Dopo più di un mese di guerra il conflitto in Medio Oriente è entrato in una fase cruciale, in cui gli Stati Uniti sono chiamati necessariamente a definire le modalità secondo le quali continuare a condurre le operazioni belliche. I bombardamenti congiunti con Tel Aviv stanno portando buoni risultati in termini prettamente tattici, considerando che nel corso delle ultime settimane sono stati centrati una grandissima quantità di obiettivi militari in diverse aree della Repubblica Islamica dell’Iran. Allo stesso tempo, sono stati molteplici anche i colpi incassati, con Teheran che ha risposto con orgoglio bersagliando gli alleati regionali di Washington, indebolendo fortemente l’apparato securitario mediorientale, e tenendo in ostaggio l’economia mondiale bloccando l’accesso allo stretto di Hormuz.
Sul piano strategico però non ci sono risvolti rilevanti, dato che gli americani continuano a non trovare una via d’uscita capace di giustificare gli sforzi bellici ed i costi economici sostenuti fino ad ora. Inizialmente gli Stati Uniti sono entrati in guerra ritenendo che fosse un’occasione storica imperdibile, e che fosse possibile colpire definitivamente l’Iran, estremamente fragile da un punto di vista politico, e limitato in termini di proiezione strategica a causa dei grandi colpi inferti a suoi proxy negli ultimi anni da parte di Israele. In un contesto simile, il regime change è sembrato essere un obiettivo raggiungibile, scenario che però non si è realizzato, con il popolo iraniano che si è stretto attorno al regime invece di rivoltarsi contro di esso. Anche la giustificazione della neutralizzazione del programma nucleare non regge, visto che secondo la narrazione trumpiana questo obiettivo era stato raggiunto già durante la “Guerra dei 12 giorni”, e al momento non si registra un’effettiva distruzione integrale delle disposizioni iraniane.
Washington e il suo Presidente Donald Trump si trovano ora a dover scegliere come procedere, consapevoli che difficilmente il popolo americano apprezzerebbe un prolungamento eccessivo del conflitto, e che il prezzo politico da pagare da parte di questa amministrazione potrebbe essere estremamente salato, soprattutto in vista delle elezioni di midterm. Uscire ora dalla guerra è un’opzione totalmente inaccettabile, considerando che lo si potrebbe fare solamente in seguito ad un accordo con Teheran in cui gli Stati Uniti sarebbero costretti a promettere importanti concessioni, uscendo chiaramente sconfitti a livello strategico. Una via percorribile potrebbe essere quella di fornire continuità ai bombardamenti condotti in cooperazione con Israele, non limitando il raggio d’azione mirando siti militari, ma colpendo anche le infrastrutture petrolifere, che finora sono state risparmiate per preservare l’economia mondiale, che versa già in condizioni precarie a causa dell’avventura bellica dell’asse israelo-americano. Qualora si decidesse di eseguire questa scelta, non sarebbero improbabili anche attacchi deliberati contro i civili, i quali potrebbero essere visti come uno strumento atto ad incrementare il costo del conflitto per Teheran, costringendola a scendere a patti accettando condizioni sfavorevoli.
Procedendo in questo modo si potrebbe riportare la Persia “all’età della pietra”, limitando enormemente la possibilità di ritrovare lo status di potenza regionale e di minacciare i partner dell’egemone. Questo piano d’azione però presenta diversi limiti, dato che attacchi contro le infrastrutture critiche ed energetiche iraniane creerebbero ingenti danni a tutta la comunità internazionale, destabilizzando ancora di più i mercati globali. Inoltre, i rapporti tra gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali sono apertamente in crisi, e la creazione di un altro scombussolamento nel mercato energetico mondiale contribuirebbe a danneggiare ulteriormente le relazioni. Lo stesso discorso vale per i potenziali bombardamenti contro i civili, chiaramente deprecabili sul piano morale, e potrebbero portare a condanne internazionali che comprometterebbero l’immagine di Washington.
L’esecuzione di operazioni di terra potrebbe essere un’opzione plausibile, nonostante fin dall’inizio si intendeva scongiurare di impegnarsi in un conflitto interminabile sul terreno. Infatti, in questo caso non si tratterebbe delle classiche esperienze di “boots on the ground” effettuate in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq, ma azioni chirurgiche, mirate a prendere il controllo di isole o specifici territori di alta rilevanza strategica. Un’offensiva statunitense nello stretto di Hormuz per liberarlo dalla presa iraniana pare rimanere solo sullo sfondo, dato che ci sarebbe bisogno del supporto degli alleati, che al momento non hanno alcuna intenzione di prestarsi ad operazioni a rischio elevatissimo per rimediare agli errori di calcolo degli strateghi americani.
