OGGETTO: L'eterno male italiano
DATA: 07 Agosto 2026
SEZIONE: Recensioni
AREA: Italia
La morte di Lorenzo il Magnifico nel 1492 fu il segnale di un declino che l'Italia non avrebbe più fermato. Leggendo Michele Ciliberto nel suo ultimo saggio - Il cerchio delle umane cose (Laterza, 2026) e rileggendo Machiavelli e Guicciardini, emerge una costante che attraversa i secoli: il trionfo del particolare sul collettivo, la chiamata dello straniero per regolare i conti interni, l'incapacità di pensarsi grandi. Un male antico che cambia forma ma non natura.
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Nella Storia di una collettività emergono delle date che fungono da linee di cesura, ovviamente soltanto simbolicamente, ma di grande effetto. Il 476, il 1492, il 1789, piuttosto che il 1915, o il 1945; e si potrebbe continuare a lungo. C’è sempre un “prima” e un “dopo”, qualcosa rimane in eredità, ma il “prima” non ritorna più. La Storia di ogni popolo non è affatto una linea, una retta che cresce progressivamente, come vorrebbero i positivisti di ogni tempo, ma nel più ottimistico auspicio – per le genti interessate – è una sinusoide fra alti e bassi, più realisticamente un momento si dissolve e viene qualcos’altro. La cura, tuttavia, risiede probabilmente negli individui che compongono quella collettività, dai governanti ai governati, senza esclusioni; di come si articola il potere e le relazioni tra i consociati, di come si costruisce la narrazione di sé stessi e dunque l’identità e il sentimento che foggiano e compongono tutto l’organismo.

Come rammenta e istruisce lo storico Michele Ciliberto nel suo puntuto saggio Il cerchio delle umane cose, pubblicato da Laterza nel marzo del 2026, è bene discernere tra «come una civiltà pensa sé stessa e come una civiltà oggettiva la propria, specifica, concezione del passato e del rapporto tra presente e passato, trasformando un punto di vista particolare in una veduta di carattere universale. […] È un’azione fortemente ideologica; in effetti non c’è nulla di così intrinsecamente tendenzioso, ideologico, selettivo e autobiograficamente connotato come la costruzione del passato, che, una volta strutturato, diventa “tradizione”, presentandosi ai nostri occhi come un mare compatto, senza increspature: uno scenario cui è difficile sottrarsi e che accettiamo, post festum, come dato di fatto oggettivo da cui non possiamo più prescindere. La “tradizione” è, appunto, il passato diventato senso comune, diffuso a tutti i livelli: a quel punto possiamo solamente guardarlo come spettatori senza metterlo in discussione».

In effetti anche Gustave le Bon dava un giudizio simile sulla costruzione della narrazione, di come viene raccontato e percepito il proprio essere e il proprio scopo nel mondo, ma attraverso l’affermazione di una idea. Nel suo L’evoluzione dei popoli, l’autore francese chiarisce che le idee non incidono sull’anima, e certamente non la mutano, se non quando, «in seguito ad un’elaborazione lentissima […] diventano allora elementi del carattere e possono agire sulla condotta. […] Il convinto dominato da una qualsiasi idea, religiosa o d’altro genere, è inaccessibile a tutti i ragionamenti, per quanto intelligente lo si supponga. Tutto ciò ch’egli potrà tentare, e il più delle volte non lo tenterà neppure, sarà di far rientrare, con artifici di pensiero e deformazioni spesso grandissime, l’idea che gli si obietta nello schema delle concezioni che lo dominano».

Tuttavia, pare proprio che sia il dubbio generato dall’accoglienza della complessità degli eventi a permettere di cogliere dal passato gli indizi sugli errori del presente e soprattutto del futuro e gli insegnamenti ad essi reciproci. Senza per questo abiurare una tradizione che spesso è necessaria per la vita dell’organismo. Ma senza confonderla altrettanto con una verità rivelata. Il punto di contatto con quelle esperienze e l’oggi lo coglie bene Ciliberto: «Nella profonda differenza di ciò che è stato appare però affine al nostro presente in un senso che si può definire morfologico».

