Damnatio memoriae. Sembra essere questa l’unica condanna definitiva per Aldrich Ames, oltre all’ergastolo che lo ha accompagnato fino allo scorso 5 gennaio 2026, data della sua morte in carcere che ha chiuso silenziosamente uno dei capitoli meno brillanti dell’intelligence mondiale. Ma chi era davvero l’uomo che per un decennio ha tenuto in scacco l’America?
Per rispondere, dobbiamo tornare al 21 febbraio 1994. In una villetta della Virginia, gli agenti dell’FBI bussano alla porta di un ufficiale della CIA. Ad aprire è Maria del Rosario Casas Dupuy, la moglie colombiana dell’uomo: i federali arrestano entrambi. Inizia così un processo privo di colpi di scena, che dissolve rapidamente ogni residuale beneficio del dubbio: Aldrich Ames era la “talpa”. Per dieci anni ha venduto segreti prima all’URSS e poi alla Federazione Russa, condannando a morte, con un tratto di inchiostro, almeno dieci dei suoi stessi collaboratori.
Ames non è stato un idealista, né un uomo sotto ricatto o un redento del turbocapitalismo. È stato, più semplicemente, un mediocre, un uomo comune con compiti al disopra della normalità. Distratto, alcolizzato, indolente e logorato dai debiti: è proprio questa miscela di vizi ordinari ad apparecchiargli una sedia al tavolo dei “cattivi”.
Figlio d’arte, la sua carriera nella CIA era stata tutt’altro che brillante. Durante gli incarichi ad Ankara emerse subito una personalità inadatta al reclutamento; tornato negli Stati Uniti, tra un divorzio e l’abuso crescente di alcol, Ames divenne un imbarazzo costante per l’Agenzia. La sua approssimazione era proverbiale: una volta dimenticò persino una valigetta carica di documenti segreti sulla metropolitana.
Nel 1985, schiacciato dai debiti, Ames varca la soglia dell’ambasciata sovietica con un’offerta chiara: informazioni in cambio di denaro. Ai russi, inizialmente scettici, chiarisce subito la sua posizione: «Non sono un comunista, lo faccio solo per soldi.»
Fu l’inizio di un paradosso durato dieci anni. Mentre la CIA vedeva sparire i propri informatori uno dopo l’altro, nessuno osava puntare il dito contro di lui. La sua reputazione di uomo sciatto e poco brillante divenne il suo scudo perfetto: i colleghi lo ritenevano semplicemente incapace di orchestrare un piano così sofisticato. Invece, Ames incassava milioni, conducendo un tenore di vita ostentato – tra ville, Jaguar e vacanze di lusso – del tutto incompatibile con il suo stipendio ministeriale, senza che l’agenzia collegasse mai fatti. Fino a quando una piccola squadra non iniziò a incrociare i dati di tutti i depositi in contanti degli agenti in relazione al loro stipendio. Il quadro lapalissiano che si creò era chiaro: Ames aveva un tenore di vita incompatibile col solo reddito governativo. Appostamenti, pedinamenti e intercettazioni confermarono il doppio gioco che stava conducendo.
Dopo l’arresto, il silenzio. Nelle rare interviste concesse dal carcere, Ames non ha mai mostrato pentimento né empatia per le vite stroncate dalle sue soffiate. Mentre l’opinione pubblica lo bollava come un “traditore infame”, pochi si sono interrogati sulla natura del suo mondo.
Ames è stato un figlio legittimo di quel “mondo di mezzo” dove intrighi e tradimenti sono la ricetta quotidiana per portare il pane a casa. In quel contesto, l’azione più meschina è solo una parte dell’addestramento, una mossa del gioco.
La domanda che Ames sembra lanciare postuma è provocatoria: perché condannare moralmente lui senza discutere intellettualmente gli uomini che ha venduto? In fondo, anche loro erano traditori del proprio sistema. Se la damnatio memoriae deve colpire, perché non dovrebbe riguardare l’intero meccanismo?
Ames ha avuto un unico, paradossale merito: nella sua anima venduta, non è mai stato ipocrita. Non ha mai finto di servire un ideale superiore o una bandiera. Ha mostrato la faccia più onesta – e per questo più terrificante — del tradimento: quella di un uomo che ha scelto di non essere altro che sé stesso. Un traditore senza maschera ideologica, una pedina in una scacchiera pericolosa che tutti pensavano di dominare ma che nessuno ha mai realmente controllato. Prodotto purissimo dell’Americanismo del Ventesimo secolo.