In un presente dominato dalle immagini, dalla velocità della comunicazione e dalla costante sovrapposizione tra informazione, intrattenimento e politica, interrogarsi sul ruolo dei media e della cultura diventa imprescindibile. Abbiamo chiesto a Vanni Codeluppi – sociologo, studioso dei fenomeni comunicativi e Professore presso l’Università di Modena e Reggio Emilia – di affrontare alcuni dei nodi centrali del nostro tempo: la crisi della distinzione tra cultura alta e cultura popolare, la spettacolarizzazione della politica, la trasformazione della televisione e delle piattaforme digitali, fino allo svuotamento progressivo della parola e del dibattito pubblico.
Anche a partire dai suoi ultimi saggi, Pop culture. Da Disney a Squid Game (Carocci editore, 2025) e Megamodernità (Laterza, 2026), Codeluppi propone una lettura che rifiuta l’idea di una rottura netta con la modernità. Più che di postmodernità, si tratta di una modernità esasperata, accelerata dalle tecnologie, in cui i confini tra ambiti un tempo separati si fanno sempre più labili. Il confronto con il pensiero di Jean Baudrillard offre una chiave critica per comprendere la mediatizzazione dei conflitti, la centralità delle immagini e la difficoltà crescente di distinguere tra realtà e rappresentazione. Ne emerge un’analisi lucida dei media contemporanei e delle loro conseguenze sulla costruzione dell’opinione pubblica, sempre più emotiva e frammentata.
-Nel 2025 ha pubblicato Pop culture. Da Disney a Squid Game, che, fra gli altri temi, tocca molto da vicino quello relativo alla differenza fra alta e bassa cultura. Ha ancora senso parlare di tale distinzione oggi, dove sembra tutto intersecato?
Credo che nel nostro paese ci sia stato un grande cambiamento legato al boom economico, che ha coinciso con l’arrivo dei consumi di massa, soprattutto di beni “hard” (come elettrodomestici e automobili). Spesso però si trascura un fenomeno collegato, quello del consumo di massa nel campo culturale. Questo è il risultato di un processo di industrializzazione della cultura, che ha interessato il cinema, l’editoria e, naturalmente, la televisione. Così come i beni materiali si sono diffusi a livello di massa, lo stesso è avvenuto nel campo culturale. La cultura alta è rimasta, ma è diventata di nicchia, mentre si è sviluppata una grande cultura di basso livello. Quello che si è perso, a mio avviso, è la “cultura media”, la vera cultura di massa: contenuti accessibili sia economicamente sia come linguaggio. Questa sfera si è progressivamente ridotta, lasciando spazio a una polarizzazione tra un’élite ridotta, portatrice della cultura con la C maiuscola (teatro, opera, musei), e un consumo di massa sempre più di basso livello, diffuso ma privo della capacità di produrre contenuti intermedi, come accadeva nei primi decenni del boom culturale. Nel cinema, ad esempio, i prodotti destinati a un vastissimo pubblico spesso destinano più risorse al marketing che alla realizzazione del film. Di conseguenza, il linguaggio diventa semplice, poco originale e poco creativo, con grande attenzione agli effetti speciali (come nei film della Marvel per esempio, ma si potrebbero citare molti altri casi).
-Alla fine dell’incontro/scontro svoltosi il 28 febbraio 2025 fra Volodymyr Zelensky e Donald Trump, quest’ultimo ha concluso rivolgendo ai giornalisti un secco “this is going to be great television”. Un’ulteriore conferma, qualora ve ne fosse bisogno, che è l’impulso a spettacolizzare l’unico impulso di vita rimasto nella politica. Data la velocità con cui, in solo mezzo secolo, lo spettacolo ha preso possesso di ogni campo del sociale, ha ancora senso tentare di opporsi a questo processo?
