Intervista

Rick Dufer: «Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme»

«Una parte di ognuno di noi è lo hobbit pigro che vuole solo starsene in pace nella sua Contea e una parte e lo hobbit scagliato in un'avventura di cui non può prevedere il risultato, ma decide di abbracciarla; una parte di noi è Gollum, con le sue dipendenze e la sua brama di ricomporre le proprie personalità e una parte è Boromir, la cui forza viene schiacciata dalla tentazione della scorciatoia»
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Idolatrato e contestato, tra apoteosi e strumentalizzazione, J. R. R. Tolkien è tra gli autori più amati e fraintesi del panorama letterario. Un tempo liquidato come mero demiurgo di mondi fantastici e dal vago respiro tomistico, oggi viene invece arruolato quale profeta degli oligopolisti visionari della Silicon Valley e nume della alt right: ostaggio ancora di un equivoco dopo l’altro. Occorrerebbe invece riscoprire l’opera e il pensiero tolkeniano per evitare di cadere in questa vaghe semplificazioni e in facili reclutamenti. Riscoprire un Tolkien senza aggettivi, specie politici, ma anche lontano dalla frivola etichetta di maestro del romanzo di genere. Per troppo tempo l’autore del Simarillon è stato, infatti, letto come un autore di evasione, dimenticando che la Terra di Mezzo non è un rifugio dalla realtà, ma uno specchio capace di restituirci, sotto forma di mito, le inquietudini del presente e dell’eterno. Potere, tecnologia, natura e avvenire: nei suoi racconti prendono forma questioni che oggi appaiono più urgenti che mai. Attraverso sette lezioni ispirate al creatore del Signore degli Anelli, Rick DuFer, filosofo e divulgatore, con il suo “Il pensiero incoraggiante. Tolkien in difesa del presente”(Bompiani, 2026) intreccia filosofia, spiritualità e letteratura per mostrare come l’universo tolkieniano possa diventare una bussola nei tempi confusi in cui siamo imprigionati. 

-Perché “Il pensiero Incoraggiante”? E come nasce questo libro?

Il libro nasce quando, da tredicenne un po’ sfaccendato, mi è capitato di leggere “Il Signore degli Anelli”, preso a prestito dalla biblioteca comunale del paesino in cui vivevo, e che ho letteralmente divorato in pochi giorni di febbrile avventura. Questo libro nasce lì, dall’impulso di raccontare ad altri la bellezza che quell’opera mi aveva trasmesso e che ancora oggi mi accompagna e meraviglia. Il titolo nasce invece da una delle pagine più belle dell’opera stessa, ovvero il momento in cui Frodo Baggins, venuto a conoscenza dell’anatema che aveva ereditato dallo zio Bilbo (l’Anello del Potere, l’arma più malvagia mai concepita nella storia del mondo), chiede al suo mentore Gandalf: “Ma perché proprio a me?” – se ci pensiamo questo è un atto molto umano, a tutti noi è capitata una particolare sfortuna, un evento nefasto, di fronte a cui opporre il pensiero del “non me lo meritavo, vorrei che non fosse mai successo!”. Di fronte a questa espressione di umana debolezza, Gandalf non concede a Frodo il pensiero consolatorio, non gli dà una pacca sulla spalla, non gli dice “andrà tutto bene”. Al contrario, gli fa notare che era suo destino quello di ricevere l’Anello, che la cosa ha seguito esiti assolutamente imprevedibili, e che ora è sua responsabilità rispondere a quella chiamata. E questo, conclude Gandalf, “è un pensiero incoraggiante”. In tempi di facili consolazioni, l’esortazione di Gandalf è una delle cose più preziose che si possano mai sentire. Abbiamo bisogno di pensieri incoraggianti.

-Cosa può dire al presente il pensiero e l’opera di J. R. R. Tolkien? E quanto secondo lei la forza del mito e della scrittura può influenzare davvero la nostra immersiva attualità oscillante tra inconsistenti nostalgie, presentismo e visioni apocalittiche?

Tolkien ha creato un’epica per il nostro mondo di oggi, il che significa che le sue opere non solo saranno studiate a lungo in futuro, ma che il loro vero messaggio lo dispiegheranno nei decenni e forse secoli a venire: i contemporanei non riescono mai a comprendere fino in fondo le epiche dei propri tempi, semplicemente perché sono scritte per i popoli a venire. E Tolkien ha tantissimo da insegnarci in questo: il coraggio di riconoscere il nemico dentro di sé, prima di individuarlo (o costruirlo) al di fuori; il valore infinito della compassione; l’inesauribile ricchezza del linguaggio, inteso non solo come “comunicazione” ma come “incantesimo”; l’importanza di riconoscere il proprio destino, contrastando la morbosa volontà di volersi nascondere dietro identità e maschere assolutamente fittizie. E mille altre cose, che ho cercato di sviscerare nel mio libro. 

-Il suo libro si apre con l’espressione “Non c’è bisogno di difendere la Terra di Mezzo: è la Terra di Mezzo che ci difende”. Cosa intende?