L’esempio della produzione storiografica fiorentina tra gli ultimi tornanti del XV secolo e il Primo Cinquecento, porta valore geopolitico, strategico, dal punto di vista narrativo di opere che hanno il fine di tutelare la memoria nel presente, ma soprattutto nel futuro, per continuare ad essere protagonisti della Storia. Appare evidente la «consapevolezza che tra storia, storiografia e politica c’è un nesso ineludibile, da afferrare e difendere se si vuole continuare ad essere protagonisti della storia e non servi degli altri, a cominciare dai “barbari”». Ma un conto è farlo nella misura e, appunto, nella consapevolezza di contribuire alla memoria di una certa grandezza che deve rimanere nel futuro, un altro è convincersi della semplicità delle cose avvenute: buio, luce; buoni, cattivi; secondo narrazione cristallizzata e accettata dal sistema nervoso, come oggi si osserva continuamente sul passato contemporaneo.

Per semplificare, le date assumono valore simbolico come il 1492 che vede la dipartita di Lorenzo de’ Medici e la scoperta dell’America. La morte del Magnifico, insieme con l’ascesa della Spagna imperiale che suggella la propria potenza poco dopo la riconquista degli ultimi territori occupati dai saraceni e lo spostamento ad Occidente del centro del Mondo anche per l’Italia, sono eventi che gettano una luce sinistra sul futuro di Firenze e della Penisola. Inquietudine che trova conferma due anni più tardi con la discesa in Italia di Carlo VIII di Francia: l’«anno infelicissimo», come tragicamente lo definisce Guicciardini nella Storia d’Italia, un trentennio dopo, e l’anno della «grande mutatione», nel bene e nel male – più nel male che nel bene – come lo considera Bartolomeo Cerretani.

Gli anni convulsi dalla morte di Lorenzo de’ Medici, Il Magnifico, vedono un susseguirsi d’impulsi libertari, atroce repressione e scadimento nel caos. La Repubblica di Savonarola, che subito vede la luce dell’eguaglianza anti-tirannica per tramite del verbo del frate si consuma rapidamente in intestine lotte tra i Frateschi e i Palleschi con la fine drammatica del domenicano; la sciaguratezza del governo di Piero de’ Medici, figlio di Lorenzo che accetta le condizioni dei francesi discesi bramando roccaforti nell’Italia meridionale per proiettarsi sul Mediterraneo e chiamati da Ludovico Sforza detto Il Moroche preferisce  favorire l’invasione straniera per soddisfare le proprie mire, e quelle della moglie Beatrice d’Este, sul Ducato di Milano. Accettando la bestialità, la crudeltà e l’assoluta mancanza di rispetto dei francesi e dei mercenari svizzeri fuori dal campo di battaglia verso gli italiani in diverse località dove essi si trovano di stanza. Poco vale l’anno dopo il successo della Lega Santa tra Stato Pontificio, Venezia, Milano (con lo Sforza e la d’Este “ricreduti” e dalla parte opposta) e Regno di Napoli perché il futuro, di lì a breve, si realizza con l’egemonia spagnola e la dura repressione della Chiesa nel pieno della Controriforma. Con Filippo de’ Nerli che vede l’Italia «cavalcata e calpestata da’ forestieri […] mai più riposata».