Sembra invece essere più verosimile uno sbarco nell’Isola di Kharg, la quale detiene un’importanza strategica di primo livello, con un transito di circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran. Riuscire a conquistare il controllo di questa isola potrebbe a tutti gli effetti influenzare le sorti del conflitto, dato che l’economia iraniana subirebbe un colpo difficile da reggere. Ci sono concrete probabilità che l’operazione possa essere avviata nei prossimi giorni. Si registrano già spostamenti di truppe, con circa 5000 uomini che sono stati trasferiti dal Giappone al Medio Oriente, e una presenza regionale totale che ammonta a circa 50 000 uomini. Inoltre, Trump non ha escluso la possibilità che possa verificarsi uno sbarco sull’Isola, anzi, stando alle sue dichiarazioni, gli Stati Uniti avrebbero buone chance di riuscire in quest’impresa. Un’operazione simile genererebbe diversi benefici, considerando che gli americani avrebbero l’occasione di accaparrarsi il controllo dei rubinetti petroliferi di Teheran, i quali potrebbero non essere stati colpiti appositamente anche in funzione di questo potenziale scenario; il regime degli ayatollah si vedrebbe privato di alcune delle sue principali fonti di guadagno, ed il costo del conflitto potrebbe diventare insostenibile, soprattutto se l’occupazione statunitense dovesse prolungarsi per molto tempo. Sul piano tattico sarebbe possibile colpire i siti militari iraniani da una base distante appena poco più di 30 chilometri, incrementando la capacità di danneggiare il regime e imponendo una pressione psicologica non indifferente, dato che l’occupazione fisica di una porzione di territorio potrebbe essere vissuta come un’esperienza estremamente umiliante da un popolo fiero come quello persiano.
Una potenziale invasione statunitense dell’Isola di Kharg però è altamente rischiosa, e potrebbero perdere la vita numerosi uomini. Il territorio è estremamente ridotto, considerando che si tratta di un’area di circa 20 chilometri quadrati, e la relativa distanza dalla costa iraniana renderebbe i Marines nel pieno del raggio d’azione delle forze di Teheran, le quali avrebbero la capacità di colpire con artiglieria pesante, una grande quantità di droni e lanciarazzi campali. Dal punto di vista operativo gli americani non avrebbero né il modo né il tempo di creare postazioni difensive in grado di garantire una protezione efficiente dagli attacchi, dato che il fuoco nemico si attiverebbe immediatamente nel momento in cui si verificherebbe il potenziale sbarco, e continuerebbe incessantemente fino alla completa eliminazione delle forze statunitensi nell’Isola. Non è da escludere totalmente anche la possibilità che le infrastrutture petrolifere siano state minate in maniera preventiva, e che in seguito ad un avvicinamento possano attivarsi generando consistenti perdite al nemico. Inoltre, per permettere un perfetto funzionamento dell’offensiva gli USA dovrebbero rifornire costantemente i propri uomini, in un contesto in cui è estremamente complicato operare a livello logistico, con le navi che dovrebbero navigare in spazi marini stretti, schivando mine intelligenti ed essendo bersagliate da missili e droni. Inoltre, qualora la Repubblica Islamica si dovesse sentire alle strette, difficilmente lascerebbe le proprie risorse petrolifere in mano ai nemici di sempre. Verosimilmente si potrebbe decidere di abbandonare qualsiasi velleità strategica connessa all’Isola di Kharg, e si opterebbe per una sua distruzione assieme agli avversari, bombardando le infrastrutture petrolifere, scongiurando la possibilità che diventino un bottino di guerra statunitense.
Qualora un’operazione così complessa dovesse essere avviata e completata con successo si tratterebbe di un capolavoro operativo, che potrebbe rivelarsi decisivo nelle logiche tattiche del conflitto in corso. Ma le probabilità che questo piano possa funzionare sono estremamente basse, ed in ogni caso il sacrificio che esso richiederebbe non verrebbe accettato volentieri dall’opinione pubblica americana. La realtà però afferma che di logico in questo scontro bellico non vi è niente, e che la guerra una volta iniziata non possa essere veramente controllata, ma che siano gli attori a doversi adeguare ad essa e ad adattare i propri obiettivi in base alle forme che assume. Lo smacco strategico subito dall’egemone potrebbe portarlo ad effettuare delle decisioni impopolari, ma considerate necessarie per spostare le sorti del conflitto dalla propria parte, infliggendo un colpo durissimo al regime islamico. Al momento la minaccia di un’offensiva sull’Isola viene utilizzata come uno strumento di pressione negoziale dagli Stati Uniti, ma la possibilità che possa concretizzarsi uno scenario simile non può essere scartata, anzi, i trasferimenti di truppe verso il Medio Oriente lasciano intendere che qualcosa potrebbe effettivamente accadere nei prossimi giorni.