Già nella politica statunitense degli anni Sessanta sono subentrati gli spot pubblicitari, commissionati ai grandi esperti dell’epoca. Ma ancora si può citare il caso del dibattito televisivo tra Nixon e Kennedy. È stato studiato che il pubblico della radio, che quindi ascoltava soltanto, considerava Nixon superiore in forza della sua maggiore capacità argomentativa. Chi invece guardava la televisione, e dunque percepiva le caratteristiche di bellezza, fascino, telegenicità di Kennedy, preferiva quest’ultimo. Sappiamo chi ha vinto poi le elezioni. Parlando del potere dell’immagine, Trump è sicuramente esemplare perché da un lato è imprenditore e dall’altro uomo di comunicazione. Di politica ne sa poco. Non ha quella cultura, quella formazione che possono avere avuto in passato altri politici. E appunto usa gli strumenti di comunicazione che conosce molto bene. E ciò è bastato per vincere due volte le elezioni. Possiamo riallacciarci ad un autore che mi è caro, ovvero Jean Baudrillard, che parlava dell’entropia della struttura del sistema sociale, del collasso diceva lui, della struttura classica, della modernità che i grandi sociologi del passato avevano studiato e messo a fuoco. Costoro avevano ben chiaro che essa è una struttura razionale, organizzata, in cui esistono dei sottosistemi, ciascuno dei quali ha una funzione specifica. Dunque richiedono delle competenze: la politica naturalmente è uno di questi sottosistemi. Questa era la struttura moderna. Baudrillard diceva che però essa era andata in crisi perché fondamentalmente i confini tra un sottosistema e l’altro si erano indeboliti. Per questo noi oggi fatichiamo a distinguere che cos’è parte di un mondo specifico, per esempio aziendale, economico, politico o di spettacolo. Tutto è sempre più rimescolato. Il gossip è l’unico grande collante che tiene insieme tutto quanto. È trasversale, quindi lo ritroviamo un po’ dappertutto.

-Ho un dubbio però. Leggendo Megamodernità (Laterza, 2026), il suo ultimo saggio, emerge che secondo lei non stiamo vivendo in una postmodernità, cioè non in un’epoca che rappresenta una cesura netta con il passato, ma invece in una modernità esagerata. Una modernità sotto steroidi in sostanza. Baudrillard, invece, che lei ha citato, avrebbe invece detto che stiamo parlando di due mondi totalmente separati. Nel nostro, secondo lui, non si vive più nel reale. Una differenza enorme. Può chiarirmi questo passaggio?
Il percorso della modernità inizia con il Rinascimento, un fenomeno inizialmente aristocratico. Nei secoli successivi, la borghesia cresce, prende il potere e fa suo questo modello, che diventa la nostra cultura e il nostro riferimento. Il successo del modello moderno si basa su alcune idee chiave, tra cui l’accelerazione e il cambiamento della prospettiva temporale. Nel rinascimento cominciano per la prima volta non semplicemente a guardare agli antichi, i grandi del passato, ma ad “usarli” per andare avanti. Da qui nasce l’idea di progresso, di ricerca del nuovo e della crescita, accelerata dagli strumenti tecnologici: trasporti, mezzi di comunicazione, distribuzione di prodotti e messaggi. La modernità si sviluppa su queste possibilità, rese concrete dalle tecnologie. Ancora oggi viviamo dentro questo modello, che si manifesta attraverso industrializzazione, urbanizzazione, produzione e consumo diffusi. Il percorso storico presenta dei salti importanti: la prima e la seconda rivoluzione industriale, l’Ottocento con la nascita dell’alta moda, della fotografia, del cinema e del quotidiano di massa. Molti strumenti creati allora sono ancora alla base del mondo contemporaneo. Un’altra caratteristica fondamentale del modello moderno è l’importanza dell’individuo. È nel Rinascimento che nasce per la prima volta, a mio avviso, quell’idea di individuo, di identità personale, di soggetto che ha un valore. Anche oggi questo principio rimane: la vita e la persona continuano a essere riconosciute e tutelate (forse non quanto vorremmo, ma in linea generale sì). Dalla fine degli anni Settanta, però, si entra in una nuova fase evolutiva: tutto accelera, si intensifica e diventa più rapido, ma non cambia la radice del modello. La centralità dell’individuo si rafforza, grazie anche alle tecnologie. Il personal computer, nato nella California degli anni Settanta con figure come Steve Jobs, rappresenta una svolta: permette a ciascuno di comunicare se stesso, rompendo il modello broadcast tradizionale, trasmesso da pochi a molti in maniera passiva. La rete e il mondo digitale amplificano questa accelerazione, così come i social oggi. In sostanza, le tecnologie moderne non creano un modello nuovo, ma potenziano e accelerano fenomeni già presenti nella storia della modernità, come la centralità dell’individuo e la diffusione dei messaggi e delle idee. Ancora una volta, come era accaduto con la macchina a vapore o con il telegrafo, le tecnologie oggi più sofisticate e potenti producono soprattutto un’accelerazione di fenomeni già presenti nel passato.