Intendo dire che le grandi opere non sono semplici soprammobili da proteggere dal terremoto dell’esistenza, ma sono veri e propri baluardi per rimetterci in carreggiata quando la nostra esistenza è deragliata. La Divina Commedia, l’Iliade, Moby Dick, e non ultime le opere di Tolkien, tutte queste sono vere e proprie armature dell’animo che ci forniscono armi, strumenti, soluzioni e idee utili per affrontare la traballante avventura dell’esistenza. Se un testo è riusciti a sopravvivere ai secoli, a volte ai millenni, è perché la sua storia, il suo messaggio, il suo significato, sono riusciti a parlare a migliaia, milioni di esseri umani, dando loro buoni motivi e buoni mezzi per non solo sopravvivere, ma vivere bene vivere pienamente. Ecco allora che dovremmo approcciarci ai grandi testi non con l’arrogante atteggiamento del recensore, ma con l’umile approccio dell’apprendista. Le grandi opere sono il tirocinio della nostra esistenza, e Tolkien rientra pienamente in questa definizione. 

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

-Lei ha detto una volta: “In questi anni si è cercato di far dire a Tolkien ogni cosa”. Dalla lente neomarxista di Wu Ming a quella rautiana dei Campi Hobbit, fino a contaminazioni pseudo gnostiche, quante è importante liberare Tolkien dalle fuorvianti strumentalizzazioni ideologiche che lo avvolgono per riscoprirlo nella sua poetica e visione originaria? 

Credo sia molto importante evitare di far dire agli autori cose che in realtà non volevano dire. Parliamoci chiaro, è inevitabile immettere nelle opere che leggiamo anche un po’ di noi stessi. Borges diceva che il lettore di oggi non potrà che saperne qualcosa di più del Don Chisciotte rispetto a Cervantes perché i secoli gli hanno offerto tanti altri sguardi con cui ampliare l’orizzonte del Don Chisciotte. Ma ciò non significa voler portare Don Chisciotte “dalla propria parte”, facendogli dire cose che spesso sono l’esatto opposto di ciò che l’autore intendeva. Con Tolkien è lo stesso: bene inserire se stessi nell’opera e raccontarla attraverso il filtro della propria esistenza, ma evitiamo di filtrarlo attraverso le lenti dell’ideologia, qualunque essa sia, perché stiamo perdendo per strada ciò che davvero può fare la differenza nella fruizione di queste grandi opere: la scoperta del fatto che il mondo (in special modo quello interiore) è molto più grande e complesso di quanto io pensassi. 

-Cosa secondo lei i vari adattamenti tolkeniani nelle loro omissioni o curiose metamorfosi (pensiamo soprattutto a The Rings of Power), fraintendono o non riescono a capire dell’opera del grande scrittore? 

Dal mio punto di vista è evidente che opere come The Rings of Power (ma anche il più recente “La Guerra dei Rohirrim”) sono semplicemente il tentativo di sfruttare commercialmente l’interesse culturale che si è sviluppato intorno a Tolkien nell’ultimo quarto di secolo. E, fino a un certo punto, non ci sarebbe nulla di male. Ma quando queste opere, invece di prendersi il coraggio di raccontare l’universalità dei valori tolkieniani, la sua visione del mondo (che si accorda così male con il nostro contemporaneo) e le sue idee finiscono per adagiarsi sulle prospettive convenienti, sui gusti di massa e sulle idee che compongono i trend, a quel punto siamo messi male. Faccio un esempio su tutti: l’idea che gli orchi siano “vittime” di una manipolazione e che siano creature degne di compassione che in realtà vorrebbero solo essere lasciate in pace contraddice in modo totale non solo le storie che Tolkien ci ha fornito, ma il suo stesso impianto morale e antropologico: gli orchi sono il frutto di un atto di pura malvagità, non posseggono volontà propria e non sono degni di compassione. Da essi non può nascere nulla, tanto meno qualcosa di buono, e rappresentano quel male che, essendosi radicato così a lungo e così a fondo, non va che estirpato. Non capito, non coccolato, ma solo combattuto. Questa idea, però, in un mondo politicamente corretto che ha fatto dell’inclusività acritica la sua bandiera, è meno vendibile rispetto al suo contrario, ed ecco che emergono prodotti di dubbio valore come quelli citati. Un peccato. 

-Figure come Peter Thiel e Alexander Karp hanno associato il nome delle loro imprese digitali (ad esempio Palantir) ad opere tolkeniane. Nel libro parla anche di intelligenza artificiale e digitale. Che connessione e rapporto esiste tra sorveglianza, Ai, digitale e Tolkien? 

