OGGETTO: La condizione megamoderna
DATA: 30 Marzo 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
La "Megamodernità" (Laterza, 2026) non rappresenta la fine della modernità, ma la sua intensificazione oltre ogni soglia critica. Patologia che potrebbe diventare cura. Vanni Codeluppi descrive un sistema che assorbe tutto trasformandolo in contenuto consumabile. È dunque ancora possibile opporsi?
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Esiste una tentazione, nel confrontarsi con la saggistica sociologica italiana, di cercarvi la rassicurazione del già noto. Vanni Codeluppi, con Megamodernità: Capire la società (Laterza, 2026), sottrae il lettore a questa comodità. La tesi centrale è che non siamo entrati nella postmodernità, come una certa vulgata culturale degli ultimi decenni ha sostenuto. Siamo, al contrario, intrappolati in una modernità che non si è esaurita ma si è intensificata, accelerata, moltiplicata per sé stessa fino a produrre qualcosa di qualitativamente diverso. Una Megamodernità, per l’appunto. Il prefisso è esemplificativo di come tutte le promesse irrisolte della modernità classica – emancipazione, progresso, razionalizzazione – non vengano abbandonate ma portate alle loro conseguenze più estreme e, per questo, più distorte.

Come Baudrillard, che vedeva nella contemporaneità un mondo radicalmente nuovo e radicalmente vecchio allo stesso tempo – contraddistinto dall’implosione reale e dalla sua sostituzione con l’iperrealtà – Codeluppi sostiene che siamo ancora dentro la modernità, ma “sotto steroidi”: le stesse forze che l’hanno generata, individualismo, accelerazione, centralità della tecnica, si sono intensificate fino a produrre qualcosa di qualitativamente diverso. Il risultato non è la libertà promessa, ma il disorientamento: una moltiplicazione degli stimoli che Georg Simmel aveva già intuito alla fine dell’Ottocento e che oggi ha raggiunto una soglia in cui la ragione cede il passo all’emozione. I messaggi si moltiplicano fino a consumarsi prima di sedimentarsi, l’opinione pubblica si trasforma in emozione pubblica – condivisa, immediata, priva di contesto. La parola si svuota, perdendosi nel flusso. Non più necessità d’imporre il silenzio, ma il rumore che produce lo stesso effetto.

C’è in questo approccio un tratto che ricorda, per certi versi, il metodo di Marshall Berman – quell’idea che essere moderni significhi trovarsi in un ambiente che promette ogni bene al mondo ma che al tempo stesso minaccia di distruggere tutto ciò che siamo. Codeluppi ricorda da vicino quella tensione tipicamente moderna, ma la porta dentro il presente digitale, dentro la logica della piattaforma e della vetrinizzazione totale dell’esistenza. La vetrinizzazione non soltanto come mercificazione dell’apparenza, ma come qualcosa di più pervasivo: il processo per cui ogni dimensione dell’esperienza – il corpo, le relazioni, le opinioni, persino il dolore – viene riorganizzata secondo la logica dell’esposizione e del consumo. Il soggetto contemporaneo non abita più il mondo, preferisce allestirlo come fosse la scenografia della propria vita narrata attraverso il filtro social. Un filtro, dunque una vetrina. Codeluppi qui individua non una patologia marginale ma la frattura profonda fra condizione moderna e megamoderna.

La megamodernità non produce individui liberi: produce individui cronicamente incompiuti, costretti ad un’autonarrazione incessante in un contesto in cui i riferimenti simbolici appaiono vuoti e svuotati di ogni significato. Il risultato non è la libertà postmoderna del soggetto fluido, ma qualcosa di più angoscioso: un’instabilità strutturale in cui la ricerca di senso viene sistematicamente riassorbita dai meccanismi stessi che l’hanno generata.

La vera cifra di Megamodernità risiede proprio qui, nella capacità di mostrare che le grandi narrazioni non sono morte – si sono semplicemente frammentate in milioni di narrazioni individuali che, sommate, ricostituiscono un sistema altrettanto totalizzante. La libertà di costruirsi, sbandierata come conquista definitiva della contemporaneità, si rivela come la forma più sofisticata di un controllo che non ha più bisogno di imporsi dall’esterno perché è stato interiorizzato fino a diventare desiderio.

Codeluppi non offre vie d’uscita. Come il silenzio della Storia seppellisce gli smarriti sotto il peso della narrazione ufficiale, così la megamodernità assorbe sia la critica che la denuncia, trasformandole in contenuto, in format, in prodotto culturale consumabile. Qui si apre una faglia: se il sistema neutralizza ogni resistenza frontale, l’unica tattica rimasta è quella di accelerare. Una scommessa rischiosa, poiché comporta prendere i dieci capitoli di Megamodernità ed ergerli a guida invece che a monito. Ma forse la via di fuga si trova proprio nell’esaltazione della contraddizione invece che nella sua negazione. Più steroidi per una modernità sotto steroidi, in buona sostanza.

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