-Restando su Baudrillard, come valuta i noti scritti sulla guerra del Golfo e la loro attualità alla luce della narrazione dei conflitti contemporanei, in particolare quello in Ucraina, ma anche in relazione a Gaza? A questa domanda se ne affianca un’altra, sempre sullo stesso tema: è giusto ipotizzare che tali scritti abbiano provocato uno scandalo da cui sia derivato anche il limitato riconoscimento di Baudrillard in ambito accademico?
Se permetti, inverto le domande, così alla seconda posso rispondere più rapidamente. Non credo che la scarsa accettazione di Baudrillard derivi dallo scandalo di alcune sue posizioni. Il problema principale è il linguaggio: molto sofisticato, tipico dell’intellettuale francese del Novecento amante dei giochi di parole. Baudrillard a volte si contraddice e il suo pensiero è complesso e non sempre chiaro. Per questo ho cercato di “tradurlo”, semplificarlo e renderlo più accessibile. Nel libro che ho pubblicato con Feltrinelli, Jean Baudrillard. La seduzione del simbolico, credo di aver raggiunto questo obiettivo: avvicinare un autore difficile e le cui idee sono spesso controcorrente o paradossali. Faceva parte del Collegio della Patafisica, una strana istituzione culturale frequentata da intellettuali sofisticati e un po’ esoterici. Amava l’irrazionale: il suo discorso non è sempre logico, il che lo rende affascinante e originale, ma a volte poco chiaro o contraddittorio.
Vengo alla prima domanda, sui suoi contributi sulla guerra del Golfo. La guerra è un tema costante nel pensiero di Baudrillard. Ho raccolto i suoi testi principali in un libro per FrancoAngeli (Pornografia del terrorismo), costruendo un percorso logico: se ne è sempre occupato molto. Nei primi anni scrisse, ad esempio, su Apocalypse Now, in un testo mai pubblicato in Italia. Dopo l’11 settembre si concentrò sulle catastrofi delle Torri Gemelle, sul terrorismo e sui fenomeni più violenti della politica e della guerra. Durante la Guerra del Golfo, all’inizio degli anni Novanta, scrisse tre articoli: uno prima, uno durante e uno dopo il conflitto. La sua idea, molto discussa, era che la guerra si fosse virtualizzata. Questo non significa che la violenza fisica e le vittime innocenti siano scomparse – purtroppo continuano, come vediamo oggi – ma che accanto alla guerra reale esiste una guerra virtuale: molti spettatori occidentali la vivono solo attraverso i media. Durante la Guerra del Golfo, ad esempio, non si vedevano le vittime a Baghdad, ma solo le immagini notturne della CNN con le scie dei missili, simili a un videogioco. Il giornalismo, spesso controllato e censurato, fornisce solo una versione mediatica della guerra. Baudrillard sottolineava che l’esperienza della guerra per gli occidentali è spettacolare e mediatica. Anche oggi, pensiamo a Gaza: sappiamo poco di quello che accade, poiché l’informazione è rigidamente controllata. La storia mostra che il Vietnam fu un momento decisivo: l’opinione pubblica, soprattutto i giovani, protestò contro le stragi documentate da foto storiche, costringendo gli americani a ritirarsi. Da quel momento, la mediatizzazione è diventata centrale: gli Stati Uniti che, si sa, hanno sempre amato fare le guerre all’estero e lo fanno tuttora, magari con la scusa di esportare la democrazia (oggi non hanno più neanche quella scusa, dicono chiaramente che è per il petrolio o per altre risorse), dalla guerra del Vietnam in poi hanno iniziato a controllare rigorosamente ciò che viene trasmesso, e altri paesi hanno seguito l’esempio. Così la guerra è sempre più mediatizzata, come diceva appunto Baudrillard. Oggi, con l’enorme quantità di immagini e le possibilità offerte dall’intelligenza artificiale, la rappresentazione del reale è ancora più manipolabile. Baudrillard aveva ragione: il reale implode. Nei conflitti si muore davvero, ma dalla nostra prospettiva l’implosione del reale è sempre più evidente.