Pre-registrati su bayramcosmopolitica.it

C’è un altro aspetto sintomatico dell’essenza italiana e non è soltanto il favore verso l’estero per propri familistici interessi e vantaggi interni, per politiche di piccolo o piccolissimo cabotaggio come nel caso della frizione tra Isabella d’Aragona e Beatrice d’Este su Milano, ma pure l’altalenanza del popolo nel passare da sostenitore a carnefice, per poi ritrovarsi nel caos. A Firenze il pensiero di Savonarola venne esaltato trionfalmentecon furore rivoluzionario e ucciso il frate con lo stesso entusiasmo popolare solo quattro anni dopo. Il ritorno dei Medici nel 1512 accolto «da molti che erano stati inimici», a causa del caos durante e dopo il Frate che «hanno fatto desiderare la ritornata loro», non indolore, è evidente prova dell’incapacità popolare di stabilire una rotta e tenerla anche nei momenti avversi. Altresì non farsi ammaliare da promesse utopiche e cadere poi nel dispotismo più cieco. Certo, la città non aveva molta scelta, forse non ne aveva alcuna, ma a quel punto difendere la ribellione savonaroliana – a scopo indipendentistico verso il papato – sarebbe stata cosa buona per l’identità libertaria della stessa.

Molto tempo dopo, non sarebbe servito un grande sforzo agli angloamericani, tramite l’appoggio delle famiglie mafiose di New York, per persuadere i siciliani nell’abiurare il fascismo, e anche l’Italia, nel 1943. 

Lorenzo uomo di «singulare ingegno e vòlto a tutte degne cose», come lo ritrae Piero di Marco Parenti nella sua Storia fiorentina. Il valore simbolico della morte di Lorenzo sta tutto nell’intuizione che qualcosa di epocale rispetto alla dipartita, pur importante, di un grande uomo, sulla cui figura non mancano severi giudizi anche da parte di ammiratori come Machiavelli, sta approssimandosi.

Un esempio su tutti della critica sia di Machiavelli che di Guicciardini, è l’accento posto da entrambi su un aspetto tutt’oggi al centro dell’agenda politica italiana, nelle riflessioni e considerazioni sulla caduta di Firenze: la guerra e le armi.

«[Lorenzo] tenne ancora, in questi tempi pacifici, sempre la patria sua in festa, dove spesso giostre e rappresentazioni di fatti e trionfi antiqui si vedevono; e il fine suo era tenere la città abbondante, unito il popolo e la nobiltà onorata», così scrive Machiavelli in un passaggio delle Istorie fiorentine. La critica è sulla corruzione dell’ethos di una comunità, esagerando nello spettacolo. Non ci si sbagli a considerarla una visione etica o morale, ma invece pragmatica. La Repubblica necessitava d’un esercito dello Stato, non di mercenari che «sono la malattia d’Italia», come sostiene Machiavelli. Ciliberto chiosa in merito così: «La questione delle armi è ineludibile per Machiavelli; chi non ne capisce l’importanza porta lo Stato alla rovina, come è accaduto a Firenze».

Machiavelli con la critica alla politica del panem et circenses attuata da Lorenzo, sottolinea anzitempo un tipo di forma di dominio politico che oggi è ben evidente tramite la scelta editoriale di programmi televisivi e il consumo di “reti sociali”, come Instagram e Tik Tok per impegnare, indirizzare e destabilizzare nella totale adesione del pubblico sia allo strumento che al contenuto. Un dispotismo democratico che non ha una testa fisica.

C’è un altro elemento, ancora più saliente, che è quello proprio dei mercenari, a riprova delle paure di rivalsa da parte di avversari e nemici interni, a sottolineare come l’Italia mancava d’una visione collettiva, di grandezza. Lorenzo confida nei mercenari perché teme un esercito “regolare” possa rovesciarlo e le divisioni, entro un certo limite, permettono “equilibrio di potenza” internamente ed esternamente. Che infatti si spezzacon la sua morte, tutto a svantaggio dell’Italia. La discesa sulla Penisola dei primi eserciti ufficiali avvalora la necessità strategica, una visione più lungimirante, dell’esercito per lo Stato.

