OGGETTO: Peter Thiel e la sua biblioteca di Babele
DATA: 25 Marzo 2026
SEZIONE: Ritratti
FORMATO: Letture
Girard, Bacon, Schmitt, Solovëv, Tolkien, Ratzinger: le letture dell'uomo più inaccessibile della Silicon Valley non si lasciano ridurre a nessun cliché. È un sistema coerente in cui apocalisse cristiana e libertarianesimo politico convergono verso un'unica domanda - come impedire la fine del dominio americano - e in cui il capitale non dissolve la metafisica, ma la amplifica fino alle sue conseguenze estreme.
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L’universo si compone di un numero indefinito, e forse infinito, di gallerie esagonali, con vasti pozzi di ventilazione nel mezzo, bordati di basse ringhiere.

– Jorge Luis Borges, La Biblioteca di Babele

La figura di Peter Thiel a seguito delle sue lezioni romane sull’Anticristo è stata ammantata da certa stampa con un’aura che mischia occultismo, cristianesimo reazionario e tecnosciamanesimo. Come se queste letture fossero una via di mezzo tra i Sotterranei del Vaticano di Gide, Eyes Wide Shut in salsa cyberpunk e i film sulla strategia della tensione di Petri e Rosi, facendo sembrare la figura dello stesso Thiel simile a quella di un barone nero digitale o di un mago.

Per meglio conoscere questo miliardario dell’innovazione, pensatore libertario e inventore di società dirompenti come Palantir e PayPal occorre uscire dalla facile retorica e dal culto del pregiudizio. Per fare ciò le sue letture, ancora prima dell’ideologia o di un dossier, sono infatti capaci di rivelare il carattere della sua figura. Per meglio inquadrarne il pensiero e la sensibilità occorre guardare ai numerosi consigli letterari, ai commenti e ai saggi che ha elaborato nella sua carriera. Oltre che alle testimonianze degli spettatori che hanno partecipato alle sue letture e ne hanno parlato sui media nazionali.

Ne emerge così una sorta di Biblioteca di Babele in cui, come nel racconto di Borges, ogni libro sembra rimandare a un altro, in una catena che non si chiude mai. In questa biblioteca, accanto ai testi di economia convivono trattati teologici, romanzi di fantascienza, saggi di filosofia politica, opere profetiche. Ne emerge un arsenale riferimenti letterari, una collezioni di visioni di minoranze creative in rivolta. Una biblioteca in cui ogni testo viene trascinato in una macchina esegetica che tende a una sola domanda, insieme politica e metafisica, e cioè come impedire la fine del mondo o, più esattamente, la fine del dominio degli Stati Uniti. Oltre che come riconoscere i suoi segnali apocalittici.

I testi chiave di Thiel, infatti, vengono riletti nei suoi interventi per fabbricare un nuovo destino manifesto che unisce escatologia cristiana e libertarianesimo politico, Tolkien e René Girard. In una mistica politica in cui il capitale non dissolve la metafisica, la amplifica. La sua biblioteca non va letta pertanto come l’inventario di un eccentrico, bensì come la genealogia di una volontà: ordinare il caos contemporaneo mediante una teologia politica della tecnica, dell’impresa e dell’eccezione creativa.

Il primo pilastro della biblioteca thieliana, il più visibile e forse il più decisivo, è quello apocalittico-cristiano. I nomi che bisogna ricordare sono: John Henry Newman (a cui si ispirano le sue letture sull’Anticristo), Carl Schmitt, Joseph Ratzinger; sullo sfondo i testi biblici: Paolo di Tarso, il libro di Daniele, l’Apocalisse, i Salmi, i Padri, gli esegeti medievali. Ma è importante intendere che qui la religione non si presenta come consolazione privata. Compare, invece, come lessico strategico. L’Anticristo, il katechon, l’Armageddon, la pace e sicurezza, l’impero, il falso miracolo: tutto ciò, in Thiel, è, più che un mero dogma, una strumentazione cognitiva. Come taluni del Seicento lessero Tacito per apprendere i meccanismi del principato, lui legge il Nuovo Testamento e i suoi esegeti per apprendere i meccanismi del tecnopotere e dello scontro finale.

