informazioni prima che gli avvenimenti lo rendessero evidente. Un compito che per un’istituzione che ha affidato ai millenni la sua agenda universale è tutto tranne che secondario.