Lorenzo davvero Il Magnifico nonostante tutto: grande mecenate, l’appoggio significativo a dotti come Poliziano; la cura e lo sviluppo ulteriore della biblioteca di San Marco, fondata dal nonno Cosimo, Il Vecchio; l’avidità nella consultazione di “codici rari” (testi rari) e la copiosa produzione letteraria, poetica, soprattutto sul crinale della propriaesistenza, per tramite di essa la ricerca del divino. Tiranno certo, in mancanza di alternative e ben conscio delle divisioni interne e fra gli Stati italiani. Anche perché come dice bene Guicciardini, «il popolo per la ignoranzia sua, non è capace di deliberare le cose importante […] batte volentieri e’ cittadini qualificati, che gli necessita a cercare novità e turbazione». In fondo, la condotta dei fiorentini verso Savonarola in soli quattro anni, la dice lunga.

Firenze perde anche quell’animo e quell’ironia, quella sagacia e quella giocosità nello stile, ben incarnato sia da Lorenzo che da Machiavelli: tipico italiano, soprattutto fiorentino. Con la Chiesa controriformista non ci sarà più spazio per il riso. Ciliberto descrive così Il Magnifico: «figura doppia: un grande statista, severo, applicato al suo lavoro, ma anche un uomo piacevole, divertente, amante degli scherzi, delle donne, pronto a giocare con i suoi figli, come più volte era stato sorpreso a fare». Lo stesso vale per Machiavelli che si sente molto prossimo nello spirito: «un grande politico, un grande storico, ma anche un uomo divertente, amante del gioco, della burla e delle donne, sino agli ultimi anni – come dimostra il suo amore per la Barbera, l’attrice Barbara Salutati». Il gusto per la vita necessita di grande intelligenza che nei momenti più bui sfuma. Oggi è un guaio, come durante le persecuzioni dell’inquisizione, burlarsi di tanto in tanto su certe cose della società, o altresì metterle in dubbio pena la furia della parte schierata a difesa dei “diritti” dell’individuo (di alcuni, rispetto ad altri) e della “giustizia sociale”, nuove fedi simili nelle espressioni repressive a quella di allora.

La scoperta dell’America, grazie a italiani – sempre singoli che non trovano successo in Patria, mai collettività; ieri come oggi in forme differenti –; il sorgere e l’imporsi degli Stati protonazionali, la Francia e la Spagna, l’Inghilterra; la nuova tecnologia bellica, come l’artiglieria che sulla Penisola appare con i francesi e per merito di Alfonso I d’Este; le invasioni e la sottomissione per l’incapacità d’esser uniti. L’Italia vede secoli bui, poi la resurrezione con il Risorgimento, comunque anch’esso posticcio a causa delle divergenze e antitesi: fini diversi che generano una condizione, per quanto di successo con il 1861, ambigua e confusa.

L’Italia del fascismo che tenta davvero, piaccia o meno, sulla scorta della vera guerra d’Indipendenza, quella del ‘15-’18, di fare la Nazione. La caduta del regime in fondo nuovamente sulla base di particolari, interessi personalistici e la chiamata dello straniero. Dino Grandi e i tentativi d’intesa con l’Inghilterra per rovesciare il regime e ottenere un ruolo, che poi avrebbe avuto dagli americani, rilevante. Il ritorno alle divisioni interne, come illustra Le Bon sui popoli che possono vedere un momento straordinario (nel senso stretto del termine) rispetto alla loro ordinarietà di idee e di costumi, quindi di organizzazione politica, sociale e culturale, ma poi tornano all’assetto originario. Uno Stato che ritorna a favorire i particolarismi interni: le influenze locali, in Sicilia, e le ingerenze esterne, l’interesse francese e le “Sette Sorelle”, sul caso Mattei e l’idea nuova di potenza nazionale attraverso l’Eni. Il “delitto politico” sulla Olivetti e la sua invenzione che avrebbe fatta grande la Silicon Valley decenni dopo. 

Guicciardini ha ragione: «le città sono mortale come sono gli uomini. Ma è differenza: che gli uomini, per essere di materia corruttibile, ancora che mai facessino disordine, bisogna manchino; le città non mancano per difetto della materia, la quale sempre si rinnova, ma o per mala fortuna o per malo reggimento, cioè per e partiti imprudenti presi da chi governa».