Il libro che più di ogni altro gli offre una grammatica della crisi è, certamente, Vedo Satana cadere come la folgore di René Girard. Qui il cristianesimo non appare come semplice religione del sacrificio redentore, ma come rivelazione della menzogna sacrificale su cui le società umane si fondano. Il capro espiatorio, smascherato dal cristianesimo, non può più funzionare come prima; la violenza perde i suoi veli rituali; il mito viene svuotato del suo incanto pagano e apre una nuova mistica politica. Da questa diagnosi Girard deduce un’accresciuta esposizione dell’umanità all’escalation mimetica, alla reciprocità distruttiva, alla crisi senza sfogo. Thiel vi legge qualcosa di ulteriore: se il vecchio ordine sacrificale è svelato, l’ordine nuovo satanico dovrà imporsi non più come violenza evidente, ma come imitazione del bene. L’Anticristo non sarà il persecutore pagano dei melodrammi, ma l’artefice di una pace falsa, il tecnico di una sicurezza universale, il redentore amministrativo di un mondo terrorizzato dai propri strumenti. È l’anticristo di Solovëv riletto sotto la lente del libertarianesimo e di René Girard. Greta Thunberg, il Woke, lo statalismo progressista vengono decostruiti sotto questa lente. 

Secondo Thiel, infatti, l’Anticristo non parla la lingua di Cristo ma la lingua che immagina Cristo userebbe: ed in questa visione si comprende la sua teoria della propaganda progressista tardomoderna. Il falso non si oppone frontalmente al vero; ne imita il timbro, la sintassi, la compassione. Il mondo attuale è vittima così di visioni umanitarie e cristiane pervertite e impazzite più che da un nuovo paganesimo.

Per comprendere il pensiero thieliano il rimando d’obbligo è soprattutto a due testi di inizio Novecento: The Lord of the World (1907) di Robert Hugh Benson e Krátkaja povest’ ob Antikhriste (Il racconto dell’Anticristo, 1900) di Vladimir Sergeevič Solovëv. In entrambi si profila una figura che non conquista il mondo con la violenza, ma con una persuasione quasi liturgica: un sovrano universale che promette pace, ordine e unità, e proprio per questo li svuota di significato e li utilizza contro il loro stesso significato.

L’Anticristo, in questa tradizione, non è il negatore della politica, ma il suo compimento estremo: il politico assoluto, colui che sa interpretare ogni timore collettivo e ricondurlo a una sintesi rassicurante che è in realtà dominio universalista. Thiel intravede un’eco di questa dinamica in ogni costruzione internazionale che si propone di scongiurare il disordine globale. Oltre che nei consorzi scientifici nati all’indomani dell’arma atomica che nella loro volontà di prevenire la catastrofe, partecipano di questa ambivalenza: arginare il caos implica sempre il rischio di istituzionalizzare un potere che lo amministri. Da qui la critica ad ogni orizzonte multilaterale umanitarista e alle visioni di regolamentazione tramite le commissioni della ricerca e del mercato. 

Roma, Gennaio 2026. XXXI Martedì di Dissipatio

Per questo Thiel insiste tanto sulla formula paolina della “pace e sicurezza”. Gli pare il motto perfetto del totalitarismo terminale: nessuna tirannide dura più a lungo di quella che si presenta come trattamento preventivo del peggio e dominio liberatore. A questa lente che mischia Solovëv e Girard va aggiunto Carl Schmitt. 

Nella biblioteca thieliana Schmitt non è tanto il teorico della decisione sovrana, che pure conta, quanto il pensatore del katechon, della forza frenante. Il “Glossario” di Schmitt è l’opera a cui fare riferimento. Nel suo senso più austero, il katechon è ciò che differisce la manifestazione dell’Anticristo; non lo annulla, né redime il mondo, semplicemente lo allontana. Thiel, uomo dell’industria e dell’accelerazione, è affascinato da questa figura della frenata e dalla sua ambiguità. È una fascinazione quasi paradossale. Colui che ha contribuito a velocizzare il denaro e a informatizzare il controllo cerca, nella teologia politica, il fascino del contenimento.

Questo doppio movimento spiega l’ambiguità di Palantir, che nel suo immaginario non è il katechon ma una macchina a vocazione katecontica. Palantir non promette un mondo nuovo: promette di vedere, correlare, anticipare, prevenire. È dunque una tecnologia della soglia che non elimina il male, ma ne rallenta o ne intercetta gli effetti. E proprio per questo assorbe parte della logica di ciò che intende arginare. Ogni potere che frena, suggerisce Schmitt, però partecipa della forma del potere che differisce, da qui la sua ambiguità e la sua natura ibrida e semipagana. 