-Dietro il gioco di specchi delle immagini e della loro generazione artificiale c’è ancora una realtà da ritrovare? Si può tornare indietro al tempo in cui le immagini avevano effettivamente un significato?
L’immagine ha uno statuto ambiguo. Lo stesso Baudrillard negli ultimi anni della sua vita era diventato fotografo. Era molto affascinato dal mezzo, e ha scritto tante cose a riguardo. La camera chiara di Roland Barthes è una riflessione ancora insuperata sul linguaggio fotografico: la fotografia è apparentemente vera e noi la prendiamo per vera, ma in realtà non è vera, cioè noi vediamo qualcosa che ci sembra che sia qua ma che non esiste più. È un momento scomparso, sebbene a noi sembri la realtà. Ecco questa ambiguità della fotografia che è e non è allo stesso momento è ingannevole, così come la comunicazione in generale.
E allora è vero che l’intelligenza artificiale oggi costruisce dei falsi, ma forse ciò non è così male, perché può farci prendere consapevolezza della natura dell’immagine, ovvero della sua falsità intrinseca.
Faccio l’esempio più famoso della fotografia di guerra, quella del miliziano morente di Robert Capa nella guerra di Spagna: dopo lunghissime discussioni, libri vari scritti addirittura solo su quella fotografia, alla fine si è arrivato a scoprire che è un falso, che lui ha costruito questa fotografia per comunicare qualcosa. Dunque la manipolazione dell’immagine è sempre esistita, e noi però l’abbiamo sempre considerato un mezzo di comunicazione credibile, autentico. Allora, se c’è questo innalzamento del livello di inautenticità, forse potrebbe portarci a essere più consapevoli, a sviluppare degli strumenti culturali o anche informatici per scoprire il falso che c’è dietro ciò che ci viene comunicato.
-Cosa possiamo invece dire che sia cambiato nella televisione? Oggi rispetto a ieri c’è una continuità oppure no?
Siamo passati a un modello che ho definito della transtelevisione. Ormai da qualche anno la televisione ha cercato di riprendere e integrare al suo interno il modello interattivo del digitale, connettendosi agli strumenti oggi più diffusi. Ovvero i social media, che consentono alle persone di esprimersi, di interagire, di discutere. In altre parole di partecipare, mentre prima la televisione era uno spettacolo, un messaggio che arrivava a qualcuno che lo riceveva passivamente. Nei primi decenni la televisione è stata questa. Io la definisco paleotelevisione. Poi siamo arrivati negli anni Ottanta, nella neotelevisione, che passava dall’essere pubblica a divenire commerciale e privata. Non serve menzionare il modello berlusconiano, naturalmente. Con esso nasce un’interazione, una possibilità di partecipare, ma anche la possibilità di entrare all’interno dei programmi. Il contenuto dei programmi diventa a immagine e somiglianza delle persone.
È questo il modello di reality, che ha avuto un grandissimo successo e che a mio avviso ha anche plasmato ciò che non è reality. Il Grande Fratello nasce come idea di fare un programma in cui delle persone vanno a vivere in una casa, e sono persone normali, che non hanno niente di particolare, sono degli spettatori che vengono portati dentro lo schermo: il programma non è nient’altro che la vita di queste persone normali. L’idea è proprio il ribaltamento del modello tradizionale. Ecco che torna il collasso, anche in questo caso. Lo spettatore entra nello schermo e fa lo spettacolo.
La promessa del digitale continua nello stesso solco, con l’interattività con i contenuti, con i messaggi, con le altre persone, eccetera.La televisione sicuramente non è più quel grande medium di massa, ma spesso è diventato, quando funziona, un modello che si basa sulla possibilità di arrivare a tanti pubblici diversi. In questo Sanremo è il grande spettacolo per eccellenza, che ottiene grossi numeri mettendo insieme tanti pubblici diversi, tante subculture esistenti nella società, e usando strumenti diversi. Ed è quello che fanno le piattaforme, che sono poi la televisione di oggi, cioè Netflix, Disney+, ma anche YouTube. Tutte queste nuove piattaforme digitali sono la nuova forma di televisione, e tentano tutte di fare questo tipo di operazione, cioè di mettere insieme tanti pubblici. Ma questo vale per Spotify, per esempio, nella musica, e questo vale per tutte queste piattaforme che oggi sono dominanti nel campo culturale, che credo abbiano progressivamente preso il posto della televisione tradizionale, che invece mandava un unico messaggio a un pubblico di massa, più o meno omogeneo…
-Che era ed è italiana, però, a differenza di queste piattaforme. C’è una differenza rilevante.