Oggi l’Italia patisce sempre le medesime cose che si manifestano in maniera diversa, ma che hanno una base comune: il particolare e il settarismo; a tutti i livelli. Indolente alle questioni davvero nazionali, sulle quali non dovrebbe esservi dubbio da parte alcuna: lo si vede sul fallimento dell’integrazione, sulla quale i partiti progressisti non possono abbandonare l’idea di un nuovo elettorato che tale non sarà, a discapito di sicurezza e coesione. Le divisioni e lo scarso valore assegnato alla politica estera, sempre terreno di scontri ideologici che ben celano gli interessi verso, di nuovo, il proprio elettorato. Ma altrettanto i partiti della reazione conservatrice, spesso bizzosi e proni al clamore e alprotagonismo mediatico, incuranti di divisioni che nuocciono a una coalizione che potrebbe dare stabilità e prosperità. Altrettanto le discettazioni tutte, sempre, di consenso elettorale sulle opere infrastrutturali, senza vedere mai che da qualche parte bisogna cominciare: alta velocità Torino-Lione, Ponte sullo Stretto, nucleare. 

Una guerra civile di quasi un secolo fa mai davvero guarita, non si è mai voltato pagina davvero per rigenerare la Nazione, concetto che rimane prigioniero di un passato inaccettabile e soprattutto indiscutibile, grave problema. Il miglior rimedio, per conservare la libertà è un «governo ordinato» per usare Guicciardini: «uno governo in modo temperato, che da un canto abbia vivacità a opprimere chi macchinassi contro alla libertà, da altro sia sicuro per quelli che vogliono vivere bene, e non inclinato a battere e’ ricchi e potenti quando non ne diano causa, e facile a ricevere quelli cittadini che sono stati amici della tirannide, quando o e’ portamenti loro o le condizione che hanno, diano speranza che non abbiano a essere inimici della libertà».

Le divisioni sono l’antitesi di uno Stato nazionale. Per contare, almeno, se non avere un ruolo di spicco nelle relazioni internazionali, serve compattezza sulle questioni fondamentalmente strategiche di una Nazione: Difesa, sicurezza, condotta anche protezionistica – quando necessario – sulla propria produzione industriale e soprattutto, per favorire lo sviluppo tecnologico, è necessario pensarsi grandi. Perché solamente il senso di grandezza permette investimenti in notevoli sviluppi tecnologici che poi incidono altrettanto sulla politica internazionale.

I più letti

Per approfondire

Il congedo del Duca

Una cerimonia antica.

Cancellare Dante

Nel febbraio scorso, un docente di una scuola in provincia di Treviso ha esonerato due studenti musulmani dalla lettura di un passo controverso dell’Inferno di Dante, in cui Maometto e Alì sono raffigurati in modo cruento. La vicenda, resa pubblica solo a fine maggio, ha suscitato un ampio dibattito su integrazione e cultura, con opinioni discordanti tra intellettuali e politici sulla scelta di censurare un testo fondamentale della letteratura italiana al solo scopo di rispettare la sensibilità religiosa.

Vittorio Feltri, l'imperdonabile

"Il mio faro è stato Montanelli, perché aveva una capacità di coinvolgere il lettore che più nessuno ha avuto, neanche io. Da Biagi, invece, ho imparato a fare i contratti. Era il più bravo di tutti a guadagnare soldi. E poi, in fondo i soldi servono. Oggi è più difficile per un giornalista, perché i giornali non vendono più un cazzo. Le case editrici incassano poco e automaticamente pagano poco. C’è poco da fare, questa è la nostra storiaccia."

I prigionieri dimenticati

Il destino dei prigionieri italiani che rimasero fedeli al fascismo anche dopo l'armistizio.

Antifilosofia Televisiva

Nel contesto odierno, dove le strutture delle telecomunicazioni hanno raggiunto una capillarità immensa, si è resa necessaria l'apparizione dissolta d'una antifilosofia. Diventa di conseguenza primaria una sua introduzione poiché non esiste momento in cui il pubblico non ne cada vittima.

Gruppo MAGOG