Un altro testo decisivo è Le cose nascoste dalla fondazione del mondo, ancora di Girard. Se il libro precedente condensa la visione, questo spiega la sua tattica. Vi si comprende perché Thiel sia tanto attratto dai momenti in cui una civiltà non riesce più a raccontarsi mediante i propri miti. La tarda modernità, nella sua lettura, è precisamente questo: un’epoca che ha eroso i propri dispositivi teologici senza riuscire a sostituirli con un racconto all’altezza della tecnica che ha liberato. Gli uomini hanno atomiche, algoritmi, reti globali, architetture finanziarie planetarie; ma continuano a ragionare come se la storia fosse governabile con procedure amministrative. Gli infiniti poteri della tecnica vengono ridotti a disputa di cancelleria, in quanti manca il pensiero per orientarli. Il risultato di questa perversione non è la pace, ma una combinazione di panico e anestesia. Per questo Thiel torna alla Bibbia e ai suoi commentatori: non perché la modernità sia falsa, ma perché è incompleta e instabile. Le mancano parole sufficientemente vaste per nominare i propri esiti e orientarli. La seconda guerra fredda tra Cina e USA è la conseguenza di questa instabilità. 

In questa costellazione va collocato anche Ratzinger, il più esoterico dei suoi autori. Thiel vede in Benedetto XVI non semplicemente un teologo, ma un intellettuale che ha intuito l’espansione di un potere anti-cristiano di tipo nuovo: non il tiranno che proibisce la fede, bensì il consenso umanitario che la rende indicibile o annacquata. Ratzinger, specie nelle letture che Thiel privilegia (come “The unity of Nations”), diventa il profeta di una Chiesa ridotta, purificata, minoritaria, costretta a vivere nell’interstizio di un ordine mondiale apparentemente benigno retto da un relativismo che maschera dominio totalizzante. Per Thiel questa visione si salda con la sua allergia verso le grandi istituzioni universitarie e burocratiche: ogni struttura che promette neutralità finisce, ai suoi occhi, per reprimere le domande ultime ed essere orientata. Ed anche in questo ritorna il lessico schmittiano. 

Qui affiora il secondo grande filone della sua biblioteca: quello della modernità tecnico-scientifica, letto tra utopia e stagnazione. Il testo fondamentale è La Nuova Atlantide di Francis Bacon. Ma se il lettore ingenuo vede in esso l’anticipazione dello stato scientifico moderno; il lettore thieliano vi vede qualcosa di più ambiguo: il sogno di una casa della conoscenza che, proprio in quanto vuole conoscere tutto, tende a trasformarsi in potere pastorale e imperiale. Bensalem, la nuova Atlantide del resto, non è solo il paradiso della ricerca; è la miniatura di un ordine in cui scienza, governo e segreto convergono. Bacon è per Thiel al tempo stesso il fondatore dell’ottimismo tecnologico e l’anticipatore del suo lato sacerdotale, anticristico. Per questa ragione il suo nome ricorre continuamente. Egli è l’inizio della promessa moderna ma anche l’inizio del suo rovescio: lo strapotere della epistocrazia burocratica.

A Bacon si affianca, in modo meno ovvio ma altrettanto importante, Leo Strauss. Il testo Sulla tirannide è in questo centrale poiché fornisce a Thiel un lessico per pensare la figura del filosofo-Re nell’epoca della tecnica. L’opera si presenta come un testo dialogico in cui Strauss, inconsapevole guru dei neocon, discute con Kojève, spia del kgb e teorico hegeliano dell’Impero latino, sulla natura del potere. In quella disputa Thiel intravede la possibilità mostruosa di un sapere che non si accontenti di contemplare, ma voglia governare il mondo. Ciò che Platone pensava come problema teorico diventa, nella tarda modernità, problema infrastrutturale. Il filosofo-re non ha più bisogno di custodire la città ideale: gli basta controllare le reti, le monete, i sistemi di sorveglianza, le piattaforme. Da qui deriva l’interesse di Thiel per il “re-filosofo” come possibile figura dell’Anticristo e modello teoretico della tecnocrazia e delle burocrazie celesti. Non perché ogni intelligenza ambiziosa sia satanica, ma perché l’alleanza tra epistemologia e apparati del Deep State non ha più il freno naturale della distinzione reciproca. Chi sa, oggi, può anche vedere; chi vede, può anche predire; chi predice, può pretendere di decidere. E viceversa. E da qui nasce la perversione dell’epistime come giustificazione del Potere in chiave fatalistica. 

Al polo opposto, ma dentro la stessa costellazione, stanno i libri che alimentano la sua critica della stagnazione. Thiel legge la modernità recente come un tradimento della propria promessa materiale. L’informatica ha divorato il nome stesso di tecnologia; i bit hanno progredito, gli atomi si sono fermati. Questa diagnosi, che a tratti appare ingenerosa, è cruciale per comprendere la sua selezione di testi. Egli ama i libri che conservano il pathos di una trasformazione reale del mondo fisico: Bacon, certo, ma anche Stephenson, certa fantascienza, certe utopie sperimentali. Non è casuale che abbia amato “Cryptonomicon” di Neal Stephenson che era il libro culto del gruppo che diede origine a Paypal. In quel romanzo la crittografia, il denaro, l’ingegno e la guerra si inseguono in una trama dove la tecnica non è neutra, ma arena in cui si consuma lo scontro di civiltà di huntingtoniana memoria. 