Tolkien ha scritto pagine superbe legate alla tecnologia e, in alcuni casi, sembra proprio parlare dei nostri dispositivi più recenti, dall’IA agli smartphone. Il Palantir in particolare, da cui appunto Peter Thiel ha preso spunto per il nome della sua azienda (ma non è l’unico, c’è anche Anduril, e ce ne sono altre) rappresenta l’oggetto forgiato da arti umane (anzi, elfiche) di cui gli utilizzatori hanno dimenticato la reale funzione e finiscono per usarli in modo distorto. Il Palantir non è altro che una pietra di comunicazione: anticamente, serviva a mettere in contatto le diverse e lontane città della Terra di Mezzo. Ma, dopo una grande catastrofe, i Palantir sono andati perduti, a parte tre, e soprattutto è andata persa la conoscenza della loro reale funzione. Nel “Signore degli Anelli” scopriamo che alcuni individui (Denethor di Gondor, Saruman di Isengard e Sauron di Mordor) hanno conservato quei Palantir. Ma Denethor e Saruman, avendo dimenticato la loro reale funzione, li usano con lo scopo di prevedere il futuro. Solo che Saruman, il signore oscuro, sta manipolandoli a distanza, perché fa vedere loro solo ciò che egli desidera. Questa è la metafora perfetta per l’uso che facciamo dei nostri strumenti tecnologici: non ne conosciamo veramente le reali funzioni, abbiamo dimenticato a cosa servono veramente, ovvero a rafforzare le nostre connessioni, e li usiamo solo per rassicurarci sul futuro, demandando le nostre scelte ad algoritmi e trend de momento. In questo Tolkien è stato un vero profeta.  

-Come spiegherebbe ad un profano perché leggere il Signore degli Anelli? E come mai la sua lettura può aiutarci a ricomporre l’infranto, e a comprendere le grandi catastrofi in cui siamo immersi?

Il Signore degli Anelli è una storia in cui è facilissimo trovare se stessi, in più forme. Una parte di ognuno di noi è lo hobbit pigro che vuole solo starsene in pace nella sua Contea e una parte e lo hobbit scagliato in un’avventura di cui non può prevedere il risultato, ma decide di abbracciarla; una parte di noi è Gollum, con le sue dipendenze e la sua brama di ricomporre le proprie personalità e una parte è Boromir, la cui forza viene schiacciata dalla tentazione della scorciatoia. Come ogni grande opera, Il Signore degli Anelli ci dà uno specchio infranto, e ogni frammento mostra una parte di ciò che ci compone: coraggio e codardia, brama e sacrificio, libertà e destino, e lo fa con una storia piena di colpi di scena e avventure che ci commuovono, ci divertono e ci danno strumenti di auto-riconoscimento. La domanda è: perché mai dovrei non leggerlo? 

-Tanti spesso tendono a trascurare il ruolo del numinoso nell’opera tolkeniana. Quanto il sacro è, invece, importante per capire opere come il Simarillion e Il Signore degli anelli e per comprenderne opera?

Questo è uno dei punti fondamentali e, guarda caso, uno dei maggiormente trascurati (se non addirittura calpestati) nei prodotti cinematografici di cui parlavamo poco fa: il divino. L’opera di Tolkien è impregnata di divino, pur essendo quasi del tutto priva di religiosità: non ci sono riti, né chiese, né culti, ma il divino è ovunque e in diverse forme. Io, da ateo e aconfessionale, sono un grande amante del divino in Tolkien perché la sua opera mi ha dato nei decenni un’immagine del metafisico, del magico, dello spirituale che persino uno come me può stimare e ricercare nella propria esistenza. In un momento storico dove la perdita del divino sta corrispondendo alla perdita dell’umano, credo che la lettura di Tolkien sia una via d’uscita fondamentale. 

-Che rapporto ha con i romanzi tolkeniani e che influenza hanno avuto nella sua formazione e vita?

Il mio, come penso sarà già trasparito, è un rapporto di amore e passione vera. Le opere di Tolkien mi hanno formato non solo come lettore e filosofo, ma come essere umano, contribuendo alla mia comprensione di fenomeni fondamentali della vita, quali l’amicizia e il sacrificio, l’amore e la perdita, la concezione della mortalità, la ricerca della verità. Direi che Tolkien ha contribuito alla mia formazione emotiva e intellettuale in modo maggiore rispetto a qualsiasi altro autore, e sono grato del modo in cui le sue opere mi hanno formato e trasformato. Insomma, poteva andarmi molto peggio. 

-A Repubblica ha detto “Non bisogna avere la pretesa che ci assomigli, non bisogna usarlo per cercare qualcosa che già pensiamo. Lui odiava le allegorie e amava le mitologie”. Quali istruzioni e consigli per leggere Tolkien senza pregiudizi?

L’unico consiglio è questo: leggere Tolkien senza la paura di quello che potrai scoprire su di te. Una lettura onesta, trasparente e aperta di Tolkien può darci consapevolezze sorprendenti, sia in positivo che negativo. Potrei scoprire di essere molto meno coraggioso di quanto pensavo, ma posso anche scoprire dentro di me forze e idee che non avrei mai immaginato. L’importante è lasciare che le sue storie entrino, che siano veri specchi in cui riconoscersi senza paura. Se uno è disposto a fare questo, Tolkien gli darà un valore inimmaginabile. Se invece leggiamo Tolkien per “difenderci” da noi stessi, allora sarà tutt’altro: una superficie su cui rimbalzeremo, magari divertente, ma che avrà respinto il nostro bisogno di conoscerci, proprio come il Bene respinge l’Anello del Potere. 

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