OGGETTO: Garlasco, o della coazione a ripetere
DATA: 16 Marzo 2026
SEZIONE: Media
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
La cronaca nera come dispositivo narrativo permanente della televisione italiana. Il caso Garlasco diventa il paradigma di una macchina mediatica incapace di fermarsi. Come nella teoria freudiana della coazione a ripetere, il mezzo televisivo replica all’infinito lo stesso racconto, trasformando il vuoto informativo in intrattenimento e sacrificando verità, complessità e creatività sull’altare dell’audience.
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Nella televisione, così come nella psiche umana secondo le teorie dell’ultimo Freud, esiste un nucleo patogeno fisso, immodificabile ed incoercibile. Si tratta, in riferimento alla mente, della demoniaca tendenza a replicare ancora e ancora lo stesso tipo di comportamenti che si sanno essere dannosi ma che, pur avendo una natura auto-sabotante, costituiscono una forma di preservazione della stabilità dell’Io.

In TV sembra accadere la stessa cosa. Aveva ben ragione il grande critico cinematografico Serge Daney a definire la televisione “un inconscio a cielo aperto” (l’inconscient à ciel ouvert) poiché in effetti ne replica molti dei funzionamenti.  La cronaca nera è da sempre la grande sicurezza degli addetti al marketing televisivo, l’unica sfumatura dell’informazione che garantisca ottimi ascolti e conseguenti ricavi pubblicitari. In questi mesi assistiamo ad una sovrapproduzione di piccoli racconti di cronaca nera, tutti confluenti in una sorta di macro-contenitore che raccoglie le attenzioni e gli sguardi morbosi di larga parte della popolazione italiana: il caso Garlasco.

Questa emblematica ipernutrizione voyeuristica si nutre ogni volta di diversi elementi; piccoli racconti paralleli, nuove indagini, nuove prove (prove?), nuove testimonianze, nuove teorie, il tutto senza che vi sia un interesse reale verso la verità, ma solo, sembra, una volontà di consentire questa infinita replicazione dello stesso argomento in salse diverse. Esattamente come la psiche difende sé stessa, illusoriamente, ripetendo ciò che in realtà è per lei dannoso, così la televisione replica all’infinito lo stesso tipo di contenuto per assicurarsi un buon share settimanale.

Tuttavia, in entrambe le condotte, l’auto-sabotaggio è evidente. Nel mondo psichico ci si condanna ad un’eterna e stabile infelicità; nell’ambito televisivo ad una continua, quasi sadiana replicazione di particolari macabri o pruriginosi tale da condannare sia chi la televisione la fa sia chi la vede alla noia. L’interesse verso la verità è del tutto secondario. L’intrattenimento in questo caso sta nell’attesa, nel distillare goccia a goccia tutte quelle inezie insignificanti ma che, proprio grazie alla coazione a ripetere, sembrano divenute irrinunciabili per il pubblico.

Non si tratta solo di friggere l’aria, ma di alimentare una macchina ormai impazzita che non può essere fermata, come qualsiasi cosa che funzioni in televisione. Se è possibile passare sopra all’amarezza di vedere la vita spezzata di una ragazza fatta oggetto delle più turpi speculazioni, non si può ignorare la perversa perfezione di questo meccanismo. Le similitudini con la teoria freudiana sono inquietanti.

Freud afferma dunque l’inguaribilità del male psichico proprio a causa di una intrinseca ed insopprimibile pulsione del soggetto a volere il proprio danneggiamento. Nessuna cura può nulla contro una forza così primitiva. Noi constatiamo, in maniera assai più modesta, l’inevitabile inabissarsi di ogni creatività televisiva, soggiogata dal meccanismo ripetitivo, buono per fare ascolti (fino a quando?) ma deleterio per la vita creativa del mezzo, ormai ridotto proprio ad un carosello monotono dove ogni cosa è sempre uguale a sé stessa.

Nell’informazione spettacolarizzata, quella dei talk show per intenderci, ciò è ancora più evidente poiché è necessario riempire diverse ore di programma non avendo a disposizione fatti freschi e dovendo evitare qualsiasi discorso complesso, pena la disattenzione del pubblico e la flessione della terribile curva di ascolto. Quale migliore rappresentazione del funzionamento dell’Io? La preservazione passa attraverso la volontaria, consapevolmente deleteria ripetizione.

Appagare la rarefatta morbosità dello spettatore richiede reiterazione, finché anche quando non c’è nulla da dire egli si sorbisca lo stesso il racconto. Impronte analizzate da una nuova prospettiva, macchie di sangue antico rinvenute fortunosamente, particolari scabrosi della vita intima dei protagonisti, movimenti para-satanici. Tutto vero? Tutto inventato? Non importa, il racconto funziona se viene ripetuto, e ripetere tante volte una cosa fa sì che diventi vera. Siamo ad un livello decisamente profondo, e per questo primitivo, della percezione umana.

La televisione non imita la realtà, è la realtà che viene plasmata dal mezzo televisivo affinché possa essere digerita. Manipolare il vuoto è impresa difficile e proprio quando si rischia di andare oltre il previsto, interviene la ripetizione a preservare l’integrità del palinsesto. Apparentemente, come nella visione freudiana, non c’è salvezza. Né riscatto. Possiamo solo sperare che un giorno l’incubo finisca e che venga prontamente sostituito con un altro ancora più trucido.

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