Il recente incontro tra l’ex presidente statunitense Donald Trump e Vladimir Putin in Alaska ha riattivato le dinamiche diplomatiche intorno al conflitto in Ucraina, riportando alla ribalta un attore che negli ultimi anni ha cercato costantemente di ritagliarsi un ruolo da mediatore: la Turchia. Recep Tayyip Erdoğan, che sin dalle fasi iniziali del conflitto ha tentato di mantenere relazioni funzionali con entrambe le parti, ha accolto con favore la rinnovata iniziativa americana, definendo “positiva” la disponibilità di Mosca a dialogare. Ankara percepisce questo nuovo slancio diplomatico come un’opportunità per rilanciare la propria rilevanza geopolitica, specialmente nel contesto NATO. Far sedere allo stesso tavolo Putin e Zelensky era uno degli obiettivi dichiarati di Erdoğan, che ora spera di giocare un ruolo chiave nel facilitare eventuali negoziati, anche con il sostegno del nuovo Segretario Generale della NATO, Mark Rutte.
Il ministro degli Esteri turco, Hakan Fidan, ha già avviato colloqui con il Segretario di Stato americano Marco Rubio, garantendo il sostegno della Turchia all’iniziativa di pace promossa da Washington. Tuttavia, Ankara guarda con sospetto all’ipotesi, ventilata in Europa, di una forza di interposizione composta da truppe occidentali: preferirebbe invece una missione di militari provenienti da Paesi neutrali, così da non minare il proprio fragile equilibrio tra Russia e Ucraina e, soprattutto, per preservare la propria centralità negoziale. In gioco non c’è solo la pace nell’Europa orientale, ma il ruolo stesso della Turchia all’interno del sistema internazionale. La sua posizione “ponte” tra Est e Ovest, tra NATO e Eurasia, è messa in discussione anche dalle tensioni persistenti con Washington, che ha ribadito l’esclusione di Ankara dal programma F-35 a causa dell’acquisto del sistema missilistico russo S-400. Questo gelo nei rapporti militari con gli Stati Uniti rappresenta un ostacolo alla piena integrazione della Turchia nel campo occidentale, ma allo stesso tempo rafforza la narrativa turca di potenza autonoma e mediatrice.
Parallelamente all’impegno nel dossier ucraino, la Turchia ha costruito in Somalia un avamposto strategico che rappresenta l’espressione più compiuta della sua politica di proiezione globale. Dal 2011, quando Erdoğan visitò personalmente Mogadiscio durante una grave crisi umanitaria, la Turchia ha trasformato la Somalia da teatro di intervento umanitario a piattaforma integrata di influenza politica, economica e militare. Il punto di svolta è rappresentato dall’apertura della base militare TURKSOM nel 2017, oggi uno dei centri nevralgici per l’addestramento delle forze somale. Con la fornitura di armi, mezzi blindati e droni d’attacco come i Bayraktar TB2, Ankara ha reso l’apparato di sicurezza somalo profondamente dipendente dal proprio sostegno. Le operazioni antiterrorismo contro Al-Shabaab – gruppo affiliato ad Al-Qaeda – sono diventate terreno di cooperazione operativa e di consolidamento dell’influenza turca.
Ma la penetrazione non si limita al settore militare. In campo economico, imprese turche controllano il porto e l’aeroporto di Mogadiscio, oltre ad avere ottenuto diritti esplorativi su giacimenti di gas e petrolio in cambio dell’assistenza militare. Un accordo di cooperazione firmato nel 2024 prevede che il 30% dei profitti derivanti dallo sfruttamento della Zona Economica Esclusiva somala finisca nelle casse turche. Il tutto in un contesto in cui Ankara si presenta come partner “non coloniale”, in opposizione alle potenze occidentali e agli attori del Golfo, come gli Emirati Arabi Uniti. Un’altra dimensione emergente è quella spaziale: è in fase di sviluppo a Mogadiscio una base per il lancio di satelliti e missili, sfruttando la posizione equatoriale per abbattere i costi dei lanci orbitali. Un progetto che apre nuovi scenari nella competizione tecnologica africana, con implicazioni sia civili che militari.
La Somalia rappresenta, in ultima analisi, il banco di prova del cosiddetto “Ankara Consensus”, un modello alternativo alle strategie cinesi e occidentali. Esso si fonda su un mix di assistenza militare, investimenti infrastrutturali, sviluppo economico e diplomazia flessibile. La narrativa è quella della cooperazione paritaria, del rispetto della sovranità e dell’autonomia dei partner africani. Tuttavia, l’asimmetria dei rapporti è sempre più evidente. La Turchia gestisce snodi strategici, forma l’élite militare, finanzia il sistema educativo e fornisce borse di studio a giovani somali, alimentando una forma di dipendenza strutturale. La presunta parità della cooperazione lascia intravedere i contorni di un nuovo “neo-ottomanesimo”, un progetto di egemonia soft basato sul consenso, ma potenzialmente incline a scivolare in forme di controllo neoimperialista.
Il doppio binario ucraino-somalo evidenzia la traiettoria ambiziosa della Turchia di Erdoğan: da potenza regionale ad attore globale capace di mediare tra grandi potenze, plasmare nuovi modelli di cooperazione e costruire piattaforme operative al di fuori del proprio spazio naturale. La strategia turca si muove in uno spazio fluido tra hard e soft power, tra diplomazia pragmatica e proiezione strategica. Il suo successo dipenderà dalla capacità di mantenere l’equilibrio tra autonomia e alleanze, tra neutralità e interessi geopolitici. Ma anche dalla reazione degli altri attori – dagli Stati Uniti alla Cina, dall’Unione Europea ai Paesi del Golfo – che potrebbero cercare di ostacolare l’ascesa turca o cooptarla in progetti più ampi. Quel che è certo è che la Turchia non è più un semplice spettatore nello scacchiere internazionale. È diventata, nel bene e nel male, un giocatore.