A questo pilastro si accompagna quello individualista e libertariano. 

L’individuo sovrano, di Davidson e Rees-Mogg, appartiene a questo medesimo versante, ma ne mostra anche la fragilità. È forse il libro più direttamente performativo della sua biblioteca, quello che non si limita a interpretare la storia ma suggerisce una condotta: disintermediare lo Stato, lasciare che il capitale e l’intelligenza si rendano mobili, sovrani, inafferrabili. In esso Thiel trova la profezia del declino degli Stati nazionali, della centralità dell’informazione, della ribellione delle élite cognitive contro la fiscalità e la pesantezza del Novecento. Vi trova, inoltre, una giustificazione nobile per il proprio libertarismo: non semplice egoismo di casta, ma morale capace di favorire la rigenerazione e l’avvicendarsi di minoranze creative come forze motrici della storia.

Eppure la sua relazione con questo libro è più complessa di quanto i suoi ammiratori credano. Thiel sa che molte predizioni di Davidson e Rees-Mogg si sono rivelate false. Lo scrive nella sua prefazione al testo. Lo Stato non è morto; la Cina ha smentito l’idea secondo cui l’informazione dissolverebbe necessariamente il centro; le criptovalute non hanno ancora detronizzato il monopolio monetario. Ma proprio queste smentite rendono il libro prezioso ai suoi occhi, poiché gli permettono di articolare il dramma centrale della nostra epoca: la tecnica può liberare l’individuo, ma può anche armare il Leviatano. 

Ayn Rand è nella stessa ala ma occupa uno scaffale differente. È importante soprattutto come bussola morale. Quando Thiel dice che i suoi libri gli sembrano oggi meno folli di un tempo, rivela qualcosa di essenziale. Rand gli offre l’eroe della fondazione, l’individuo che crea contro la mediocrità sociale, il produttore insultato da un mondo di parassiti morali. Là dove la sua prosa diventa troppo teologica o troppo esoterica, Rand gli restituisce il gesto netto, la mitologia eroica, quasi protestante, dell’iniziativa creatrice. L’imprenditore, in questa mitologia, è un frammento prometeico che resiste alla tirannia dell’uguale. È lui la forza opposta, il leader della minoranza creatrice, che si oppone all’Anticristo. La Rivolta di Atlante è essenziale per capire questo stato mentale. Una impostazione individualista e carismatica che passa anche per la lettura costante che fa Thiel dei testi di Thomas Carlyle e dei suoi scritti sugli eroi come veri protagonisti della storia. 

Vi è poi il filone classico-letterario, che a un primo sguardo sembrerebbe ornamentale: Milton, Bacon ancora come prosatore, forse Goethe, certo materiale epico, fantascienza, miti di fondazione. Ma soprattutto il Signore degli anelli di J. R. R. Tolkien. Quest’ultimo è il testo che Thiel ha più riletto e gli ha trasmesso il manicheismo cosmico e una filosofia della storia orientata al finalismo cristiano e conservatore. 

Gli esegeti medievali servono invece per comprendere la sua visione su Roma, sull’impero, su Costantino, su Colombo, sui miti di fondazione, e rispondono a un medesimo bisogno: capire se il mondo abbia ancora un centro e chi possa occuparlo. Thiel diffida dei nazionalismi semplici perché li considera troppo piccoli per la scala del problema che affronta. Diffida, per ragioni opposte, del cosmopolitismo liberale, perché lo vede come copertura morale di un potere planetario disarmante. Cerca quindi figure intermedie: imperi incompiuti, forze di contenimento, potenze che evangelizzano o commerciano senza pretendere di abolire la pluralità. Vede nell’idea medievale di “translatio imperii” il passaggio di consegne dall’Europa all’occidente a guida statunitense. Mentre Roma è nel suo pensiero più che un mero nome, una domanda: può esistere un ordine universale che non degeneri in anticamera dell’Anticristo? Le letture dell’Anticristo di Nietzsche e del Tramonto dell’occidente si Spengler servono così a rispondere all’interrogativo del destino dell’impero americano e su come superare la logica del tramonto. 

La biblioteca thieliana si presenta, quindi, come un complesso sistema di rimandi in cui Swift si alterna con Moore, Agostino con Newman e in cui anche One Piece di Eiichiro Oda può essere capito rileggendo il libro di Daniele e le pagine sulla bestia del mare dell’Apocalisse. Delineando l’affresco di un profilo culturale complesso che prima di essere stigmatizzato andrebbe almeno indagato. 

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