Sì, vero, anche se poi queste piattaforme devono adattare il prodotto al contesto culturale in cui vanno ad operare. Spesso producono anche localmente. Tentano di adattarsi e a tenere conto del mercato in cui vanno ad operare.
– C’è un paradosso oggi: ovvero la contrazione dei punti di vista espressi, che, se ci pensiamo, è in contraddizione con la possibilità che internet fornisce a chiunque, senza barriere d’entrata. Come si spiega questo fenomeno? È solamente una questione di censura?
Non credo che si possa parlare di censura in questo caso. Anche se forse il risultato è analogo, penso che ci sia sicuramente, una semplificazione dovuta alla moltiplicazione. Questo è un problema. Della moltiplicazione degli stimoli informativi ne parlava Georg Simmel alla fine dell’Ottocento; scrisse infatti un saggio sociologico fondamentale sull’intensificazione degli stimoli nervosi che nella metropoli arrivavano ai suoi abitanti. Cosa comportava questo per le persone? Disorientamento. Questo, secondo Simmel, era fondamentale nel cambiamento della condizione umana.
Cosa è successo in questi due secoli? Tutto si è intensificato ancora di più. Gli stimoli nervosi sono sempre di più, ovvero la quantità di informazioni, di messaggi, di necessità d’aggiornamento. E questo sicuramente ci crea una serie di problemi, fra cui un’inedita difficoltà a comprendere, e dunque a scegliere: questo è ciò che crea, appunto, quell’effetto-censura di cui parlavamo pocanzi.
Il messaggio non ci viene tolto, come succede quando viene censurato. Al contrario, ci arriva ma assieme a una grande quantità di messaggi. Per questo alla fine si perde. Ha una vita breve, dura poco, si usura rapidamente, e si mischia a tanti altri messaggi, per cui magari la nostra attenzione si perde anch’essa. Questa è sicuramente una condizione nuova in cui ci troviamo, che intensifica appunto qualcosa che già esisteva, per cui le persone oggi sono disorientate, hanno difficoltà a capire e quindi si lasciano andare a risposte emotive. Quando la ragione non funziona più, quando la razionalità non funziona, non si può fare altro che prendere delle risposte emotive, reagire in maniera emozionale, in maniera immediata, istintiva, senza ragionare.
Secondo l’idea di Habermas, l’opinione pubblica deve essere informata. Passiamo così da un’opinione pubblica ad un’emozione pubblica, condivisa.
–La parola non ha più alcun significato profondo, viene sovrascritta continuamente. È successo qualcosa anche alla parola?
Le ricerche da tanto tempo ci dicono che la parola è debole rispetto alle immagini. Gli studi sulla memorizzazione ci dicono che essa avviene per l’80% sulla base di immagini, il resto sulla base di parole. Perché l’immagine è forte, è emotiva, ci colpisce e si fa memorizzare. Non solo ci colpisce al momento, ma rimane, ce la portiamo con noi. Una delle ragioni è sicuramente anche questa, il fatto cioè che i messaggi che consumiamo sono messaggi visivi. E le immagini molto spesso non ci consentono di sviluppare un ragionamento razionale.
A me ha colpito, non troppo tempo fa, quella foto del bambino curdo – il suo nome era Aylan – che, partito dalla Siria, è morto attraversando il mare mare tra Turchia e Grecia. La foto lo ritraeva senza vita, steso sulla spiaggia. Quell’immagine ci fa star male, ci colpisce emotivamente. Però, ad essa, non segue altro, non abbiamo delle spiegazioni, né un racconto che dia contesto. Questo è il problema di fondo alla base dello svuotamento di efficacia della parola.
di Antonio Soldi e Davide Arcidiacono