Nella teoria psicanalitica freudiana l’allucinazione riveste una fondamentale importanza quale meccanismo atto a generare la soddisfazione di un desiderio mentale altrimenti irrealizzabile. Il soggetto, in stato di veglia, abbandona la dimensione cosciente dell’Io per cedere alle forze segrete dell’Es, ossia la parte irrazionale della mente, la spinta pulsionale, la “voce della natura” che echeggia nella mente di ogni essere umano costituita da una grande riserva di energia psichica pulsionale. La realtà “deludente” viene sostituita con una nuova realtà, l’allucinazione appunto, formata dalla proiezione del desiderio inappagato dell’uomo in forma distorta. Il desiderio annulla ogni meccanismo di difesa e di negazione della parte mentale razionale, e l’oggetto allucinatorio prende così il posto del reale. Ciò accade prevalentemente nei sogni, ma i recenti disordini nelle grandi città di questo paese porterebbero a concludere che una larga parte della popolazione viva proprio in uno stato di allucinazione permanente.
Scioperi, cortei, manifestazioni violente, ispirate senza dubbio da un nobile intento di solidarietà, ma decisamente discutibili nella considerazione dell’obiettivo verso cui si dirigevano. Scioperare per testimoniare sensibilità verso una guerra è il perfetto esempio di deformazione della percezione di un oggetto reale, sostituita da uno allucinatorio, più semplice e più utile alla soddisfazione immediata di una necessità. Quando i bisogni reali si dimostrano irraggiungibili (una sanità adeguata ad un paese civile e moderno, una giustizia funzionante, delle scuole che rispettino il loro sacro mandato di istruzione, delle infrastrutture non da terzo mondo, uno stato sociale che tuteli i più fragili e gli esclusi), li si sostituisce con dei surrogati allucinatori che, nella mente del soggetto allucinato, paiono più facilmente ottenibili, come nel nostro caso la pace in medio-oriente.
L’idea della cessazione del conflitto attraverso gli scioperi, che nascono come strumenti per rivendicare diritti sociali e non come mezzi della diplomazia, è il nuovo desiderio che prende il posto di quelli oggettivi e irrealizzabili, e canalizza per ciò su di sé tutta l’energia psichica latente e rabbiosa che alberga negli animi stanchi delle persone. Da qui i cortei, le manifestazioni, i disordini. Non solo degli ultimi giorni, ma ormai di un intero anno trascorso ad invertire bisogni concreti con i loro simulacri ideologici. È il nuovo disagio della civiltà, tanto per scomodare ancora Freud. Non più costrette a reprimere i loro desideri (in un contesto sociale senza sovrastrutture repressive come quello odierno non v’è nessuno che imponga davvero una autolimitazione), così come aveva predetto Marcuse, le masse soffrono di un disagio costituito dalla caduta del welfare e del loro ruolo quale soggetti economici all’interno della società. Sempre più impoveriti, rassegnati e privi del capitale intellettuale necessario a garantire una discreta sopravvivenza nel mondo tecno-finanziario, gli esclusi non vedono soluzioni al loro dolore e reagiscono gettandosi in una sorta di grande “psicosi sociale collettiva”. Non violenta, almeno al principio. Per cui, affinché il dolore psichico venga lenito occorre trovare un nuovo obiettivo ove convogliare tutte le energie interiori frutto di anni di angoscia, rabbia, frustrazione.
La guerra in Medio Oriente risulta perfetta da questo punto di vista. Ricca di componenti emotive poiché meno incentrata sulla tecnologia rispetto al conflitto in Ucraina, fornisce delle proiezioni efficacissime ove trasferire la propria frustrazione, trasformandole in desideri e dunque facendoli assurgere a qualcosa per cui vale la pena combattere. Si consuma così la definita rottura del rapporto dell’Io con la realtà esterna, sostituita da percezioni alterate e da surrogati di desideri utili a dare un po’ di conforto. Tale meccanismo non si applica solo agli scioperi di casa nostra ma anche nel linguaggio politico. La nuova amministrazione Trump dimostra come sia possibile creare delle vere e proprie “allucinazioni politiche” negli elettori, in particolare quelli la cui razionalità può risultare piegata dall’insoddisfazione e dalla rabbia.
Un’età dell’oro americana; l’intervento divino per salvare il leader; una nuova politica autoritaria disintermediata; la democrazia come ostacolo alle decisioni del presidente-condottiero-amministratore delegato; la battaglia ideologica contro il nemico in casa. Potenti canali di sfogo per un’energia psichica a lungo repressa e contaminata dal senso di colpa generato dalle cosiddette teorie Woke, ossia l’altra faccia della medaglia in questo discorso. Chiunque riprenda in mano le teorie dimenticate di Reich, Deleuze, Guattari, e dello stesso Freud osserverà quanto la psicanalisi possa essere un fondamentale strumento di comprensione sociale in questo tempo.
Se sembra ormai evidente che qualcosa sia cambiato nei cervelli dei cittadini occidentali, ancora più chiare sono le manifestazioni di tale cambiamento. L’inversione della realtà con il desiderio allucinato è un esempio, così come lo è la prevalenza dell’uso dell’intelligenza emotiva nell’osservazione della realtà rispetto a quella razionale. Le pulsioni prendono il posto della riflessione. L’Es (che ricordiamo possedere una componente autodistruttiva) vince sull’Io. Una traslazione di senso in cui le necessità “vere” della vita sociale vengono indebolite nella percezione collettiva, forse perché ritenute ormai perdute, e come sublimazione di questa perdita, per non impazzire, si sposta l’attenzione psichica verso oggetti di più facile raggiungimento mentale, più facili da capire e interiorizzare, in genere incardinati nelle categorie di bene e male.
Nel sogno l’allucinazione ha un carattere positivo poiché libera la mente dormiente dagli stimoli che la turberebbero. Nella veglia si considera in genere sinonimo di psicosi. È, in fondo, un rimedio al vuoto che ci inghiotte.